Italo-Spagnola

Il blog di una che ha sbagliato Nazione
venerdì, 20 novembre 2009

FlashForward

Probabilmente dovrei organizzare i miei discorsi. Fissarmi schematica un inizio e una fine. Magari allungare i tempi in scalette perfette. Chessò, avvalermi di tabelle troppo elaborate per poi seguirle davvero. In fondo è così che davo luce ai miei romanzi, quando ancora sapevo cosa fosse la costanza. Altre epoche, ora no. Adesso ho il cervello intasato di parentesi. Insomma, persino le conversazioni si sovrastano in concetti. Memoria piena. Formattare il sistema, o almeno cancellare qualche file. Alt+ctrl+canc. Intanto torturo una rosa di stoffa. Così, tanto per gradire. Tanto perchè se perde un petalo potrò scriverci sopra una qualche poesia mentale. Sapete, la caducità delle cose e tutto il resto. Solo perchè studio i decadenti. O almeno faccio finta. Lo vedete? Mi perdo. Però, se la scrittura rispecchia chi la genera, non potete aspettarvi dei post a senso compiuto. Non ora, per lo meno. Non più. Altrimenti, cambiate canale.



Detto questo, è senza dubbio un periodo di rivelazioni. Ma non quel tipo di rivelazioni in stile Flash-Forward, che oltrettutto sta reinvigorendo in differita la mia dipendenza da serie tv. No. Mi riferisco alle rivelazioni che confermano il tuo essere. Quelle che fissano in un breve elenco le grandi verità del tuo presente.

Quindi,

1. Sono entrata in letargo

e

2. Non solo in Spagna sembrano attuare un casting per scegliere gli addetti alla telefonia.


Ma cominciamo dal principio. Il problema non è soltanto che spengo la sveglia ogni volta che suona. Voglio dire: quello, con la nebbia, ci può anche stare. Che poi, se scegli di emigrare in pianura padana, perdi automaticamente ogni diritto di lamentela. Vabbé.

No. Il vero problema è che non studio. E almeno avessi una scusa. Che ne so: dieta in corso, lavoro, aiuto famigliare, sgradevoli rumori di fondo. Qualsiasi cosa. Invece devo troncare la frase prima del perché allegato da chiunque mi accomuni in condizioni. Non studio perché...perchè. Onestamente non lo so, perchè. Non esiste, 'sto cavolo di perchè. Avrei la tranquillità. Avrei il tempo. Avrei addirittura l'interesse per un periodo letterario che mi ha sempre affascinata. Lasciatemi stare. Non studio perchè passo le giornate a fissare il bianco del muro, ecco perchè. Davvero, m'ipnotizza. E non penso nemmeno. Per cui nemmeno sono. Insomma, non è bello, pensare a tutta 'sta gente con le allucinazioni. Credete di interagire con me? Ah Ah. Io sono un ologramma. La mia coscienza ha fatto un salto in avanti al ventinove aprile 2010. Solo la mia, però. Non quella di tutto il mondo. Infatti, nessuna esplosione.

Tra l'altro non è poi così difficile, immaginarmi quel tipo di futuro. Cioè, se gli sceneggiatori avessero fissato il D-Day dopo la mia prevista laurea, allora sì: avrei ammesso qualche difficoltà. Ma il 29 Aprile lo dipingo tranquilla. Probabilmente starò studiando. La mia bacheca in sughero si sarà verosimilmente arricchita di ricordi di Barcellona e Jerez de la Frontera. D'altronde sono in Italia di passaggio, lo dice pure Cinzia. E allora l'ipod vomiterà alle orecchie brani che adesso non sono ancora usciti. Eppure sarà sempre Màs a ripropormi più ricordi. Sarà sempre Equix, l'emozione. Sarà sempre tutto regolare. Diverso nei dettagli, uguale nel disegno di fondo. La struttura di base che non sono più in grado di costruire.



 

E nel frattempo un tizio mi si siede accanto sull'ennesimo treno. Ecco, pure questa potrebbe classificarsi come rivelazione. L'aggiungerei all'elenco, se solo non fosse scontata: odio le persone in ansia da socializzazione. Cioè, dico io: lo vedi che rispondo a monosillabi. Se ho appena estratto dallo zaino un tomo di 700 pagine, potresti anche intuire che ho intenzione di leggerlo. Invece, no. Drammatico come la destinazione svelata dal suo accento veneto, il quarantenne in questione inizia il mio supplizio in punti interrogativi.

“Cosa studi?”
“Giornalismo.”
“Ah, allora ti vedremo presto in tv”.

Ora: qualcuno mi spiega perchè, per il novanta per cento della popolazione italiana, esista solo la tv? Cazzo, il giornalismo ha circa milleottocento piccole sfaccettature. Non esiste solo Lilly Gruber, fatevene una ragione. Io voglio scrivere, hai presente? Scrivere. Quella cosa che si fa mettendo assieme tante parole per far capire qualcosa a qualcuno. “Ah, non vuoi stare in vetrina?”. Appunto, no. Non sono mai stata brava a essere il centro dell'attenzione. Preferisco firmare. Muovere i fili. Nascondermi brillando, in qualche strano modo. E sono d'accordo con te, quando dici che ci vorrebbe proprio, un servizio decente sulle condizioni dei pendolari. Ma, punto primo: almeno agli inizi, non decido io che temi trattare. Punto secondo: anche se passo tre quarti della mia vita su un vagone sporco di seconda classe, ho anche altri interessi. E punto terzo, soprattutto: se non ti dispiace, vorrei leggere un po'. Poi può anche essere che a volte io sia asociale. Però, se faccio progetti, permetto solo ad imprevisti estremamente piacevoli di bloccarli sul nascere in tal modo. Una conversazione stereotipata, scusa, non rientra propriamente nella definizione. Ma lui, niente. Non possiede la facoltà di leggermi nel pensiero. E allora va avanti, nei suoi loquaci deliri.

“Eh, è importante saper scrivere. E' un gran dono”
“Beh...non so se sia importante. A me piace”.
“No, no. Fidati. Scrivere aiuta, nelle situazioni complicate della vita.”

Apro il libro. Tolgo la piantina del metro di Madrid che uso come segnapagina. Forse capisce.


“Quello che voglio dire è che, normalmente, se uno è bravo in matematica non lo è nelle lettere e viceversa.”
“Vero.”
“Però quando la vita ti pone davanti un problema, è difficile risolverlo facendo due più due. Invece se sai scrivere ne esci bene”.

Annuisco, perplessa. Vorrei fargli presente che, in situazioni di difficoltà, non è che puoi tirare fuori carta e penna e metterti a scrivere un papiro. Forse serve di più essere bravo nel faccia a faccia. Avere prontezza di risposta e riflessi. Scrivere, in sé, non è poi così indispensabile. Glielo direi. Solo che poi si addormenta. Succede all'improvviso, effetto quasi catalettico. Magari anche la sua coscienza è finita al 29 Aprile, chissà. In ogni caso, non posso non approfittarne. Ed è francamente un sospiro di sollievo.

E comunque spero che le visioni del futuro non somiglino affatto a ciò che sogno. Cioé, parliamone. Stanotte mio zio progettava una vacanza con l'esercito. Però mio padre l'avvertiva: “Guarda che se scoprono che tifi Real Madrid ti sparano”. Ora, da quando in qua mio zio tiferebbe Real Madrid non è dato saperlo. Per non parlare dei sei kili di cocaina per cui volevo denunciare un tizio che era alle medie con me. Davvero, credo che se Freud mi avesse conosciuta avrebbe cambiato mestiere.

Poi, il quarantenne ritorna al presente. Stanno bombardando Màlaga, nella finzione dell'inchiostro su carta. La crudezza delle descrizioni si mischia in brividi di schifo alla mia vicinanza psicologica. Perciò sobbalzo, totalmente immersa in epoche troppo vicine.

“Scusami se ho cambiato posto...è che ho visto che leggevi ed io volevo chiacchierare”

Stazione di Rovigo. Meglio tardi che mai.

Ma torniamo al secondo punto. Sì, insomma, all'altra mia rivelazione. Si esterna nel dlin dlon di un campanello. Sorprendente come la puntualità. Manco avesse origliato le mie entusiastiche descrizioni di due tecnici infostrada, il ragazzo in divisa Telecom decide di non essere da meno. Della serie, “ah, però”. Anche se è biondo. E in fondo sono contenta, se c'è da aspettare.


Anche se, nell'assurdità dei dialoghi, molla lì le sue cose in un: “Torno tra un po'”.
“Ok, però guarda che io tra mezz'ora devo uscire”
“Beh, posso sempre lavorare mentre voi non ci siete.”

