[NB: a causa di problemi di linea, le foto a corredo del post saranno inserite in un secondo momento. Ci scusiamo per l'inconveniente.]
Il caldo è insopportabile. La connessione, pure. Di più: dopo essere stata al computer sino all'una di notte nello strenuo tentativo di inviare una mail, ora mi hanno proprio tolto la corrente. Fantastico. Forse sono questioni di risparmio energetico, chessò. D'altronde, é l'ora della siesta. Peró, alla faccia del wifi! Cioé, se uno vuole caricare il cellulare che fa?
Bah. Spain is different. Non è dato sapere.
Comunque, non sono più io se non accetto sfide. Testarda, così dice di me il segno zodiacale.
Quindi questo post lo scrivo. E stasera l'esimia connessione dell'hostal Doña Lupe dovrá pur lasciarmelo pubblicare. In fondo, stanno facendo di tutto per farmi sentire vip.
Sì. Perchè il punto è che devo avere uno sguardo davvero compassionevole, se ho conquistato una singola per lo stesso prezzo di un dormitorio collettivo. David's old room, c'è scritto sulle mie chiavi. E ora io vorrei sapere chi accidenti fosse 'sto David. Cioè, David quello di Golia? David la statua di Michelangelo? David del Canto del Loco? In ogni caso è uno importante, cavolo. Ergo, mi vorrei bullare.
Non che la stanza sia particolarmente grande, intendiamoci. Anzi, diciamo pure che ho notevoli problemi di incastro tra me e le mie due valige. Cosa che mi è peraltro appena costata un livido sotto al seno sinistro. Colpa della pressione della sedia sul ferretto del reggiseno mentre cercavo di raggiungere lo spazzolino. Capita. Ecco a cosa servirebbe avere una quarta: fa l'effetto airbag e ti evita infortuni. A 'sto punto dovrebbero regalare un'assicurazione sulla vita alle piatte, però. Sennò è discriminazione bella e buona!
Comunque, dicevo. Al di là di questo, nella David's Room c'è il il letto matrimoniale. Il bagno privato. E tutta la tranquillità di un patio andaluso che mi saluta bianca da fuori. Quindi, sì, direi che può bastare. Ecco perchè mi sento una vip.
Che oltrettutto la piscina è deserta. La città, ai miei piedi, mi porge i suoi tetti mentre nuoto. E penso “questa è vita, signori”. Onestamente, dopo tutto 'sto stress da valige, me la meritavo pure.
E' che il turismo individuale ha efetti inconfutabili. Uno su tutti, non poter condividere impressioni su quello che vedi. Quanto alle foto sceme, in qualche modo si rimedia. Però ha anche i suoi pregi. Ad esempio, ti puoi costruire giornate a tua misura. Provare a dormire fino a mezzogiorno. Sentirti una donna in carriera mentre pranzi al ristorante all'angolo. Va beeene, poi magari non ti accorgi che la bottiglietta d'acqua si apre strappando una parte del tappo; passi circa mezz'ora a cercare di svitarlo; le dai continui colpetti sul tavolo, e un uomo in carriera – autentico- ti osserva trattenendo a stento le risate...quelli, però, sono incidenti del mestiere. D'altra parte, cose del genere capiterebbero anche a Becky Bloomwood. E ho imparato da lei a conservare lo stile. Sarà per questo che, in un altro ristorante, un cameriere ci prova.
Per lo stile, dico. Non perchè gli piacciano i film comici. Forse. Oh, che diamine! Non so.
Nel frattempo, la corrente sembra essere tornata. No, come non detto. Era illusione.
Mi ha affascinata sin dal primissimo momento, Granada. E le prime impressioni contano, se ti colgono dopo che, nell'ordine:
1. hai aspettato per mezz'ora un autobus quando l'ombra sembrava un miraggio. Ormai la Madonna mi fa visite frequenti, credo che diventerò mistica. Se non mi sentissi troppo idiota, ve ne illustrerei il perchè fotografando il termometro. Quaranta gradi. Il tempo ha la febbre. Che poi è anche l'alibi alla mia scrittura strana. Perciò scusate.
2. Salendo sul suddetto autobus, il manico della valigia più grande ti provoca dolori incontenibili meglio non dire dove. Il che, se devi immediatamente parlare con l'autista, non è il massimo.
3. Ti accalchi in mezzo ad una quantità indicibile di persone, con i soliti problemi dovuti all'ubicazione del tuo equipaggiamento.
4. Una gentile signora ti cade letteralmente addosso assieme alla sua tonnellata netta di bracciali e catenine. Le quali si conficcano, con sue incommensurabili scuse, su di ogni centimetro del braccio.Ma porcaaa!
E non basta. Perchè poi si da il caso che di bus ne debba prendere un altro. E allora chiedi informazioni: “dov'è la fermata?”. Il tizio, comodamente spaparazzato su di una panchina all'ombra, ti spedisce dritta in fondo alla via. Non una via qualunque, intendiamoci. La GRAN VIA. Che, per chi non conosce Granada, copre le dimensioni di all'ircinca un kilometro. Quindi niente, ti armi di Pazienza e vai. Peccato che, a destinazione, invece del trionfo di un traguardo, trovi l'amara sorpresa di una scritta. “Fermata temporaneamente soppressa”, recita. E scopri sbraitando che la più vicina è esattamente dov'era il tizio comodamente spaparazzato.
Inoltre, il carattere storico della città fa sì che i marciapiedi – nei rari casi in cui esistano – siano petrosi, stretti, ed irregolari. Leggesi: avversario perfetto di due valige ingombranti. Specie se hai deciso di prendere un ostello di fronte all'alhambra, e la strada è giocoforza in salita.
Insomma, capirete che, se dopo tutto questo riesco ancora a dire che Granada è bellissima, vuol dire che sul serio lo è. Infatti lo confermo ore dopo, incantandomi in scorci da quadro sulla via delle opere che ho studiato. A dire il vero, già il fatto che mezzo programma di storia dell'arte spagnola avesse come location Granada, avrebbe dovuto insospettirmi.
E' che questa città ha tutto. Monumenti. Verde. Negozi che il peso perfetto da check in mi impedisce anche solo di adocchiare. Ha un pure un centro a misura d'uomo, un sacco di persone gentili e un'autista figo sul minibus del rientro. Davvero, credo senza esagerare che sia una delle città migliori che ho visitato sino ad ora. E non parlo solo dell'Andalucìa, ma della Spagna intera.
Ecco, forse l'unica pecca è che tutto costa un sacco. Mi aveva avvisata, Daniela. “Non è come Màlaga”. E, se ti chiedono un euro e sessanta per una bottiglietta di acqua naturale, è piuttosto evidente che no. Credo dipenda dall'alta percentuale di turisti presente. Maggiore che nella capitale della Costa del Sol, e quasi esclusivamente anglofona. Tra l'altro è bellissimo studiare le facce degli inglesi quando provano per la prima volta il Pulpo a la Gallega. Estasi pura, non scherzo.
Comunque, alle bastonate sui viveri ho scoperto come rimediare. Beh, almeno parzialmente. Il fatto è che se vai alle macchinette della receptions alle due di notte, rischi di ottenerne piacevoli sorprese. La prima non funziona, per esempio. Così, oltre a tornarti l'euro che avevi inserito, te ne sputa un altro, non tuo. Allora usi quest'ultimo in una seconda macchinetta. E lei, in cambio, non ne finisce più di sputarti bottiglie. Morale: quattro litri d'acqua gratis nel giro di soli due secondi. Va bene, la borsetta pesa un po', però ammetterete che è un buon modo per concludere la giornata.
Per concludere il post, invece, devo rendere giustizia a quest'ostello. Perchè, dai, il wifi traballa. Ma è anche lui tra gli ostelli migliori in cui sia mai stata. Il personale è disponibilissimo. La privacy è garantita. Ed, oltre alla pulizia impeccabile, la zona è perfetta.
Tipo, ora posso aprire la porta e andare a farmi un giro per il Generalife. Così, come se fosse il giardino di casa. Poi posso proseguire, e nel giro di dieci minuti cenare sotto alla Catedral.
Questa è vita, signori! Solo, dite alle zingare andaluse che la smettano di stressare la gente con 'sti benedetti ramoscelli porta fortuna. Non se ne può veramente più!
Domani Roses, e vedremo se la Catalunya compete. Da lì non ci sentiamo, però. Ho il mio bagaglio di sogni già pronto, ed ore arretrate in cui dormire. Lì non sarò turista solitaria. C'è da far casino. Quindi, insomma, mi leggerete dall'Italia. Lo farete quando sarò troppo frastornata per riuscire ancora a realizzare appieno.
Nel frattempo, Greatrings from Granada.
Domani Granada. Ulteriori parole sono inutili. D'altronde, ne aveva sin troppe l'impiegato delle poste, stamattina. “Santa Madonna”, commentava filo-italico davanti ai gossip della sua collega incinta. Ho spedito il terzo pacco, e lui fa presto a parlare. Metterei una croce anche sui soldi spesi. L'aria condizionata, peró, la porterei via.