Chiude la porta sulle mie interrogazioni. La domanda sorge spontanea, qui è proprio il caso di dirlo:
Se noi non ci siamo, chi diavolo ti apre?

E intanto provo a studiare. Sì, di nuovo. Solo che quando ti convinci che il romanzo di Huysman si chiami “A contracorriente”; quando nel ripetere gli scapigliati traduci in spagnolo il titolo di “Desinenza in A”, beh...è allora che ti rendi conto di avere un grosso problema. O magari è proprio per questo che sono sempre stata attratta dai decadenti. Chissà, forse già alle superiori avevo avuto un FlashForward sulla mia ossessione per El Canto del Loco. In effetti, si spiegerebbe tutto.




Perciò, se non so più organizzarmi i discorsi, decido di chiudere con la mia citazione preferita di sempre. Una di Charles Baudelaire.

E allora “Tienti i tuoi sogni: i saggi non ne hanno di così belli come ne hanno i pazzi” .

Anche se l'esortazione “Jamón!” ha a sua volta un suo perché.

postato da ilariadot alle ore 17:15 | Permalink | commenti (4) / commenti (4) (pop-up)
categoria: deliri, serie, assurdità, tv , flashforward


lunedì, 16 novembre 2009

Lo zucchero è zucchero davvero

Che in un quadro futuro ci sia il teletrasporto, era tutto sommato prevedibile. Specie se quel quadro lo disegno io. Succede davanti ad una tavola imbandita. Consistenza bianca che sembrava zucchero. Era zucchero. Tre kili e mezzo nella tazza di Cinzia. Amaro per Fra, che infatti è la più normale. Comincio a dubitare. Controindicazioni. Nessuno la ricorda, la prova del nove. E, per qualche motivo, inizia sempre tutto dal Caffé.

Tres días antes.

In effetti è lì, che la mia vecchia confidente ha scelto di regalarmi uno dei suoi bracciali. Lì, davanti ad un caffè. Lo fa senza un motivo. Così, solo perchè le ho detto che mi piace. C'ha i colori, sono in fase zuppe findus. In effetti, il complimento era piuttosto scontato. Eppure io mi shocko. E no: non c'entrano soltanto i tizi strani seduti accanto a noi all'Acquolina. Biondo platino con coda più cantante degli outcast. Strano binomio. Bizzarra addizione (quelle le so fare). Forse vengono anche loro da una dimensione parallela. Però, in tutto questo, non han niente a che vedere. E non c'entra neppure il vago fastidio che mi percorre il corpo quando qualcuno trova le parole che io ho perso.

“Quando vai via, vedi la vita di prima dall'esterno. Come se fosse di un altro, come se non fosse tua. Per questo tornarci è così strano”.

Descrizioni che non ho saputo fare. Concetti che non ho saputo riassumere. Che, se il dono della sintesi non sarà mai affar mio, forse ho proprio sbagliato professione. Mi sento inadeguata. Eh già. Intanto l'ipod mi sceglie un pezzo di passato, ed io rifletto compiaciuta su come una canzone possa tornare canzone. Di colpo. Spogliata di esperienze come io di una sciarpa coi pon pon. Nient'altro che testo e melodia. Bella, ma pur sempre melodia.



Ma già mi perdo. Lo shock non sta mai nell'attorno. E' dentro, non nella cornice. Lo shock è la spontaneità con cui riprendo un discorso dopo due anni che d'un tratto sembrano un minuto. Non mi abituo ai ritrovi. Non mi abituo al fatto che Cinzia non faccia più parte della Parma di adesso. Del mondo che senza lei non potrò ritrovare uguale. Torna. E poi sorrido, ripensando ai film che costruivo da sola. Per questo capisco Chiara. Per questo, Le Braccia Rotte, andiamo a vederlo anche con lei.

Che poi in realtà si chiama “Gli abbracci spezzati”. Solo che non so dirlo in italiano. E' come se la lingua si inceppasse nelle zeta. Suona male. E l'amica misteriosa, nel ridefinirlo, ha colto se non altro la musicalità dell'originale. Perchè sì:l'avevo pure già visto, il nuovo film di Almodòvar. Mi ero persa nel chiasso dei suoi colori, senza ancora sospettare che l'avrei ricercato nel look. E dalle sedie del Vialia iniziava pian biano a sbocciare il mio fiore. E labbra rosso fuoco. E collage a tinte forti. E margherite. C'è nel marchio distintivo nel regista la pennellata che do ora alla mia vita. Pure le scarpe che voglio, stanno lì. Oltre che adagiate ai polpacci di una viaggiatrice vistosa. Abbiamo recuperato anche Framino. Macchina fotografica sulle spalle: certe cose, almeno, non cambiano mai.

“Voglio quegli stivali!!”
“Non c'è problema. Ora la tramortiamo e te li prendi”.

Le suore, tutt'attorno, sembrano benedire i tabelloni delle partenze. Li stanno indicando. Ricalcano in labiale il numero del binario. Solo che il loro gesto sembra il segno della croce. Deformazione professionale. Forse, dopo, andranno pure loro a prendersi un caffè.

Comunque, dicevo di Almodòvar. Io nella revisione cercavo conferme. Mi è piaciuto perchè è bello, non perchè allora mi trovavo a Màlaga. Non perchè per un secondo appare Dani Martìn. Che poi non capisco perchè tutti gli italiani lo chiamano Dani Màrtin. Così, all'inglese. Con l'accento sulla A, come Ricky. Robe che mi aspetto che canti she bangs e mi sconvolgo se poi non lo fa. Màrtin come Dean Martin, anche. Non so cosa sia meglio. Ma comunque no: mettiamo in chiaro che è spagnolo e c'ha l'accento sulla i. Perchè è tronca e finisce per enne. Anzi, è tronco. Che poi è il nome con cui indicano un ragazzo in quel di Madrid. Tutto torna, in effetti.

Però, bastaaa. Che cavolo: questo non è un flusso di coscienza, e devo assolutamente recuperare il filo. Per esempio, parlando del doppiaggio. Perchè la realtà è che salta agli occhi, la differenza di budget tra una produzione di tale portata e...che ne so, tanto per auto-stereotiparmi, Cuenta Atràs. Sì, vabbè, countdown. Altro titolo che proprio non so dire. Non è solo per il perfetto allineamento tra il movimento delle labbra e le parole udite, intendiamoci. Io qui affronto la scelta delle voci.

Pauroso quanto le abbiano trovate simili all'originale. Pure quella di Corso. Ehm, cioè, di Dani. Nel doppiaggio italiano della serie di cui sopra era così diversa da destare straniamento. Che poi in fondo è normale, quando conosci così bene il suo timbro effettivo. Qui no. Nel cameo almodovariano ci somiglia. Gli si addice. Gli calza molto più del nome del suo personaggio. Mario, per me, è sempre Alex Gonzàlez.

E le impressioni iberiche le ho confermate appieno.

Due giorni dopo c'è stata una festa. Varie musichine incise scrivendo messaggi. Il libro di Nick Hornby che voglio più delle scarpe. E non posso perchè ho delle scadenze. La tesi come spada di Damocle. Nebbia e lavatrici contro la preparazione di un esame. Mangio troppo. Bevo meno del previsto. Però, dopo, c'è sempre il caffè.

Tre kili e mezzo nella tazza di Cinzia. Due cucchiaini scarsi, per me. E sclero.

Così, in un quadro futuro, il teletrasporto avrà le sue stazioni. Sì, insomma. Esiste pur sempre la privacy. Non è che si può consentire a una persona di materializzarsi dove vuole. Metti che sto dormendo e mi appare uno sotto le coperte, per esempio. Sai che infarto? Oppure, devo andare in bagno e c'è uno sconosciuto che si é teletrasportato lì a lavarsi i denti. No, no. Le cose vanno fatte con criterio. Così, trenitalia (che per allora sarà teletrasportitalia) ammodernerà i suoi impianti ferroviari, trasformandoli in tecnologicissimi punti di transito. In questo modo si tuteleranno anche le scuse.

“Sono arrivato in ritardo per colpa del teletrasporto”, magari non suona credibile. E' vero. Però “sono arrivato in ritardo perchè c'era casino in stazione”, è decisamente un'altra cosa.

E comunque mettetevela via: all'inizio, come qualunque altra innovazione, il teletrasporto sarà un servizio costoso che solo in pochi potranno permettersi. Coesisterà per un periodo con gli antichi mezzi di trasporto normali, finchè questi non inizieranno progressivamente a scomparire. A quel punto ci saranno varie categorie di teletrasporto, abbinate a costi differenti. Teletrasporto regionale, teletrasporto freccia rossa, teletrasporto alta velocità...la novità è che potrei cercarmi le scarpe a New York, e tornare per cena. Oppure seguire tutto il tour del Canto dormendo a casa mia dopo ogni show.

Sospiro. Sarà senza dubbio un mondo migliore.

Ah, e poi nel futuro non esisterà il T9. Anzi, i cellulari non avranno proprio le tastiere. Basterà accostarli al cervello, e un sofisticatissimo dispositivo elettronico rileverà in automatico il tuo pensiero. Lo trasformerà in caratteri. Ed avrai l'essemesse bello pronto sullo schermo. Ovviamente dovrai cliccare il tasto “conferma” prima di inviarlo. Non sia mai che il marchingegno capti il pensiero sbagliato. Tipo “va a cagare brutto stronzo, ora vedrai come mi vendico ” invece di un diplomatico e falsissimo“non fa niente, non ci sono rimasta male”. Che in fondo sono complicate, le relazioni umane. A questo, non c'è tecnologia che possa porre rimedio.

E a mio figlio, l'ho deciso, io parlerò in due lingue. Le statistiche sono chiare: i bimbi bilingui iniziano a parlare più tardi degli altri, ma poi dominano da subito alla perfezione entrambi gli idiomi dei genitori. Oltrettutto, ragazzine italo-inglesi mi hanno letteralmente conquistata. “La mamma è nella kitchen”. Più o meno come parlavo io dopo l'erasmus. Sì, perchè ovviamente dell'inglese non mi frega. Io a mio figlio parlerò in italiano e spagnolo. Anche se non mi sposo con un iberico, sia chiaro.


“Certo, così poi il padre non capirà un cazzo di quello che gli dice suo figlio...mi sembra giusto.”

“No, Fra, il problema non si pone: tanto 'sto povero Cristo che si sposerà se lo trascinerà in Spagna con la forza, quindi o impara lo spagnolo o s'attacca”.

Cinzia sì che mi conosce bene.


Ma lo zucchero – confermo- é zucchero davvero.

postato da ilariadot alle ore 18:04 | Permalink | commenti (3) / commenti (3) (pop-up)
categoria: parma, deliri, amicizia, cronache, assurdità, almodovar


mercoledì, 11 novembre 2009

Con affetto, Ratatouille.

L'oroscopo, oggi, mi parla di idee creative. Se poi ci si aggiunge la presunta efficacia dei blog di cucina, non potevo che azzardarmi ad inventare un piatto nuovo. Signore e Signori, eccovi quindi un risotto con scamorza e verdure. Delicato e forte al tempo stesso. Esperimento decisamente riuscito.

 

postato da ilariadot alle ore 19:53 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
categoria: cucina, cibo


lunedì, 09 novembre 2009

Usi e abusi del diritto musicale

La notizia è di ieri. Riportata in malcelato disappunto da gran parte dei quotidiani spagnoli. Insomma, il classico trafiletto tappa-buchi che però da molto a cui pensare.

Il fatto accade a L'Hospitalet de Llobregat. Rigorosa Catalunya, d'altra parte. Non avrei immaginato location migliore. Lì, un tizio che mi figuro impettito dentro alla sua giacca ben stirata, entra nei locali di un parrucchiere. Si identifica come funzionario della Sgae (equivalente iberico della nostra Siae). E impone al malcapitato il pagamento di 12 euro al mese per l'ascolto nel negozio di una radio musicale. E' diffusione in luogo pubblico di contenuti tutelati da diritto d'autore, d'altra parte. La legge, formalmente, gli darebbe ragione.


la sede della Sociedad General de Autores y Editores (Sgae)

Ad ogni modo – informa quindi amabile l'ormai sconcertato parrucchiere – se si sintonizza su una stazione di contenuto esclusivamente informativo non dovrà sborsare alcunchè. Come se poi i canali informativi non prevedessero notizie di spettacolo con la trasmissione di un qualche nuovo brano. Come se non comportassero la trasmissione di nessuno spot la cui colonna sonora è realizzata da un iscritto alla Sgae. In definitiva, credo che ulteriori commenti non servano.

Quello che vorrei davvero sapere è cosa ha fatto 'sto povero Cristo al tizio impettito di cui sopra. Perché, dai, avrò pure una mente romanziera, però a me 'sta storia sa parecchio di ripicca. Della serie: te la fai con mia moglie e io ti sistemo. Mi hai rovinato la vita e adesso mi vendico. Altrimenti, perchè proprio quel negozio? L'opzione alternativa è il caso che si allea – brutto lancio di dadi – ad un disperato bisogno di fama. Notorietà, anzi. Con un lieve accento di dolore. Ma sono troppo ottimista per poterla contemplare.

E' che, scherzi a parte, sembra tutto troppo assurdo. Dico, ma stiamo scherzando? Io capisco, condivido ed apprezzo gli sforzi della Sgae di tutelare prodotti di umano ingegno. Solo che un conto è il Diritto, e un conto è il suo abuso. Allora dovrebbero far pagare una multa anche ai ragazzini con la suoneria polifonica a manetta su di un treno. O ai tamarri con il regaettòn a palla sulle auto che sfrecciano per Màlaga. Agli autisti degli autobus che si sintonizzano su Los 40 principales la mattina alle sei. Persino a me, che a volte eccedo in volume dell'Ipod. E so che ciò che ascolto mi trabocca dalle cuffie infilandosi indistinto nelle orecchie del vicino.

Per favore.

Tra l'altro, come la mettiamo con i videoclip postati su di un blog? Internet va considerato luogo pubblico, no? Restando sul personale, non c'è bisogno di password per accedere ai contenuti che qui dentro scelgo di condividere. Quindi stiamo violando una legge. Plurale, io e il novanta per cento della popolazione mondiale. Dai, fatevi ricchi. Puniteci come ci meritiamo.

E' che, davvero, la cosa mi fa incazzare. Provocazioni a parte, io capisco la situazione attuale. So bene che c'è una crisi economica in atto. Mi rendo conto di come il web abbia minato alle fondamenta tutto ciò che ruota attorno agli incassi dell'industria musicale, eccetera eccetera. Lo capisco e mi dispiace, davvero.

Solo che invece di attirarsi addosso antipatie di massa, penso che la Sgae – come la siae – dovrebbe limitarsi ad incassare soldi da dove ancora e sempre possono arrivare. Penso che piangersi addosso faccia comodo a tutti. Eppure l'esperienza di un concerto, per quanto possa essere ripresa in formato video, nessuna tecnologia la potrà mai sostituire davvero. I dischi come oggetto, quando sanno offrire qualcosa di più in termine di packaging e contenuto fisico, si possono ancora continuare a vendere. Basta pensarli come un prodotto qualunque. E, per quanto possa sembrare triste, i fans degli Estopa non troveranno mai su Emule la bandiera e il giornalino a fumetti allegati al cd + dvd dal nome “X”. Per quanto anche a me avesse fatto sorridere, il braccialetto contenuto nell'album di Rosa Lòpez non lo avresti trovato in condivisione su youtube. Ma non serve nemmeno arrivare a tanto. Basta la grafica. Basta ritornare ai formati tipo-lp e puntare sulle soluzioni estetiche. Altrimenti chi lo spiega, il rilancio dei vinili?

Io sarò anche ottimista, ma credo che i soldi si possano continuare a fare. Basta rassegnarsi al fatto che non si faranno più con i mezzi di prima. E allora, se le discografiche continueranno a guadagnare, anche le società che tutelano i diritti d'autore non dovranno più inventarsi contributi impopolari. E i parrucchieri catalani potranno dormire sonni rilassati.

Il dibattito è aperto, ad ogni modo.

postato da ilariadot alle ore 17:53 | Permalink | commenti (13) / commenti (13) (pop-up)
categoria: musica, diritto, spagna


domenica, 08 novembre 2009

Aspettando il mio trance

Ci sono romanzi che ti chiamano. Urlano il tuo nome sin dal primo incontro. Coincidenza fortuita. Pagine- calamita che catturano uno sguardo. “Toh, guarda. Ti aspettavo”.

Eri lì per caso. Aspettavi che il tempo passasse oltre alla effe rossa della porta. Un mese fa. E com'è stato, in concreto, non lo sai nemmeno tu.

Eppure è successo. Chissà, magari è stata colpa dell'Alhambra in copertina. O forse a ipnotizzarti è stato il titolo. Metaforici rilievi nel bel mezzo della trama. In fondo, non può dirtelo nessuno. E però lo sapevi, che quella scrittrice ti avrebbe riconosciuta. Non hai avuto dubbi. Inspira prima del tuffo. In quelle pagine ti perdi, come da copione.