“Cuánto vale el autobús?”, mi chiede una ragazza col violino. “Gracias, hija” risponde una signora quando le suggerisco di prendere l'uno. Si vede che ho la faccia da locale. E, mentre Grace mi chiama da Madrid, tutt'attorno a me sono troppo gentili. L'ho abbracciata, ieri sera. Occhi lucidi di entrambe. E, con lei diretta in Francia, tutto si fa troppo silenzioso.
Mangio i suoi spaghetti. Sono finite anche le cose da fare.
Il guaio é che, se chiudi la valigia, sembra proprio un giorno come gli altri. La gente fa la fila agli sportelli Alsina Graell. Continua la sua vita, persa dentro ai pensieri. E certo non lo sa, quant'é difficile per me andare via.

La posta mi si intasa. Mail di chi, l'altro ieri, non é potuto venire. Diana passa a prendere il modem. Rita, forse per un caffé. E intanto c'é chi dice che sono “un encanto”. Chi m'invita a Parigi. Chi garantisce che ci rivedremo ancora. Sará cosí, in effetti. Non ne ho dubbio alcuno.
Ma se ulteriori parole sono inutili, forse basterá quello che ho scritto in spagnolo.
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...A los cotilleos con mi compañera de piso. A las lágrimas de ayer. Al Sandevid. A los botellones. A la resaca del domingo y “os lo pasastéis bien anoche, eh?”. A los piropos del dependiente Mercadona. A los viejos que te acompañan al sitio cuando les pides una información. A infinitos “No pasa nada”. A las siestas de Ana y Patri viendo Sé lo que hicisteis. A mi playa. A San Juan. Al Carnaval de Cádiz y 'siamo venuti a ubriacarci'. A “JO-DER!” y las risas maquillando a mi compañero de piso. A las cenas en casa, que hay que ahorrar. Al tapeo en el Pepo y Pepa. A las quedadas en Calle Larios. A los “bajos” de Marta. A las risas de Naza. A mi diario. A los conciertos. Al autobús para Madrid. A las empanadillas congeladas. Al viento de Tarifa. Al helado de Nerja. A los monólogos. A 2000 y pico fotos tontas. A la gente que he conocido. A las canciones de mi Ipod que por fin suenan en los bares. A los chupitos gratis. A los abrazos de los chinos borrachos. A mis colombianos y sus patacones. A las fiestas. Al festival del Cine. Al Huracán saliendo con Daniel. Al frío de Ronda. A Sevilla que no puede ser. A las perdidas por barcelona. A “hola guapísimas” y las narices verdes.A “tú siempre comes?”. A los truenos de la noche en blanco. A la movida de Fuengirola. Al hijoputa que casi me roba la cartera. A mis colitas años 90. A la adicción a Buenafuente. A Sierra Nevada y “a ti qué coño te importa de Amaia Montero? “. A hablar a diario de cosas que sé. Al parchís del primer día. A la alcazaba que me cuída desde lejos. A España. |
Se ulteriori parole sono inutili, basterá pensare a quello che mi resta. Granada, per l'appunto. O il concerto di Roses. Che oggi ho richiamato per conferma, e la signora, tra le interferenze, é riuscita a perplimermi di nuovo.
“Se prendi il bus per la Ciutadella, passi davanti a casa mia”
Sí, ma io devo andare in ostello, mica a casa sua! O no? Bah, mistero della fede.
Se ulteriori parole sono inutili, forse di quest'istante basta un'immagine sola. Il video l'ho girato l'altro ieri. Ore 2 e mezza del mattino. E poi, lo giuro, torneró a scrivere di cose allegre.
La città, oggi, è un luogo tetro. Irreale nel giallo dei lampioni. Passi che rimbombano solenni in mezzo alle serrande chiuse. Non c'è nessun'altro in giro, solo noi. Sembra quasi un film. Forse un thriller. Magari, invece, uno del terrore. D'altronde, solo a me poteva venire in mente di festeggiare il mio addio una domenica sera.

A ben vedere, però, così è anche meglio. L'atmosfera si sposa col mio stato d'animo. Triste. E allora, guarda i rivoli per terra. Non è acqua che pulisce, sono lacrime per me.
“Tiene un cigarro?”, mi danno del lei delle ragazzine che non superano i tredici. Mi sento materna. Dislivello tra frase e età. Sto zitta, però. In plaza Uncibay, un cartellone de El Canto del Loco mi sussurra indiretto il suo Hasta Luego. Alla fermata del bus, Buenafuente sorride formato pubblicità.
Distraiti.
Niente. L'Urbano è chiuso. Non ci sono alternative, d'altronde è domenica sera. Finiamo tutti quanti all'Irish Pub. Tra le molte disdette, sono in mezzo a due emblemi. I primi mesi, con Daniela, Francy, Gaia. Gli Ultimi, con Grace, Jhonny, Patri. Al collo mi penzola una collana fatta dalla mia coinquilina. “Per me una guinness”. Poi, chupitos di cigliegia.