"L'accompagnava una canzone lamentosa, gli occhi del cantante quasi sempre abbassati. La ballerina continuava, in un suo proprio trance. Se seguiva la musica, sembrava non rendersene conto, e se era consapevole del suo pubblico, il pubblico non lo avvertiva. L'espressione sul suo viso sensuale era di pura concentrazione e gli occhi guardavano in qualche altro mondo che solo lei poteva vedere. Sotto le braccia, il tessuto si era scurito per il sudore, e delle perline umide si raccoglievano sulla fronte mentre lei girava veloce, sempre più veloce.

La danza finì com'era cominciata, con un battere del piede deciso, un punto accapo. Le mani erano alte sopra la testa, gli occhi rivolti al soffitto basso, a cupola. Non ci fu alcun cenno di riconoscimento della risposta del pubblico. Avrebbe anche potuto non esserci nessuno, per lei non avrebbe fatto alcuna differenza."

Intendiamoci: delle sue seicento pagine non ho ancora raggiunto la metà. Troppo presto per recensioni entusiastiche. Come nella vita, ancora tutto può cambiare. Ma “Ritorno a Granada” adesso mi coinvolge. E basta copiarne qualche pezzo per capire perchè.

"La velocità del movimento dal tacco alla punta e dalla punta al tacco sembrava impossibile tant'era rapida. Le pesanti scarpe nere, coi tacchi alti e le punte rinforzate di acciaio vibravano sul palcoscenico.Le sue ginocchia dovevano assorbire un migliaio di onde d'urto . Per un po', il cantante rimase in silenzio con lo sguardo a terra, come se incontrare gli occhi di quella bellezza scura potesse mutarlo in pietra. Era impossibile dire se il chitarrista seguisse il battere dei piedi di lei o se fosse lui a dettarne il passo. La comunicazione tra loro era senza soluzione di continuità, istintiva e simbiotica. In modo provocante lei sollevò gli strati pesanti della gonna rivelando delle gambe ben fatte fasciate in calze nere ed esibendo ancora la velocità e il ritmo del suo lavoro di piedi. La danza andava in crescendo, mentre la ragazza, mezzo ruotando come un derviscio, mezzo girando come una trottola, si muoveva in tondo. Una rosa fissata precariamente sui suoi capelli volò in mezzo al pubblico. Non si chinò a raccoglierla mentre lasciava la stanza con passo deciso, quasi prima che la rosa fosse atterrata. Era un'esibizione introversa e allo stesso tempo la dimostrazione più evidente di sicurezza di sé che avessero mai visto."

Nel caso non fosse chiaro, i brani in corsivo sono estratti dalla penna di Victoria Hislop. E io ho tanta voglia di ballare.



postato da ilariadot alle ore 22:33 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
categoria: libri, flamenco, ritorno a granada, victoria hislop


venerdì, 06 novembre 2009

Nebbia

Sguardo distratto.

Fuori dal finestrino, la nebbia si improvvisa cartolina. Sembra essere stata messa lì per i turisti, a incrementare immaginari sulla Pianura Padana. Mi piace pensare che, appena le pupille tornano al mio libro, qualcuno in casco bianco la rimetta via. Già li vedo, frenetici. Operai come formiche intenti a arrotolare uno scenario. Aprono la cassapanca del reale. E, quando tutti dormono, brindano all'impresa.

In effetti ho modi strani di affrontare il mal di testa. Forse è tutto molto meno poetico. Sì. Forse la nebbia serve solo a ricordarmi dove sono.

E allora cerco nella campagna il filo dei discorsi lasciati a metà. Scavo tra i ricordi più recenti del luogo a cui sto tornando. Solo due settimane. Eppure mi spaventa la difficoltà che trovo.

E' come se ogni volta che torno dalla Spagna tutto il resto riuscisse a sembrarmi lontano. Parole, facce, discorsi. Ora sembrano ovattati come se appartenessero a altre ere. Quelli che sembravano problemi sono adesso barzellette di cui ridere. Quello che mi entusiasmava, bambola impolverata che non mi diverte più. E mi guardo attorno confusa, trovando diverso anche il mio sempre uguale. Diverso ma statico, in un certo qual modo. Troppo a lungo ignorato e accettato dai più.

Ogni volta che torno dalla Spagna, le altre mie dimensioni si fanno d'un tratto cupe. Terrificanti emblemi della parola Ieri. E' come essersi abbagliati di luci colorate e doversi di colpo adattare al buio. Gli occhi ce la fanno. Il cuore, forse no.

Ma poi scendi dal treno, inspiri gli odori di sempre. La nebbia, domani, verrà rimontata uguale. E prima che tu te ne accorga, questo sarà il tuo normale. Lo accetterai come sempre. Ti arriverà a piacere.

Sto di nuovo scivolando dentro alla routine.

postato da ilariadot alle ore 22:19 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
categoria: viaggi, riflessioni, parma, cronache, treni


giovedì, 05 novembre 2009

Madrid, Ultima Parte: Applausi...per me

 (Clicca qui per leggere la puntata precedente)

Madrid, Ultima Parte: Applausi...per me

Delle due band di spalla farei una crasi in nome del gruppo perfetto. Degli Hotel La Paz non mi piace la musica, eppure sono simpaticissimi. Vendono da soli il loro disco accanto agli affollati stand del merchandising. “Promettici che domani lo compri”, chiederanno mentre cerco la mia shirt.”Promesso”, anche se non ne ho intenzione. Gli Hotel La Paz escono a bere con le fans. Saltano e ballano per tutto lo spettacolo. Gli Hotel La Paz mi hanno persino ringraziata sul fanclub.

Prego.

I Sidonie, invece....io la musica dei Sidonie la adoro. Non smetto di cantarne i brani, dal primo all'ultimo del loro repertorio. E ballo. E urlo. E mi commuovo. Il disco dei Sidonie é stata una delle migliori scoperte degli ultimi tempi. Eppure l'atteggiamento che hanno incita al piú profondo fastidio. Perché, andiamo, io semplicemente non sopporto chi sale sul palco barcollante con bicchieri di rum e cola alla mano. Non é moralismo: é vedere una professione come tale. E' pretendere rispetto ed alti standard qualitativi nei confronti di chi ti paga da vivere. E non puoi farlo se ti presenti ubriaco perso chiedendo chupitos per continuare a cantare. Non puoi. Neanche se la sera dopo mi tirerai una rosa.

Che, peraltro, nella foga perderó.

Comunque. Forse non serve mischiarli per formare il gruppo perfetto. Forse il gruppo perfetto esiste giá. E ne avró la conferma dopo il countdown. Meglio: dopo essermi distratta accorgendomi della presenza del presidente di Sony. Voglio dire, caspita! Il presidente di Sony é a non piú di due centimetri da me, l'aria annoiata e la camicia professionale mentre scruta soddisfratto il palazzetto gremito. Se avessi piú faccia tosta allungherei un braccio. Mi presenterei. E gli chiederei aiuto per la tesi. Per la tesi o per un lavoro, perché no. Tanto vale sognare in grande. Solo che poi partono gli accordi della Suerte de Mi Vida e il mio cuore mette a tacere il cervello. Adesso, reclama attenzioni.

Da quando cerco vita sotto a un palco, la gente non fa che chiedermi perché. Chi non l'ha provato crede che le tappe di un tour si copino l'un l'altra. E invece é proprio quando vai a due concerti di fila che ti appare ancora piú chiaro quanto sbaglino. Quanto, pur mantenendo uno stesso repertorio, l'atmosfera possa radicalmente cambiare.

E allora il primo é emotivo. Il primo é da pelle d'oca e lacrime.
Il secondo, invece, é puro cabaret.

Il primo si apre con un cambiamento del testo. “Sois la suerte de nuestra vida”, dedicato ai fans prima di un lungo addio. Un addio che non credo sapró sopportare. Non se prima di Zapatillas nuovi effetti audiovisuali ringraziano di tutti i nostri gesti. Della nostra passione. Di aver fatto “del nostro sogno il vostro...é il vostro.”. E alle parole “Hasta Luego” non so fare a meno di urlare un disperato “NOO!”.



 

Il primo risponde alla richiesta di Estefanía. Sul forum parlava del suo ragazzo. Il grande amore che le aveva regalato il biglietto del concerto, perché una canzone de El Canto era la Loro canzone. L'amore che é morto, in un incidente d'auto, poco dopo una vacanza assieme a New York.