E' una di quelle sere in cui tutto rappresenta qualcosa.
E allora, l'idea. Credevo che il video solo non si vedesse. Avevo già visualizzato montaggi opportuni con Media Maker. Invece, non si sente neppure.
Pazienza. I blog esistono anche per fermare gli attimi. Aspirante giornalista, intervistavo in un questito solo.
Dimmi un ricordo di me.
E allora per qualcuno sono quella che mangia sempre. Per altri la De Filippi ad una festa di compleanno strana. C'è chi mi ricorda come coinquilina. Chi lega il mio nome a un gruppo musicale. Chi sostiene che, se si esce, non la smetto di ballare mai.

Non lo do a vedere, eppure mi commuovo. E' come se il giallo di quei lampioni mi avesse reso vera la realtà. Io sto per partire. Sono i miei ultimi due giorni a Màlaga. Continuo a ripetermi in malinconia. Più di un mese che ci penso. Magari sono monotona, lo so.
Ma continuavo a concepirlo come orizzonte lontano.
Tornare a casa e trovare valige, ecco, quello ha il potere di cambiarmi prospettiva.
E il magone non si attenua, se trovi nello zaino il braccialetto rotto preso da un vù cumprà.
Avevo desiderato quest'Erasmus.
Ora dovrò pensare che altro chiedere al Destino
“Ma non doveva essere in stile tranquillo?”
Sono voci sovrapposte dalla seconda fila. Al mio fianco, una coppia di genitori scambia noia negli sguardi. Questo sì, le figlie quattordicenni non li devono vedere. E allora è tenerezza dentro me.
“Evabbè. Mica è colpa mia se è capitato!”

Non è la prima volta che succede. Penso all'amore più grande che esista. Ai sacrifici che si fanno in nome di un solo sorriso. Perchè quando sul palco esce Katy Perry, quelle ragazzine si voltano verso mamma e papà. E la gratitudine che gli illumina gli occhi cancella fatica dalle loro stesse gambe. Penso ai miei. A quanto troppo spesso non ci facciamo caso. Quei genitori adesso sembrano più giovani, persino.

Doveva essere in stile tranquillo, sì. Però la mia anima da groupie sembra in qualche modo spianarmi la strada. Mai stato così facile: entri alle otto e mezza. C'è un buco sotto al palco. Insomma, si sa che le transenne sono sempre il miglior premio!
Solo che da un po' in qua empatizzo con le madri molto più che con le figlie. Ed è allora che mi spavento sul serio. E' allora che l'eco delle frasi di Grace mi ferisce dentro come un gran pugnale. Questo non è il mio posto. Non più. “Non hai l'età”. Poi ci scherzo sopra. Me la godo di più. Eppure mi guardo attorno. Il gioco delle differenze è troppo facile da fare.
Crisi di coscienza. Chiamatele come volete. Le distraggo nelle ironie di una foto. Nel progetto di un pass che un giorno avrò. Nell'interesse per quello che accade dietro. Ma quelle parole restano. Si distorcono in mente. Quelle parole – ammetto – fanno sempre un gran casino.

Andalucìa + alcol. Praticamente, il mio erasmus in una foto
Almeno fino a quando i riflettori si accendono. Tony Aguilar presenta Lucas Masciano. E comincio a saltare. Urlare. Ballare intensamente come non l'ho fatto mai. Attorno a me, gli sguardi sono perplessi. Poi, a poco a poco, cominciano a divertirsi anche quei due genitori.

Sto in seconda fila. Raggiungo la prima. E sento pienamente che è parte di me. Lo è sempre stato. Sin dall'incanto del teatro al mio primo concerto. Ancora lo ricordo, era di Elisa. E cadere per terra nei litigi per un asciugamano. I LunaPop. I palazzetti vuoti nelle prove di Cremonini. Walter che ci fa entrare gratis. Il pranzo di Cesena. Studio di registrazione. I discorsi sui Queen. Le opinioni. Il dopo. I pranzi ed i raduni a Bologna. Santo Stefano, tappa d'obbligo e di peregrinazioni. Ancora: la pioggia – e me ne frego – sui Negrita. Gli accrediti stampa per Biagio Antonacci. La febbre mentre recensisco Nek. Di più. Girare il Veneto per una band emergente. Gli Hotel e inghippi da telenovelas. I tavoli prenotati. I pomodori a terra. Innumerevoli Festivalbar coi bodyguard che mi alzano di peso.
E ora El Canto del Loco. Assenti presenti anche quest'oggi a Màlaga, nelle foto che ripercorrono la storia della radio. Nelle parole di un noto dj. “L'etichetta discografica fondata da un tal Dani Martìn e un tal David Otero”. Io urlo. Me ne frego altamente se sembro cretina. Passa “la madre de Josè” e urlo. Lo faccio con orgoglio, pure.
Sono in seconda fila perchè soltanto qui puoi instaurare un dialogo con chi sta sul palco. Improvviso i miei show. E, come sempre, faccio ridere i batteristi nelle mie imitazioni. Sono in seconda fila perchè non riesco a immaginare la mia vita senza tutto questo. Perchè le persone che ho conosciuto. I momenti più importanti che ho vissuto. Le emozioni. Tutto è in qualche modo legato ad un palco. Alla bellezza di chi ci sta sotto. Sopra. E dietro.
Sono in seconda fila perchè, sì, mi sento Groupie nell'anima. Non importa l'età. Non importa se capisco i genitori. Io non credo che a questo potrò mai rinunciare.

Doveva essere in stile tranquillo, allora. Invece in questo festival, di nuovo, mi sono lasciata distruggere. E coi fischi nelle orecchie, ore cinque e mezza del mattino, ho sentito che ne era valsa la pena.
Ad ogni modo, il Costa Pop è uno di quegli eventi che si merita una cronaca. Anche e soprattutto per ciò che vi accade fuori.
In fondo non è mica colpa mia, se scelgono di eleggermi un po' a guida. Da Barcellona in poi, dovrebbe essere chiaro che non è affidabile. Ad ogni modo, ve la siete cercata. Quindi: detto, fatto. Rassicuro Marta: “Tu non preoccuparti, quando ci vediamo saprò esattamente come arrivare là”. E, quando l'intento di cercare vip in hotel fallisce a causa dell'orario sound-check, “che autobus si prende?”.
Io lo so.
Non è soltanto l'autobus, in realtà. Le cose tendo a prenderle sul serio. Indi, ho anche studiato la cartina. “Sono ventitré minuti. Poi tutto dritto, e la prima a destra.”
Davvero non capisco perchè continuino a insistere con 'sto benedetto Cercanìas. “E' che al concerto del Canto del Loco...”. Il bello è che inneggiano al risparmio. Voglio dire, se il biglietto del bus costa un euro e dieci e quello del treno due, il portafoglio abbraccia la vicinanza della fermata. No? Secondo me non fa una piega.
Eppure non si fidano, le disgraziate. Le conduco dritte dritte al palazzetto. Scendiamo e lo vedo da lontano.
“Visto che avevo ragione? E' quello laggiù”.
“Ma quello non è l'auditorium!”
Come no. Che cavolo, peggio di San Tommaso. C'è scritto dappertutto “Martìn Carpena!”. Mi seguono in silenzio. Arrivano sino alla porta.
“Eccoci qui!”, è il mio grido trionfante.
Tutto sommato non hanno poi fatto così male, a eleggermi a guida. Strano che non ci sia fila, però.
“Ma questo è il Palacio de Deportes Martìn Carpena!”
“Sì, certo che lo è.”
“Però noi dobbiamo andare all'Auditorio Municipal”.
Ehhh?
I neuroni si accavallano.
“Cosa vuol dire che dobbiamo andare all'Auditorio Municipal? Il Martìn Carpena non è l'auditorio municipal?”
“No. Sono due cose distinte”.
E il mondo mi crolla addosso, davanti al Carrefour. “Questo si merita una recensione!”
Se marta già mi odiava per averla fatta passare per psicopata in un post, i 12 euro del taxi mi inchiodano definitivamente alla sua lista nera. Poi non dovrei stupirmi che al ritorno i suoi non mi possano accompagnare...

Però, che diavolo! Mica è colpa mia! Insomma, mi avevano chiesto loro di fare la recensione sul forum. “Scrivi bene”, dicevano. Non potevo certo sapere che l'avrebbe letta il cantante! Cioè, guarda tu. E adesso, beh...adesso....ehhhhm, adesso....
ok, va bene, adesso è colpa mia.
Infatti sarei anche disposta a pagare il trasporto per tutte. Ma se insistono a darmi la loro parte, meglio per le mie finanze, che dire? Tra l'altro, solo sul trasporto ci sarebbe da fare una lunga parentesi.
Il taxista parla da solo. Si asciuga gocce di sudore. Si lamenta. Il che sarebbe anche il minimo, se non guidasse come un pazzo. “Da qui non usciamo vive”. Clacson. Clacson. Clacson. L'incidente lo sfioriamo tre volte. Quello vero, però, lo fanno davanti a noi. Polizia. Deviazione. “O, per lo meno, non arriviamo in tempo”. E non mi resta che ridere isterica, mentre le prostitute sfruttano i sobborghi per la loro personale vetrina. Madre de Dios, dove accidenti siamo?
Il fatto è che dovrei smetterla di leggere libri. Dovrei smetterla di guardare film. Perchè chiudo gli occhi e mi vedo sgozzata nel mezzo di un prato. “Taxista psicopatico uccide tre ragazze sulla via del Costa Pop”. Occhi inumiditi. Salvateeeem...
“Sono 12 euro!”
E ritorniamo lì, alla seconda fila.
Il Costa Pop express è un festival di musicisti emergenti. Chi vince, si guadagna il diritto all'incisione di un disco. E, quest'oggi, tocca assistere alla finale.

Dico “tocca” perchè, per quanto mi piaccia la musica dal vivo; per quanto io abbia l'anima da groupie, due ore di canzoni sconosciute non sei bendisposta a sopportarle, se ti aspetta una lista di vip. E' un po' come le band di spalla: compito spesso necessario, eppure inevitabilmente ingrato.
Tra l'altro, vince pure il gruppo peggiore. Bah.
Meno male che poi gli effetti speciali di Los 40 Principales precipitano un'auto fuori dal palchetto laterale. “Il viaggio nel tempo” ripercorre in foto i 25 anni che la radio esercita in Andalucìa. Poi non si dica che l'ottantaquattro era un anno ordinario. Sarà per questo che l'ascolto sempre, chissà. Legame biologico. Qualcosa. Comunque il pubblico già vomita energia. Pronto a consegnarsi ai Macaco con voce e passione fuori dal comune.

Voce e passione che pian piano sfumeranno. Colpa dell'orologio, nient'altro da dire. Sì, perchè il concerto finirà alle quattro del mattino, ed i Nena Daconte già cantano per sé stessi davanti a facce stremate. Il bello delle transenne, è che ti ci puoi appoggiare.
In realtà, nemmeno le pause tra un artista e l'altro aiutano granchè alla partecipazione. Se ti gasi hai bisogno di un ritmo che ti induca a continuare a farlo, è il principio basico di qualunque show. Invece, i cambi di palco si riempiono solo di pubblicità. L'adrenalina scema. “Agua, por favor”. Stirare le gambe è missione impossibile.
Dico io, potrebbero sfruttare la grinta di Tony Aguilar. Che capisci perchè qualcuno è famoso, solo quando davvero lo vedi in azione. Però, no. Intrattenimento zero. La logica, d'altronde, è quella della trasmissione, si capisce dall'ubicazione del cameraman. E fa sorgere i dubbi. Se il concerto è sempre più amico dei media, fino a che punto i media possono permettersi il protagonismo sul live?
Non so se mi spiego, ma un confine ci dev'essere. La mente va ad un film, però non dico quale. Altrimenti mi chiamano fissata. Però, che caspita, avevano ragione!
Bisogna pensare al pubblico. Quello che paga. Quello, che in questo caso, fa pure beneficienza ad un'associazione. Il pubblico che cerca le transenne. E salta. E regala sorrisi ai propri genitori.
Senza il pubblico non c'è concerto. Senza televisione, sì. Per questo me ne frego, se l'evento passerà su 40 tv. La telecamera, semplicemente, non dovrebbe stare lì. Non dovrebbe permettersi di oscurare i cantanti alla vista di metà del parterre. Grazie a Dio Tony Aguilar è tra i miei amici su facebook. Per lo meno, glielo posso dire.
I media...già, i media. Quelli che uniscono due mondi. E ci fanno sentire chi ammiriamo molto più vicino alla realtà. Io li adoro, i media. Io ci voglio vivere, dei media. Ma dico parimenti che bisogna usarli bene.
Quanto al resto, però, niente da dire. Le performance si alternano in sorprese. Negative, nel caso di Carrasco che delude in playback. Però positive in tutti gli altri casi.
E quando Nek – sì, Nek – sale sul palco, l'affetto della Spagna mi commuove. Non è patriottismo, no. In fondo, ho scordato la bandiera. E' solo che l'emiliano pesa sul suo accento.
“Italia y España, siempre”
Domani c'è la mia festa d'addio. Non può non darmi un brivido, la frase.
Se anche stavolta mi ammalo, però, giuro che organizzo spedizioni punitive a Sassuolo. Eccheccavolo.
Non che sia difficile ammalarmi, peraltro.
L'ultimo bus è scappato a mezzanotte. La lotta per il taxi è un continuo lanciarsi in mezzo alla strada. Passano. Non si fermano. Bestemmie. E il vento freddo della sera pesa indubbiamente sul sudore.
Se non altro, le disgrazie uniscono. Ergo, mi trovo a socializzare. Prima con un gruppo di spagnoli. Vanno al Vialia. “Dividiamo le spese?”. “Magari!”.
Solo che poi s'arrendono all'impazienza.
“Noi andiamo a piedi”.
Cioè, più o meno un'ora di strada per le zone degradate di cui sopra. Piuttosto di unirmi, aspetto la corsa delle sei.
Quindi scorgo la desolazione nel volto di due bionde praticamente uguali. O forse vedo doppio, che ne so. In realtà, sono anche esattamente uguali alla Pr di un locale del centro.
“Di dove siete?”
“Olanda”
Ah, ecco. Esattamente come lei.
Mi sorge il dubbio che le olandesi le fabbrichino con lo stampino.
Comunque, le due sono dirette a Plaza de la Merced. E tra famiglia erasmus – forse è vero – ci si aiuta.
Così, dopo aver discusso di contratti e di partenze, la lucina verde è quasi un'illusione. Chiudo la porta di casa alle cinque e mezza del mattino. Rido di me stessa. Tutto sommato, c'è soprattutto una ragione per cui cerco le transenne. Ed è perchè ogni live è sempre e solo un'avventura.
Un phon chiamato Terral. Gocce di sudore animate dal vento. Tutto sommato, basterebbe ricordare che il termometro qui accanto segna punte massime di trentadue gradi. Voglio dire, ed è sin troppo noto che tende a mentire in inferiorità.