E la dedica arriva, sperata eppure ancora inaspettata. Dedica per lui, per Sergio. Per lui e per “tutti quelli che non ci sono piú, e invece dovrebbero essere qui.”. Impossibile non pensare. Quella presenza é sempre lí. C'é dal momento in cui ci siamo stretti in un abbraccio immaginario che, non so ancora come, é arrivato a destinazione. E chi c'era da prima sa com'é cambiato tutto. Sa che quel dito verso il cielo non é una coreografia. Perció anche il testo di Contigo cambia. “Non sono capace di andare avanti senza di te”. Occhi chiusi di concentrazione. Gli occhi di David che brillano di lacrime. L'abbraccio tra i cugini. E ció che senti arriva. Ció che senti riesce anche a farti incazzare.





 

Il primo concerto é la vita, loro e di tutti, che pulsa tra le mani.
E allora non poteva che succedere lí. Quando non me l'aspetto. Quando la mia Equix, come a Roses, mi imbambola. E come a Roses Dani si avvicina. Come a Roses, Dani la fa mia.

“Un applauso per Luna84, che é venuta dall'Italia”.

 



Min 3,32

Perché sí, quando credi di aver raggiunto l'apice quest'apice si supera. E oggi é meglio di quella volta. Lo é perché allora avevo un cartellone. Allora chiedevo qualcosa. E questa volta no. Di piú, il mio nickname non era scritto da nessuna parte. Lui mi ha riconosciuta. Dalle foto sul forum, o dalle altre volte, o da entrambe le cose. Comunque, sa chi sono. Mi regala qualcosa che per me vale molto. E anche se sembra stupido, anche se a un concerto io non ho mai pianto, poi parte l'inedita “quiero aprender de ti”. Se il trucco si scioglie, non é solo per sudore.






 

Sciogliersi. Questo é il verbo adatto. Il verbo che userei sempre. Fino allo sfinimento e un po' piú in lá.

Due concerti e due atmosfere, allora. La seconda piú distesa, eppure ancora imprescindibile su quello stesso brano. Due canzoni dopo avermi vista, in una prima fila stavolta prevedibile. Nell'angolo cieco oltre a una telecamera. Due canzoni dopo avermi indicato sorpreso. E dare il via ai sorrisi. “Y sé que dentro de ti hay una que es mía”. Dare il via alla strizzata d'occhio che mi inquieta. Perché sí, sono ancora qui. Perché Quiero vivir así, ora e per sempre, e voi non potete dare solo un concerto ancora. Non potete perché poi la gente piange, quando i tizi col caschetto iniziano a smontare. E c'é un'altra cosa a cui non so reagire, oltre ai ringraziamenti. No, io non sono in grado di consolare.

Ma il secondo concerto non da troppo modo di pensare. Colpa delle conversazioni tra cantante e chitarrista. Del loro inglese improvvisato e stentato.

“We go to bed”
“No, we go to drink tonight”
“Bell'esempio da dare alla gioventú”.
“In realtá beviamo latte di soja”.

E via con gli aneddoti sulle pubblicitá. Actimel. Vivesol. Yogurt e formaggi, fino allo strano applauso per quelli di Pull and Bear. “Sicuramente c'é qualcuno che é stato licenziato ingiustamente”.






 

Il secondo concerto é un overdose di deliri tra i doppi sensi del verbo “empujar” e il netto rifiuto di halloween. “Che poi arrivano i bambini a suonare il campanello proprio mentre stai facendo la siesta”. Il secondo concerto é un gioco di voci che “io ho sempre odiato, non so perché lo sto facendo ora”. E' uno strano coinvolgimento di smorfie, salti, e movimenti del bacino. E' ridere fino alle lacrime stupendosi di nuovo di quanto possano passare rapide due ore.

No. Chi dice che andare a due concerti dello stesso tour é inutule, forse non ne ha vissuti due de El Canto. E, in mezzo, c'é chi va a far festa e chi mi prende in giro. Ci sono le imitazioni di Javi. Il metro e novanta di Eder. La faccia verde di Cris-callatelaboca, e “che razza di presentazione é?”.

In mezzo ci sono gli abbracci di David, che riescono a diventare una delle scoperte migliori. Perché non posso smettere di sorprendermi di come persone che in fondo non ho mai incontrato sappiano trattarmi come la sorellina minore da proteggere. E si preoccupano del fatto che non abbia dormito. Chiedono se sto bene. Danno consigli su come disconnettere e poi riposare un po'. David se l' é meritato, il palco a Zaragoza. Certo che ce ne sono , di persone speciali!

Ma in mezzo, soprattutto, ci sono i venti euro che non riesco a cambiare neanche in mezzo a bar strapieni. E, mentre ci provo, le urla in sottofondo salutano il passaggio dell'auto di Dani. “Ha giá scritto sul forum”, informa una catena di telefonate mentre sistemo coperte sull'asfalto. La coperta che prendo in prestito all'ostello, ben nascosta nella borsa di Naza. Cartellino “do not disturb” affisso fuori perché nessuno se ne accorga. Anche i genitori di Dani sono giá passati. Applausi accorati dalle fans, mentre la madre si eclissa imbarazzata tra i sedili e il padre burlone imparte benedizioni fingendosi il Papa. Questioni di clonazione piú che di genetica, mi sa.

E poi Tito che, per chi non lo conoscesse, é colui che organizza le file. Tito che ha la voce impastata, e proprio non la smette di parlare. Odio che rimbalza tra le tende, alle quattro del mattino di una notte d'aghi. Freddo nelle ossa. Nella testa. Nei pensieri. Congelare, adesso sí. Proteggersi la vista sotto uno strato di stoffa per sfidare i riflettori sempre accesi del Palacio. E Beyoncé che canta da un cellulare, insistente, proprio appena ti sei addormentata.

“Che ore sono?”
“Le sei e mezza.”
“Merda, non ho dormito neanche oggi!”

Eppure l'adrenalina é piú potente di quanto chiunque pensi, e questa volta le transenne le hanno messe eccome. Corsa meno problematica. All'inizio quasi si cammina. Le scommesse, dall'alto, peró non mancano mai.

“Io non li vedo”
“Ti basti sapere che ci sono”.

Stavolta accanto a Patri, pa'volver a disfrutar.







E le ultime immagini di Madrid sono la maglia di Dani, finita in mano a Sil dopo lo Show. Catena di morbose, esuberanti, sniffate.

“ooooh...sa del suo odore, sa del suo dopobarba!”
E il cinismo di Naza, vagamente imbronciata dall'insonnia.
“Bah, per me sa di ammorbidente”.
“Scusa, passa qua!”
“....”
“Naza, che ammorbidente usi? Sa semplicemente di sudore!”

Risate.

“Se mai un giorno vorrai farmi il bucato, ricordami di dirti di no!”



Le ultime immagini di Madrid sono una spedizione per il parcheggio alla ricerca delle auto dei Vip. Il batterista dei Sin Rumbo che ci guarda perplesse. I progetti di gettarmi in mezzo alla strada.
“Se vede te sicuro che si ferma, tira fuori la bandiera italiana!”
“Oh, io non voglio morire cosí giovane! Neanche se a investirmi é Dani Martín”.

E urla da sopra, siamo arrivate tardi.
Le mie risate in ramping e le domande di Javi.

“Ma te da dove sbuchi?”
“Uhm...da lí.”

In fondo il meglio dei concerti sta in tutto ciò che li attornia. E a Barcellona lo confermeró.




postato da ilariadot alle ore 18:11 | Permalink | commenti (3) / commenti (3) (pop-up)
categoria: spagna, concerti, cronache, madrid, el canto del loco, dani martin


mercoledì, 04 novembre 2009

Madrid, Parte 3: L'Universo della Fila

 Clicca qui per leggere la puntata precedente

Madrid, Parte 3: L'Universo della Fila.

Ore di sonno: circa tre. Alle sei del mattino sarebbe impossibile per chiunque riconoscere la sagoma che mi saluta plateale. A dirla proprio tutta, alle sei del mattino mi é impossibile parlare.

“Nazaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!!”
E ci abbracciamo strette, prima di sentirle dire che mi trova piú italiana. E generare lampi d'odio nei sottocchi giá scuri. Suppongo che sia colpa delle lingue che si mescolano. Succede sempre, quando sono molto stanca. E' come se il mio cervello le avvertisse entrambe naturali. Se si fosse convinto che ormai siano tutte mie. E, nello stesso modo in cui l'aula Magna di Parma mi spillava intercalari “o sea”, ora con la mia amica malagueña parlo addirittura in italiano. Sguardo perplesso. “Ila dove sei? Datti uno schiaffo, bevi un caffé, ripigliati!”. Espressione stranita al pari di quelle italiane, quando sciorino veloce discorsi in spagnolo. Poi chocolate con Churros, e non so davvero più chi sono.