Mi aspetto d'incontrare Dante. Accompagnato da Virgilio, forse saprebbe dirmi in che girone mi trovo. Non so se esista quello degli inquieti, ecco il perchè del dubbio.
In ogni caso, il quadro non è dei più propizi a scarrozzarsi un pacco della metà del mio peso. Cioè, esattamente la metà, capite? Solo che è più basso, urgerebbe una dieta. In una parola, impone.
Perciò, ecco: ho sempre odiato approfittare delle persone. Specie se implica cadere nella negazione del Girl Power. Eppure, a volte vanno ammessi i propri limiti. E, quando non vedi via d'uscita, la sopravvivenza è in mani altrui. Odio approfittare, punto e a capo. Però, grazie a Dio, conosco gente favolosa.
Con queste premesse, lo squillo di Danielo è il segnale che aspetto. Spingo con mani e gambe il mio malloppo, temendo nel clack clack dei suoi cordini giallo fashion. Se si rompono, sono fregata. Non credo che regga, solo con lo scotch.
Sono in ascensore. Evvai. Prima tappa conclusa. Ma è ora che viene il peggio. Insomma, c'è una rampa di scale. Per cui il vero problema è: dove accidenti appoggio la borsetta? Ribadisco: dovrebbero mettere in commercio il gonnellino di Eta Beta. Tra l'altro, farebbe pan dant con le meravigliose collane della Grace's Production. E' la mia compañera de piso, dovevo pur riservarmene due! Ad ogni modo non ho mai capito come cavolo si scriva “pan dant”.
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Dovrei studiare francese.
O no.
Il fatto è che poi Dani arriva, e con i Negramaro nello stereo dell'auto s'incarica ufficialmente del resto della strada. “Dobbiamo aiutarci, nella famiglia erasmus”. Sarà. Ma mi sento una merda uguale.
In posta si sta bene, però. Aria condizionata a palla, nessun problema con le dimensioni. Sospiro. Peccato io ignori che spedire un pacco equivalga grossomodo a un interrogatorio poliziesco. Con esordio da thriller, peraltro.
“Devi togliere quattro kili, il massimo è venti”

E la voce piatta della bionda trasforma l'espressione in brivido. Come sarebbe a dire TOGLIERE QUATTRO KILI? E dove accidenti dovrei mettere la roba? Ok fare beneficienza, ma l'accappatoio mi servirebbe pure!
Grazie a Dio, la sua collega mora è apparizione.
“Guarda che va in Italia. Non ci sono limiti, per l'estero”.
L'ho sempre detto che le more sono migliori.
“Oh, qué susto me habías dado!”
Spavento? A te? E io che dovrei dire, allora? Già mi vedevo a mendicare scatole al supermercato. Oltrettutto dopo aver litigato con il taglierino per togliere in tre giorni tutto 'sto ammasso di scotch! Uhm. In effetti, forse forse ho esagerato.
Ma dicevo dell'interrogatorio. Si articola in formato questionario, e già la prima domanda mette in crisi. Tra parentesi, chi cavolo sta cucinando Pescaìto frito, adesso? Ho appena finito di pranzare e già gli odori mi inducono alla fame golosa. Per piacere, smettetela subito!
Ok. Torniamo al dunque.
La prima domanda è: “contenuto?”. Che di per sé non sarebbe manco così complicata, se lo spazio per rispondere non equivarrebbe a un quadratino di 5 mm per 5 mm. Cioè, spiegatemi: come accidenti pretendete che io riesca a far stare una descrizione decente del contenuto di un pacco di 24 kili nell'equivalente di un quadretto da bloc notes? Dovrei usare un linguaggio in codice conosciuto solo dai postini? Bah. Scrivo “ropa”, e me la cavo.
Solo che poi viene il peggio.
“Quantità?”.
Ma che diavolo ne so!! Non son stata a contare le magliette, Santo cielo! Tanta può andare, come risposta? Il bello è che non ti liberi. No. Vogliono sapere pure il valore approssimativo in euro. Della serie, che te ne frega? Guardo Danielo disperata. Guardo la bionda disperata. “Pon algo”, è il suo grande suggerimento. E fin lì ci arrivo, bella mia, ma l'ho già detto che ho difficoltà coi numeri. Oltrettutto non ho davvero la più pallida idea di quanto possa valere la mia roba. Ad esempio: gli appunti dell'università sono un'ammasso di carta che non arriva ai 2 euro. Ma per me valgono molto di più delle tre paia di jeans e dei maglioni che ci ho pressato attorno. Le scarpe da flamenco? 50 euro. (con mastercard) La gonna da flamenco? 70. Ma il loro valore affettivo raggiunge grossomodo il triplo. “Pon algo”. Sì, ma non è affatto facile.
Alla fine mi stresso. Scrivo una cifra a caso. E consegno non prima di aver ricontrollato quattro volte che l'indirizzo del destinatario sia giusto.
Il bello della posta, però, è che, come nei film, c'è sempre un finale a sorpresa.
“Lo mando come pacco economico o pacco prioritario?”
Nessun dubbio.
“Economico!”
“Ma guarda che costa uguale!”
Della serie: e allora perchè me lo chiedi? Ma soprattutto: se costa uguale, perchè accidenti il pacco economico si chiama economico? Sono perplessa. Sborso 87 euro. Me ne frego di come lo mandi. L'importante, francamente, è che mi arrivi.
Apro il portone di casa. Ho poche cose in armadio. Fuori c'è un phon chiamato Terral, però almeno mi sento più leggera. Ora, non mi resta che prepararmi per il Festival Costa Pop, che convoca a Màlaga le grandi stelle della musica nazionale ed internazionale. Tra loro Katy Perry, Nena Daconte, Lucas Masciano, e...

“Oh, ma tu sai che faccia hanno i Taxi? Adoro la loro musica ma non so come son fatti!”
“Non ne ho idea. Però credo che siano bianchi con un cartellino appeso al collo con su scritto 'Libero' o 'Occupato' “.
“....”
“E ti portano pure dove vuoi! Quel che si suol dire un gruppo utile!”
Forse il caldo mi fa male.
Concludo con il nuovo singolo di Bebe, che si apprezza veramente dopo vari ascolti. E' che torna dopo cinque anni. E' che me fui, pa' volver de nuevo.
Sto elaborando interessanti teorie sui venditori ambulanti di bibite in spiaggia. Sì, insomma: quegli strani individui che tendono a svegliarti in cantilene ogni volta che ti assopisci sulle note dell'ipod. Davvero, credo che siano pure loro un universo a parte. Se non altro perchè vorrei sapere dove diavolo trovino quei cappelli in paglia. Forse glieli vende Indiana Jones. Vabbé.