Chocolate con Churros, giá. Non fa niente se restano sullo stomaco. Sono a Madrid: é un rito a cui non posso rinunciare. Tanto piú che il bar ha un'aria famigliare. Baffoni scuri e camicia nei pantaloni. Peserá svariati kili in meno, ma l'aria burbera del padrone ricorda qualcosa. Machu Picchu. Scruto i dipendenti extracomunitari e faccio molti sforzi per evitare di ridere. Forse anche con Aída ho una mania. Sará perché ho scoperto che il barrio Esperanza esiste davvero. Voglio dire, credevo che gli sceneggiatori avessero fatto piú sforzi. Invece, alla vita vera, c'hanno solo aggiunto un “Sur”.

Vabbé. In fondo non é poi cosí importante. La prioritá, adesso, é dormire in attesa.
O almeno lo sarebbe, se ne fossi capace. Invece c'é troppa gente da salutare. Da conoscere. Scoprire. Invece ci sono troppi abbracci da elargire cercando negli emisferi della testa la lingua da connettere. E puntualmente sbagliare. E assorbire domande nella ricerca di un Día.

“Davvero sei venuta dall'Italia?”

E lo dicono tutti, che sono la piú pazza della combriccola. Che dovrei pretendere un pass vip, o per lo meno entrate gratis ad ogni dannato show. A me non interessa. Non mi interessa perché ogni volta che penso di aver raggiunto l'apice, qualcosa mi smentisce al concerto successivo. Non mi interessa perché in nessun momento mi sembra di buttare via denaro. Perché in qualche strano, assurdo modo, sento che tutto ció che do viene tornato. Ed é difficile spiegare che cosa si prova, quando quindicimila persone ti applaudono da un palazzetto pieno. E' difficile spiegare gli occhi lucidi, o la gratitudine che – so – da lí si vede. Non bastano parole, non basta niente. Ogni volta che si accendono le luci le mie vene si nutrono di linfa vitale. E tutto ció che ho dentro io lo sento crescere. Io lo sento, fa rumore se diventa migliore.

Sono venuta dall'Italia, sí. Come le ragazze che mi stanno accanto. O quelle due – sorpresa – che nel primo pomeriggio s'accodano piú indietro.

“Siete del forum?”
“No...”

Strano orgoglio. Promozione. Forse ci dovrei parlare. Invece sono strana. Quasi in bilico tra due identitá. E il tempo passa in fretta, pure troppo. Panini giá tagliati con un gusto fastidioso. La Revista 40 che mi scade in rubriche idiote. “Etero al 100% sono solo Dani Martín e Pilar Rubio”. Per favore. Voglio dire, non credo che la lista sia cosí ridotta. Non ci VOGLIO credere. Anche perché poi mi dovrebbero spiegare come si fa ad essere etero, che ne so, al 98%. Voglio dire, capisco al 50%: sei bisex. Capisco lo 0: gay. Ma le percentuali intermedie mi sfuggono alquanto. Almeno spiegassero i criteri in una legenda. Della serie: 99% etero vuol dire che sei etero ma una volta hai baciato qualcuno del tuo sesso. 98%, sei etero ma hai baciato due volte qualcuno del tuo sesso. 97% sei etero ma...oh, cazzo, che succede?

Pensieri interrotti da valanghe umane. Accidenti. Lo dicevo, io, che dovevano mettere le transenne a contornare le file. E Luna Otero, sparita dalle vetrate della porta d'ingresso, non saluta piú le bestie in gabbia. Quelle che, per uno strano segnale a me ignoto, hanno sfogato l'isterismo piú di mezz'ora prima. E mi schiacciano. Sono in punta dei piedi, non mi riesco a muovere. Aria che manca. Spintoni. Aiuto. Non ho mai visto niente del genere. Nessuno ha visto niente del genere.

Il tizio di prima, quello che per tutto il giorno mi ha rintronata di marijuana passiva, all'improvviso diventa il mio migliore amico.

“Scusa se mi aggrappo alla tua maglia, ma qui perdo l'equilibrio”.
“Non preoccuparti, ci si deve aiutare”.

E le tv conducono spaventate i loro furgoncini altrove.
Almeno quello della security facesse qualcosa. Cavolo, sta raccontando barzellette.
Risate isteriche per evitare il pianto. Qualcuna invece piange proprio.

“Questi sono arrivati alle 6 di sera e sono al nostro fianco”.
Valanghe umane che scivolano ovunque. Io adesso ho sonno. Il cuore batte ma non voglio dargli bado. Ci ho giá rinunciato. Prima fila domani. Adesso, che ne so...adesso sono pronta a morire a metá parterre.

Poi, invece, aprono. Ed io non capisco piú cosa succede. Inerzia nelle spinte. Allenamenti forzati. Una dose di insolita fortuna. Quella che non penso di poter avere, mentre mi trovo con il volto spiaccicato contro la porta. Tavolo dietro. Transenne che cadono. Rumore sordo di vetri che riesce a farmi paura. Non respiro. Un pugno nello stomaco. Mi piego.

“Socorro!”, pensando a Cuenta Atrás. Che diavolo di immagini, adesso! Le altre dove sono? Che..?
Una mano. Angelo custode. Giubbotto florescente della security. Mi strappa di dosso la porta in uno strattone. Sono dentro. Incredibile, sono dentro. Quattro rampe di scale. Corri, Ilaria. Trova la forza e corri. Due porte da scegliere. Altri bodyguards hanno bloccato le entrate. Il mio bivio. Battiti. Battiti. Sangue rosso, dentro me. Piú rosso. Un post.

“Ascolta le tue sensazioni”.
E allora vado verso destra, cosí, senza motivo. Meglio di Roses, tanto, non ci puó piú essere niente. Due amiche si tengono per mano. Deja vú di Titanic.
“Non lasciarmiii”.
Passo sotto al loro ponte di pelle chiara. L'utilitá di essere minute. Mi schiaccio contro uno stipite. “Ok, puoi passare”.

Trecento metri transenna. Di nuovo, poco tempo per pensare.
Eppure il parterre é quasi deserto, e l'incredulitá mi paralizza. Che cosa significa? Mi hanno superato in mille, non puó essere che...? Poi, capisco. L'altra porta non é ancora stata aperta.
Le sensazioni. In tutti i campi della vita, fidati sempre delle sensazioni.

Ed é allora che lo vedo. Un posto libero in primissima fila. Lato David, stesso posto di Roses. So perfettamente che mi porterá fortuna. Gambe alla ricerca del traguardo. Bandiera segnaposto. Braccia allungate per qualcuno che non c'é.

“Scusa, é occupato per le altre italiane, vero?”
“Sí, solo che non so dove siano!”
“Se non arrivano mi posso mettere qui? Intanto sto in seconda, ma in caso...”
“Certo.”

Ed é cosí che conosco Anna di Zaragoza. Mentre Lua mi sorride due posti piú in lá. Mentre un malagueño troppo giovane -che peró promette bene- risveglia in me sopiti elogi de El Pimpi. E Fedix mi raggiunge.
“E' che volevo stare con Gika”.

Non capisco. Cerco di convincerle, ma il tentativo fallisce. Io sono a lato, dicono. Loro, al centro. Si vede meglio da qui. Eppure, no. Per nulla al mondo rinuncerei alla prima. Credo che non ne sarei piú capace. Non saprei resistere alla bolgia, al sudore, agli spintoni. Al cantare senza muoversi e fotografare a caso.

No. Davvero non c'é posto migliore per godersi un concerto de El Canto. E non importa quanto sei laterale. Qui ti passano acqua gratis. Puoi posare la borsa a terra o addirittura oltre alle transenne. Qui puoi ballare, attaccare i cartelloni senza doverli sventolare. Qui puoi parlare con Dani Martín.

Lui che assieme agli altri ha seguito la corsa dal corridoio sopra il palco. E, mentre li immagino scommettere sull'ordine di arrivo, mi chiedo come le quindicenni abbiano giá la forza di cominciare a urlare. Bah.

Intanto la tribuna vip si sta riempiendo. Misteriosa assenza di Patricia Conde, soprattutto in presenza di Miki Nadal. I genitori di Dani mi passano accanto diretti al backstage. Le fidanzate di bassista e chitarrista sono volti ancora ignoti tra palco e realtá. E c'é parecchia gente, sulla tribuna vip. Col senno di poi, ne scopriró i nomi di Iker Casillas. Alex González. Miguel Angel Silvestre. E con tutto questo ben di Dio a portata di vista qualcuno dovrebbe spiegarmi perché io veda solo i tizi di Física o Química. Confermo e ribadisco: un'ossessione. Poi non ci si stupisca se, la sera successiva, rifiuteró di farmi una foto con Cabano. Lontano dalle ragazzine, si accenderá una sigaretta al mio fianco. Ed io provo un moto d'odio fortissimo. Non che mi abbia fatto niente, intendiamoci. Solo che mi perseguita, e una ha pure un limite di sopportazione. Nel mio caso alto, eppure c'é.

Comunque. Le luci si abbassano di un primo grado e, pur con un sottile dispiacere, faccio accomodare Anna al mio fianco. Mi aiuta a stendere la bandiera. E' simpatica. Ma mi dispiace che le compagne di fila non siano anche adesso qui con me. Pazienza. Ho sempre poco tempo per pensare.

(To be continued...)

postato da ilariadot alle ore 17:55 | Permalink | commenti (3) / commenti (3) (pop-up)
categoria: spagna, concerti, cronache, madrid, el canto del loco, dani martin


martedì, 03 novembre 2009

Madrid, Parte 2: Turismo.

 (Clicca qui per leggere la puntata precedente)

Madrid, Parte 2: Turismo.

Basta girare l'angolo. Un giorno e mezzo prima. Eppure le tende hanno il colore dello shock. Mi avvicino silenziosa, quasi in punta dei piedi. L'orizzonte mi disegna più chiara la figura di Sil, intenta a destreggiarsi tra telefono, turni ed orari. Seduta su di un sacco a pelo a fianco, Mayte mi corre incontro in ansia da presentazione.

“Ma siete GIA' qui?”
“Da Lunedì mattina,cara.”
“E stasera arriva altra gente.”

Uno leggero sconforto osserva l'assurdo litigio per la seconda fila. La seconda, capite? Quattro catalani rivendicano in bandiere la loro immobilità.

“Voi siete in diciotto, e non tutti stanno sempre qua!”

La combriccola del forum risponde con tabelle alla mano. Non è colpa di nessuno se Sil lavora la mattina. Elena studia il pomeriggio. Qualcun altro ha detto che ha la gastrointerite. Si divideranno tra gli ingressi di ciascuna delle porte, per poi ritrovarsi assieme al traguardo finale.

Si sfiora la rissa. Sbuffo e altre chiamate. Sul mio cellulare, il nome di Naza già lampeggia ignaro. Reincontri. Arriva domani mattina a far la fila per il secondo concerto. Reincontri, ebbene sì, anche con lei. Penso con rabbia ai kilometri fatti. Alle ragazze del club che darebbero l'anima per stare davanti. All'assoluta prima volta di Valentina. E, per un attimo, mi fermerei qui.



Esito sull'orologio. Madrid la conosco. E se...?
No. Per niente. Ci sono dei piani da rispettare.

“Ci vediamo domani!”, e col sorriso già acceso sto ridipingendomi una nuova idea.
Perchè voltando le spalle alle stelle sto già rinunciando ad una prima fila. Ma vado a due concerti, non a uno. Per il secondo, niente vieta di stringermi in una tenda. Per il secondo, “vi devo parlare”. E “se vuoi stare con noi, devi fermarti anche tu qui a dormire”.

Non c'è problema. In fondo, è anch'essa un'esperienza da provare. Anch'essa può essere divertente.

Ma intanto ho fatto bene. Ne sono certa dal momento in cui Alessia mi saluta a braccia aperte alla Puerta del Sol. Accanto a lei, Valentina ricorda in accento amiche di altre vite. Perchè in fondo ciò che siamo è la somma di ciò che siamo stati. Però se sommi ottieni di più. Ed ecco la ragione di un sorriso.

So di aver fatto bene dal momento in cui discorsi frenetici riescono a distogliermi l'attenzione dai dischi . E per distogliermi l'attenzione dai dischi, devi proprio avere molto in comune con me.

D'altronde, non vedo perchè dovrei sorprendermene. Se passioni condivise sono di per sé il miglior collante, figuriamoci se uniscono in elite oltreconfine. Così troviamo Gika e Fedix al Mac Donald's di Opera. E ci scolliamo dal tavolo due ore più in là.

Sì. Se non avessi abbandonato la fila, un ottantenne calvo non mi avrebbe mai fermata sulla strada del Palacio Real.

“Tu che hai tanti capelli, potresti darmene qualcuno da mettere in testa!”
“Ehi, chieda anche a lei, così ha addirittura la parrucca bi-colore!”

E l'auto che quasi lo investe.

“Cuidado!”
“Niente paura, tanto sono superman”.
Allunga un pugno. Finzione di pistole. Conversazioni assurde che si intrattengono soltanto qui. E la sala riunioni di un'ottocentesco kitsch. C'era l'ingresso gratis, non ci si può lamentare. Però, accidenti, JuanCarlos, potresti arieggiare un po'.

“Gli scriverò una mail”. Risate. Davanti a un tavolo di centocinquanta posti immagina come sarebbe chiedere “mi passi il sale?”.

Fuori, intanto, la stridente monotonia di una cornamusa suona fuori luogo in un paesaggio da panchina. Un biondino che corre ci fa girare le teste. E' fuori luogo anche lui. Fuori luogo come Winnie the Pooh in Plaza Mayor. Secondo me lavora  in un negozio di telefonia. Dico, il biondino. Non l'orsetto in maglia rossa. Che poi in realtà ha le fattezze di una donna filippina. Il marito è Topolino. Non ci sono più certezze. Dios Mios.

E la foto come La Juani, alla fine, non si fa.
Colpa di un'urgenza da merenda. Che se pranzi insalata in vista di lunghi accampamenti, poi non ti puoi lamentare del brontolio delle cinque. Oltrettutto chiama Roby, e la mia tarta de queso sarà più che lieta di riceverla qui.

Deja vù, anche con lei. Lei che racconta di Università e di agenzie turistiche. Lei che mi tenta in mezzo a Blanco ed H&M. Ecco,per me spruzzano qualcosa di strano da H&M. L'anno scorso avevo dato la colpa al mio recente incontro con David Otero. Ma quest'anno...dai, quest'anno non ho scuse se vedo porte a vetro inesistenti. Se non mi accorgo che esistono altri due piani. Se sento l'impulso di acquistare cerchietti assurdi solo perchè in testa hanno delle piume.

“Per Barcellona. Così mi chiedono da cosa sono vestita e posso rispondere 'Da deficente'!”
Jefa, ma stai bene?”

No, Jefa no! Una Jefa non si farebbe tentare dal paio di scarpe rosse che non saprebbe portare. Una Jefa non ne vedrebbe un altro paio con il tacco più decente che, guarda caso, ha il suo numero e le piange tra le mani. Anche lo steward di Ryan Air potrebbe lavorare in un negozio di telefonia. L'avessi saputo prima l'avrei volentieri corrotto, senza preoccuparmi di quei kili in più.

Kili della valigia, intendo. Non miei.
Oh, accidenti. Forse ho problemi ormonali.


E così arriva la sera. Momento opportuno per accorgersi che non sei tu ad avere le allucinazioni. Dico, come si fa a spostare un simbolo? Eppure la statua de El Oso y el Madroño ora svetta vicina al nuovo ingresso di Cercanías. Quello che sembra il Louvre.

“Ooooh, io devo fotografare!”

Devo farlo prima che Ignacio si perda tra i reclami acquolinosi degli odori di prosciutto. Lí ho cenato. Lí ho cenato. Lí. Cavolo, voglio mangiare.
Ma “Un po' di pazienza”, oltrepassando il Sol y Sombra. “Dev'essere qui in giro”, fuori dalla sala Joy. E, finalmente, siamo a Casa del Abuelo. Che non é precisamente l'abitazione di suo nonno, ma il locale che gli vale un gran perdono.

Anche se dice che, tra tutte, sono l'unica che non capisce quando parla in italiano.
Guarda tu. Meno male che ci sono le seppie. Quelle piccole, alla piastra. Quelle che si sciolgono in bocca. Quelle che, in definitiva, adoro. E poi le patatas bravas. Quelle alioli. Los huevos rotos. I gambas al ajillo. I peperoni con la morchila. Tutto l'amore per la Spagna sul palato che ora sta chiamando copas de Sangría.

“Io domani devo andare a lavorare”, si scusa Roby al momento di salutare. Prima, peró, ci fa conoscere la Cueva. E gliene saró per sempre estremamente grata.

Sí. Perché la Cueva é un locale estremamente suggestivo. Incastrato in una grotta, porta nelle scritte sui muri l'anima dei grandi di arte e filosofia. Alla Cueva un bicchiere di sangría lo paghi due euro e cinquanta. E non ti ubriachi neanche. Il che, a dirla tutta, é un peccato. Insomma, credevo di averne bisogno per posare in foto sceme alla fermata di Manuel Becerra. Lá, dove da un poster formato gigante Dani Martín aspetta baci, molestie, e adorazioni. Il servizio fotografico di Fedix é giá stato effettuato in pieno giorno. E le risate divertite dei passanti sono uno spettacolo che non vorrei ripetere. “Ma che te frega?”. In effetti...