Il fatto è che li ammiro. Voglio dire, chi sarebbe disposto a passare la giornata intera sotto i quaranta gradi dell'impietoso sole di Màlaga? Chi ripeterebbe costantemente le stesse parole? Dev'essere davvero uno dei lavori più faticosi del mondo. Mica come fare la modella di mani e piedi per i cataloghi di cosmetica e scarpe! Quella sì, che è stata un'illuminazione! Me l'ha data la Revista 40, in una bella rubrica sui lavori strani. Non sei obbligata ad essere strafiga. Tanto, faccia e corpo non si vedono neppure. I requisiti, per le donne, sono avere un 37. Oppure mani piccole, con le dita magre e le unghie lunghe. Della serie: sono io, capite?! Continuo a leggere, vagamente incuriosita. Pare che per una mattinata di foto, 4 ore soltanto, ti diano la bellezza di 450 euro. Cioè, cavolo, ditemi dove bisogna fare domanda! Io ci vado anche ora e camminando sulla testa. Sulle mani no, ovvio, sennò si rovinano e non mi prendono più.
Comunque. Stavo parlando dei venditori di bibite. Sono quasi certa che, quando tornano a casa, parlano con la stessa cadenza con cui promuovono i loro prodotti. Poi la moglie gli dice che c'è per cena. E loro: “ e da bere? Fanta, coca cola, agua, cerveza, fresquita la cerveza?”. A dire il vero, penso anche che per la maggior parte siano separati.
Tutto questo per insinuare subdolamente nelle vostre coscienze il fatto che sono abbronzata. E ne vado pure immensamente fiera! Specie perchè al centralino Ryan Air mi ha risposto un uomo gentile. Cinque secondi, dati corretti nell'archivio. Ristampa e “buon volo!”. Insomma, tutto sistemato. Ora non mi resta che trovare il modo di portare il pacchetto alla sede del Correos.
Uhm. Una cosa per volta. Mi sa tanto che ci penserò domani. E anche se non c'entra, vi delizio con un video della Noche de San Juan.
Della serie, offerta speciale. Anzi, meglio: uno di quei pacchetti all inclusive che ti spacciano per divertimento ai villaggi vacanze. Sì, insomma: quelli dove, a suon di escursioni ed aerobica in piscina, finisci col chiederti se ti rilassi davvero. E la risposta, ovviamente, è no.

Il primo giorno parte quando mi sveglio. Anzi, no. Parte dopo aver messo piede fuori casa. Che, davvero, come nei villaggi vacanze vien da dire “chi me l'ha fatto fare?”. Cioè, c'è il microclima ideale, tra le mura spesse della mia stanza. Una brezza leggera sposta i capelli. Ventilatore spento, qui non batte il sole. Solo che poi esci, e un solo passo è bagno di sudore. Esagerato. Non trovo altre parole per descrivere 'sto caldo. Trentacinque gradi in centro, figuriamoci Teatinos. Poi è normale che il cervello si fonda. Capisci perchè i malagueni dormono tutto il giorno. Perchè si cena tardi. Perchè i ritmi sono spostati più in là. Essì: diventi realmente più saggia, quando aspettando il bus pensi che la Finlandia non è una cattiva opzione. Muoio.
“Chi me l'ha fatto fare?”, dicevamo. E la colpa è dei voti di storia dell'arte. Nome scritto a penna in fondo alla lista dei matricolati. Nove tondo. Media nove. Asterisco. L'iride scappa a sinistra. Improvvisata legenda in bic maiuscola. Nera.
Le persone con l'asterisco, se lo vogliono, possono provare ad alzare il voto. Chi aspira al 10 dovrà sviluppare due temi nell'esame ufficiale del prossimo trenta...
Smetto di leggere. Io sono in vacanza, che cavolo! Il nove basta e avanza. Non sarò così secchiona. Oltrettutto, devo ancora pensare a come portare il pacco alla sede del Correos. E, ha ragione Grace: ho comprato troppe uova.

Poi arriva il secondo giorno, quando incontro Audrey alla Cafeterìa di Letras. Lei è stressata dagli esami. Io ho la controprova di non saper dire addio. Cioè, proprio non ci sono tagliata. Finisco sempre con l'aggiungere un “tanto ci vedremo, prima che parta, no?”. E il guaio è che lo dico anche se so che non è vero. Credo sia per lo stesso motivo per cui ho comprato tutte quelle uova: non voglio affrontare la realtà. E allora parlo di film francesi, come se niente fosse, mentre il mio subconscio si pone domande strane. Ad esempio, per quale motivo dovrei organizzare una despedida? Io tornerò. C'è mica bisogno di renderlo ufficiale. Di piangere. Di comprare la dannata bandiera dell'andalucìa da far firmare alle persone. Insomma, non basta uscire tutte le sere a partire da domani? Non basta un ostello a Granada con la piscina sul tetto? E il concerto di Sabato? A ben vedere potrebbe già essere questa, la mia despedida. O forse sto delirando per via del sole. Non credevo di avere così poca capacità di resistenza, eppure credo che quella all'orizzonte sia proprio la Madonna. E non parlo di Veronica Ciccone. Lapponia. Lapponia è anche meglio che Finlandia. Ho una voglia di Calippo incrdibile. Perchè nessuno ha mai pensato di mettere un distributore di calippo alla fermata del bus? Accidenti, datemi il buuuuussssss.
“Ciao, ci vediamo!”
Che diamine: l'ho detto, che non so dire addio!
Il terzo giorno è casa di Pilar. Mi ci ha invitato per il check in di ryanair. Adesso, con loro, farlo online è obbligatorio. E la sua stampante è manna dal cielo. Quindi, occorre una premessa. Io ODIO Ryan Air. Cioè, mi stanno proprio sulle palle. Li ho scelti per comodità e prezzo, ma continuo a pensare che siano degli pseudo- truffatori. Perchè, dai, parliamoci chiaro! Le scovano tutte per spillarti quattrini. Un kilo in più, dieci euro netti da pagare. Vuoi fare il check in in aeroporto? 40 euro da pagare. E non basta. Si pubblicizzano come la compagnia più economica del mondo. Voli a 8 euro, che figata. Già. Solo che poi fai la prenotazione, e Oh! Ci sono le tasse. Oh! C'è l'assicurazione. Oh! C'è la valigia. Oh, c'è...Morale: quel volo finisce complessivamente col costarti 36 euro. Ovvero, la stessa cifra di uno dei più cari della mia amata Vueling. Che, oltre ad avere personale più accomodante e sedili più spaziosi, almeno ti dichiara da subito il prezzo che sborserai. Non basta. Perchè Ryan Air è anche l'unica compagnia che non ti lascia tenere la borsa del portatile oltre al bagaglio a mano. “Una cosa, non due, altrimenti ti lasciamo a terra”. Come se una avesse altre opzioni che portarsi il portatile a mano. Insomma, è arcinoto che non puoi imbarcarlo nella stiva.