Comunque adesso é diverso. Non soltanto perché l'ultima corsa lascia i corridoi deserti in quel loro giallo solare. No. E' diverso perché sono stata da H&M. Ma, soprattutto, perché l'euforia s'accresce man mano che l'orologio indica progressivo il passaggio a domani. Ed, evidentemente, é contagioso. Cosí scendiamo le scale accompagnate da “Son sueños”, sottolineando l'arrivo dentro a un urlato coro. Che poi ci sorprendiamo che il cameriere ci guardi male.

SSSSSssssshhht, intimano quelle dietro quando poi passiamo a Volverá.
E cantavano “Besame Mucho”. Dico, c'é forse paragone?

Domani si avvicina nei miei passi come l'insegna fluo del hostal la Nava. Abbandonarsi al materasso é un po' evitare aspettative. Ma il biglietto non perdona. Addormentato nel mio zaino, le racchiude tutte lí. E il cuore inizia a battere, impaziente. Furbo ed esaltato giá lo sa, che nessuno di noi due potrá aspettare le sette.

Il cuore. Lui, che si impossessa di bassi ed accordi per farmi ricordare che cos'é la vita a tempo pieno. Lui che detta le mie frasi quando smetto di ascoltarlo. Ed ogni volta che ci penso, ogni volta che ricordo di quel soffio, mi piace pensare che respira.

“El Canto del Loco tiene eso que otros no tenían”, cambierá il testo Dani. E la sua mano sul petto é quasi il segno di un legame. Dello scambio di energia tra pubblico e cantante. Del dolore sottile nel pensare alla fine. Di quel qualcosa che fa grande il sorriso in cui mi chiama qualcuno al mio fianco. E che solo chi é al mio fianco potrá davvero capire.

(To be continued...)

postato da ilariadot alle ore 15:50 | Permalink | commenti (4) / commenti (4) (pop-up)
categoria: viaggi, spagna, concerti, cronache, madrid, el canto del loco


lunedì, 02 novembre 2009

Madrid, Parte 1: Reincontri

D'altronde l'avevo accennato, che vi sareste stancati di leggermi. Dieci pagine di resoconti non possono umanamente trovare spazio su di un blog. Perciò, questa Madrid ve la racconto a puntate.

Puntata 1: Reincontri.

Dalla prima fila, i bassi di Corazòn danno significato a un titolo. Lui, protagonista, li assorbe in capriole. Rivendica il suo ruolo. Riconosce negli accordi di Personas il ritmo in crescendo che aveva prima di entrare. E' anche per questo che mi piace stare qui. Che oggi io non filmo. Oggi riduco persino le foto. Sarà che l'azzurro degli occhi di Dani quando poi mi fissa è più inquietante del normale. E non mi voglio perdere. Yo quiero vivir asì.

La questione è cantarlo con passione.


 

Flashback. Solo due giorni prima, eppure sembra un secolo.
D'altronde l'accennavo: conseguenze spicciole al divieto di dormire.

Ricordi come epoche lontane. Ere geologiche in cui lo sciopero Iberia porta con sé strascichi di orrori in dejà vù. Invece niente di grave, per fortuna. Sensazioni e oroscopi a volte si accordano, anche se strani timori non ci vogliono mai credere. Certo, il travaso di passeggeri dalla compagnia di punta alla sorella Vueling mi tramortisce le orecchie in urla di bambini. Cinquantenni con la consuetudine incarnata nelle gonne commentano dietro di me le ultime puntate di Uomini e Donne. Ed io ho forti istinti omicidi. Però vado a Madrid. Per la quarta volta, campionario di stagioni. Vado a Madrid, pronta a farmi sorprendere dai ventotto gradi nei pomeriggi di sole. Vado a Madrid, e anche se appare chiaro che non potrei mai lavorare in un asilo, tutto adesso sembra sopportabile.

Tutto. Anche scoprire che Yoigo ti toglie sei euro al mese se non li consumi. E nel frattempo chiedersi davanti ad un sorriso se in Spagna fanno un casting per scegliere i commessi al reparto telefonia. Forse è per congelare reclami. Congelare. Strano verbo, in circostanze del genere. Mentre scendo le scale del metro, avrei preferito un sciogliere. E penso ai cioccolatini. Sì, va bene. Può anche essere che ho fame.

Rimedierò poco dopo. Fermata Artilleros. Questa volta, la città è soprattutto reincontri.
Con Elena, per esempio. Ovvero, la dimostrazione più palese di come gusti musicali opposti non bastino affatto ad impedire un dialogo.

Ci ritroviamo lì, nel suo quartiere. Uno dei pochi angoli che il turismo non ha ancora inquinato. Atmosfere da Aida nel negozietto d'angolo dove il cassiere commenta una sconfitta del Real. Parco giochi deserti in mezzo al giallo dei lampioni. Portici a incorniciare una piazzetta, dove ai tavoli di locali confinanti sembra proibito bere altro che una clara con limòn.

“Ma che bello, ti portano ancora le tapas!”

E discutiamo appassionate del modo in cui la birra spagnola elimina il gas per scendere più in fretta. Della dolcezza con cui accarezza l'ugola. Dell'idea di liscio, e la pienezza del sapore.

Birra. Caña. Botellita de Cerveza. Mahou o San Miguel. Madrid o Màlaga. E all'una di notte, anche se mi fingo sobria, prendere il metro potrebbe essere complicato.



“Oh, no. Ecco, lo sapevo. E' tornata in Spagna e si alcolizza di nuovo”, scherzerà poi Roberta al telefono.

“Ci vediamo nel pomeriggio”
Reincontri, appunto. Ci sarà spazio anche per quello con lei.

Però torniamo ad Elena, e ai suoi capelli rossi che rimandano a un dialogo. Feste di carnevale in una scuola di Danza. Ballo del qua qua ed ali in legno da appesantito Cupido. “Io quando sarò grande voglio tingermi i capelli di rosso”. Avevamo quanto? Sei anni?

In fondo dev'essere vero che ciò che sarai è già plasmato nell'infanzia. Basta scavare tra i capricci e le parole di bambina. Noi abbiamo fatto ciò che volevamo fare. Noi, amiche elementari che sognavamo la Spagna. E io che volevo scrivere. E le gonne flamenche che indossavo per scherzare.


La vita ci ha divise. Vent'anni a costruirci strade. E adesso eccoci qua. Lei con i capelli rossi, mentre io racconto su di un blog. Lei che vive in Spagna. Io che ci ho vissuto. Lei che si iscrive ai gruppi “odio al canto del loco” ed io che sono qua per rivederli da vicino.

“Ma davvero vai a fare la fila alle sei del mattino?”
E ancora tutti ignoriamo che dormirò addirittura per strada.
“Ma davvero vai a due concerti per due giorni consecutivi?”
Ed è difficile capire quanto possano essere diversi, se il tuo cuore non è al centro mentre una canzone suona.

Eppure andiamo d'accordo. Sì. La serata passa in fretta, tra bicchieri e tv. Lomo alla Gallega e patatas Bravas mentre il suo ragazzo mi racconta Monfalcone. Surreale. Come il mio recente entusiasmo per il rosso che si vede riflesso nell'arredamento di casa loro. Surreale come tutto, in questi giorni spagnoli. Altri giorni in più che non saprò dimenticare.

“Hazme una perdida cuando llegues”

E il giorno dopo il piano è già fissato. Pomeriggio di turismo con le ragazze del fanclub italiano. In fondo, ho solo oggi per ri-godermi Madrid. Per cogliere nel loro affiatamento un moto di strano orgoglio per lo spazio che ho creato. Nel vergognarmi quando mi chiamano “Jefa”, perchè ai ringraziamenti non so mai che faccia fare. Comunque. Il programma è scritto a chiare lettere, sul foglio a quadretti in mano di Gika e Fedix. Non si può sgarrare. Ci si becca alla Fnac.



Peccato abbia la pessima idea di passare prima per il Palacio de los deportes.

(To be continued...)

postato da ilariadot alle ore 18:06 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
categoria: spagna, cronache, madrid, el canto del loco


Avvertenza!


Questo blog è filo-hispanico.



    Chi sono

    Utente: ilariadot
    Nome: Ilaria Dot
    Una studentessa italiana con il cuore in terra iberica.


    • Contattami
    • Il mio profilo
    • Linkami


    ILATube


    Ebbene sì,rompo anche suYoutube


    LA MIA MUSICA



    La mia controfigura


    Meez 3D avatar avatars games

    Bottoni

    • RSS 2.0
    • ATOM 0.3
    • Powered by Splinder

    Contatore