Perciò, è con la base di questo sfogo che entro nella loro homepage. Il caldo di cui sopra mi ha spappolato il cervello. Pilar che mi parla non aiuta. Insomma, mi distraggo un tantino. Ergo, finisce che invece di scrivere il mio numero di carta di identità scrivo semplicemente il tipo di documento. Ovvero “carta d'identità”. Davvero astuta, come cosa. Non capisco come mi sia venuto in mente. Essì che ne ho fatti di check in, in vita mia! Il punto è che non si possono più modificare i dati. “Mettetevi in contatto con il nostro centro prenotazioni”, intima una scritta. Centro prenotazioni che chiude tra meno di un'ora e che, guarda un po', costa la bellezza di 87 centesimi al minuto.
FANTASTICO.
Gli altri diciotto giorni passano nel mio stomaco chiuso. In una corsa contro il tempo al telefono di casa. Merda, dovrò pagare a Grace. Tu tu tu. Perennemente occupato. I nostri uffici sono chiusi. E va a cagare. Non mi arrendo, chiamo l'aeroporto di Granada.
“Per queste cose deve venire in aeroporto, quelli di Ryan air non le possono rispondere di queste questioni al telefono”.
Ora, mi spiegasse perchè no. Voglio dire, ho solo sbagliato di scrivere una cosa. In qualche modo si potrà pur correggere! Anche perchè non accetto di non andare a Girona. Perdere quel concerto sarebbe per me una delusione secolare. Dopo tutto quello che ho lottato, semplicemente non l'accetterei. Quindi domani, a costo di spendere venti euro e svegliarmi alle otto per chiamare per prima, io parlerò con la Ryan air. Questo sì, magari evitando di dirgli che li odio.
Come dopo una settimana al villaggio vacanze, ho a pezzi corpo, anima e umore.
Poi, la cenere ha la meglio. Assume protagonismo a spese della salsedine. Il momento esatto, lo potresti quasi ritagliare.
Il fatto è che, di notte, il mare ha un fascino immutevole. Moltiplica un falò per cento. Dai delle chitarre a mani conosciute. E avrai una festa da esportare. Tutto sommato, devo essere un po' hippie. Magari una hippie raffinata, d'accordo. Ma, in fondo, il Peace and Love si può predicare anche se i capelli ti stanno da Dio. Giusto? Poi tanto è tutto effimero, la sabbia lo sa.

L'appuntamento è alle 22.30. 23, nel linguaggio condiviso dell'integrazione. Quindi, me la prendo comoda. Faccio slalom tra gli abbigliamenti più svariati. Lo spirito della democrazia che fa convivere costumi ed eleganza. Afferro volantini. Fornisco informazioni a età svariate. E, circa due kilometri dopo, mi trovo sotto il palco di Cadena 100. Se non altro, camminare sulla sabbia fa bene.

Curioso come non ci sia nessuno, attorno alle prove dei Pignoise. La gente fa la fila ai chioschi SanMiguel. Io ho il cantante a meno di un metro. Eppure, chiunque se ne frega. Sì, qualche “Guapoooo” c'è sempre. In fondo, la sua essenza di raucedine acuta appartiene al folklore da concerto. Ma sono abbastanza certa che l'autrice l'urlerebbe anche ad un pupazzo. Lì dietro ce n'è uno, per esempio. Conficca nella sabbia la sua monogamba lignea.
“Cavolo, credevo fosse una persona!”
Invece, è una delle cose che bruceranno stasera.
In fondo non dovrebbe sorprendermi, il deserto sotto al palco. Lo spettacolo dovrebbe essere iniziato da un'ora. E invece, quelle luci, non ne voglion sapere di atmosfera. Il microfono non va. Il basso non si amplifica. Attorno all'area mixer il movimento c'è. Solo che sa già di disperazione.
Torno indietro. Altri due kilometri all'incontro multietnico con Rita. Con lei ci sono le sue coinquiline. Gli amici. I volti che litigavano una notte in nome della scelta di un locale. Siamo inglesi, italiani, spagnoli. Dopo nove mesi, l'idea non ha ancora smesso di affascinarmi.
Oggi la città intera si è riversata in spiaggia. Attorno a me, il colore degli asciugamani si alterna a ciò che ha dato nome ai chambao. Accampamenti. Gazebo. Risate. Osservo la trasformazione muta che immancabili bottiglie di Sandevid esercitano sulle espressioni facciali. Che, in fondo, mica è un caso se lo inneggerà pure il dj. Alcol, alcol, alcol, alcol, hemos venido a emborracharnos...tutto un revival del carnevale di Cadiz. Ma in meglio.

Perchè stasera, sulla malagueta, l'ebbrezza è leggera ed allegra. Come l'estate che è appena iniziata. Come gli esami che stanno finendo. In sintesi, come lo spirito di chi vive San Juan.
“Guarda: hanno aspettato noi per cominciare!”
E a mezzanotte in punto, le prime note alzano tutti in piedi. Ce l'hanno fatta. Stendiamo i nostri asciugamani sulla sabbia. Brindisi di rito. E la festa può iniziare davvero.

Le rispetto tutte, le tradizioni di San Juan. Scrivo i miei desideri su un foglietto, senza che nessuno veda. Li getto con fare solenne nel fuoco più alto di tutti. E poi corro in acqua, a lavare via il vecchio e far entrare il nuovo. Beh, in realtà soltanto dai piedi.
Intendiamoci: io mi tufferei sul serio! Fa un caldo esagerato. E il mare, di notte, esercita un fascino immutevole. Mi tufferei, come le tipe grassocce che si schizzano in deliri di euforia. Come l'uomo attempato che non ci pensa due volte a far sfoggio delle proprie nudità. Mi tufferei, sì. Solo che i miei compagni d'avventura si limitano ai piedi. E, se ci si aggiunge che per nulla al mondo lascerei alla sabbia la mia gonna nuova, paso.
In fondo, ci si diverte comunque. Poi, se i desideri si avverano, tornerò in Spagna ogni anno a formularne di nuovi. Questo è chiaro. Nel frattempo, dj Pulpo alterna Zapatillas a Caminando por la Vida di Melendi.
Scambio di occhiate con Rita.
“Ho un sacco di voglia di ballare!”
Un concerto de El Canto del Loco. Ritrovare gli amici di Parma. Un altro concerto, forse due. Per giunta, nella mia Madrid. Sembrava davvero che bastasse tutto questo a depurarmi un po' dalla malinconia. Poi, sono andata all'ufficio scambi internazionali.
Lo scenario è cambiato. Josè, no. Lo saluto con l'entusiasmo che riservi a facce note. Gli racconto la mia vita con occhioni dolci inclusi. “E' che lascio la Spagna il sei, però il trenta devo andarmene dall'appartamento, quindi...”. No, non gli sto chiedendo ospitalità. Soltanto che il certificato di uscita mi venga firmato prima.
Fa caldo. Inutile sprecare parole. Il monologo, non lo finisco nemmeno.
“Ma certo, nessun problema! Anzi, senza che fai la strada due volte possiamo dartelo anche ora!”
Detto, fatto. Lo seguo sino alla porta adiacente. Decisamente, spazio e ordine affidano a Teatinos la vittoria sul passato. Lì, José mi lascia nelle mani di Marta. Altra faccia nota. Ulteriore entusiasmo. Monologo interrotto, questa volta, sulla mia carta di identità.
“Il tuo nome mi suona un casino! Tu hai un blog, vero? E sei su facebook, su twitter...”
Cavolo, praticamente una celebrità.
“Già. E poi ti ho intervistata!”
“E' vero, è vero”.
I ricordi passano veloci davanti alle mie iridi mentali. La scatola del tempo deve avere un doppio fondo. Non so come abbia fatto a farci stare dentro tante cose, se sembra così piccola e leggera.
Sì, sì. Va bene. 'Sta cosa di impacchettare deve avermi deviato le metafore.

Comunque sia, ci mettiamo un secondo. Foglio posdatato, mille grazie, e sono fuori. Sono fuori, con la consapevolezza strana che in quell'edificio non ci dovrò mettere più piede.
Un concerto de El Canto del Loco. Ritrovare gli amici di Parma. Un altro concerto, forse due. Per giunta, nella mia Madrid. Sembrava davvero che i progetti fossero la miglior cura. Pensa avanti, mai indietro.
Poi, sono andata all'ufficio scambi internazionali.
E' che vederlo lì, congelato in inchiostro, rende tutto più reale. “Dichiariamo che Ilaria ha lasciato questa istituzione”. Lo leggo, e gli occhi mi si inumidiscono di colpo. Che poi, al centro di un parcheggio, non è proprio la cosa più sicura.
Svuotata di adesso, riempita di ricordi. Perseguitata e liberata da ogni sorta di pensieri. Vago così, senza meta. Decido di esplorare zone ignote del Campus. La Tienda Uma è chiusa. La facoltà di Scienze, davvero carina.
Ed è così che mi ritrovo in mezzo al giardino botanico, perfettamente cammuffata nella mia gonna nuova. Una siepe circolare fa di me il suo centro. Inquadratura dall'alto. L'aria calda dell'estate balla un valzer coi capelli. E mi verrebbe voglia, allora, di allargare le braccia. Sì. Se avessi abbastanza fegato da fregarmene; se avessi, magari, un cappellone in paglia e degli occhiali scuri, volteggerei su me stessa come fanno nei film. Oppure urlerei“è tutto attorno a te”, manco fossi la nuova Ilary Blasi. Almeno in quanto a nome, quasi quasi ci siamo.

Il jardìn botànico dell'Università di Màlaga
E' che tutto mi suona epocale, quest'oggi. Le cose piccole, l'autobus che passa davanti al ristorante della primissima sera. Lo stupore delle luci del Larios Centros, che mi sembrava assurdamente fuori mano. Li guardo con la telecamera nel cuore. Li fermo in un immaginario videoclip. E mi sento scoppiare di vita.
Ecco. Ora, in mezzo al giardino botanico, se qualcuno mi chiedesse come sto, probabilmente scoppierei a ridere. Mi servirebbero le scarpe rosse tacco 12, per essere una scoppiata sulla regia di Almodòvar.
Quest'oggi non mi riesce di descrivermi, se non come una di quelle canzoni che parlano di tristezza ma trasmettono allegria. L'iPod mi ascolta. Nello specifico, questa va da Dio.
“Sono una cittadina del mondo! Anzi, no. Non ve l'avevo mai detto, ma in realtà sono un robot. Qui dietro ho i tasti di accensione e spegnimento, nonché una manovella che permette di selezionare le varie funzioni”.
Se vi sembra un dialogo paranormale, non avete colto lo spirito della cena. In realtà, questo altro non è che il modo più plausibile per spiegare la mia presunta assenza d'accenti. Quella che mi imputano anche in terra natale, intendo. D'altronde, se Jhonny è un tamagochi – sei contento? Ti abbiamo portato anche altri ragazzi così puoi fare amicizia – la rivelazione non risulta poi incredibile.

Il fatto è che, se in Italia organizzavo cene spagnole, in Spagna non potevo esimermi da una cena italiana. Con la bandiera appesa in sala sembro quasi patriottica. Ma Tu sei patriottica solo quando mangi pasta. Ed è la sacrosanta verità.

Solo che, se dici agli invitati di portare qualcosa, finisce sempre che l'alcol superi il cibo. Se ho cucinato tutto il giorno, va da sé che è tanto, il cibo.
Quindi, “vaffanculo cerniera!”, e vivo una delle più belle serate degli ultimi tempi. Non che sia stato facile metterla in atto, peraltro. Perchè, parliamoci chiaro, va contro ogni tipo di statistica invitare 15 persone e rischiare di essere in quattro fino a poche ore prima. Che, se hai già sparpagliato venti euro nelle casse di tre supermercati diversi, rischia anche di darti fastidio. Però, si sa: è l'improvvisato a render bella la vita. E se alla fine otto persone ti elogiano per la tua cucina, sono concesse le crisi di identità.
“Io voglio qualcuno che cucina come Ilaria!”
“Io voglio imparare a cucinare così per stupire la gente!”
“Oh, hai guadagnato una marea di punti!”

Insomma, dai. Siamo seri. Io soltanto un anno fa benedicevo chi ha inventato i surgelati. E' straniante constatare come in così poco tempo io sia diventata quella a cui si chiedono ricette. Che se davvero scriverò un libro di cucina, voglio il titolo ad honorem di nuova bree van de camp. Anche se questo dovesse significare che mi troverò mariti psicopatici, avrò un figlio lesbico (!), e una figlia che mi odia. In fondo, mi resteranno pur sempre due cose importanti. Due cose che non mancano, alla cena italiana: amiche, e alcol.

Così, uno spritz, tre bicchieri di Lambrusco e tre rum cola dopo, qualcuno saluta fantomatiche “signore” dal bancone. Qualcun altro fa le prove per la feria e trasforma una torta in dolce semialcolico. Altri ancora ballano davanti a un quadro. Ed io, beh. Io sarò pure un robot, però ho dei sentimenti. Quindi mi affeziono ai palloncini e me li allaccio in testa come fossero un nastrino.
Sfizioso.
E se anche questo vi sembra paranormale, forse non avete capito lo spirito della mia vita. Perchè non è che sono un po' brilla. Beh, non solo, per lo meno. E' che se conducessi un'esistenza ordinaria, il verdurero del Mercadona non si sarebbe preso una cotta per me. Dico, possibile che ci debba provare ogni dannata volta che vado a fare la spesa? Questa mattina è arrivato a proporre di scrivermi il suo numero sulle etichette delle melanzane. Cioè, non ho parole. In compenso ce ne ha troppe una vecchina. Nello specifico, quella che incontro all'ingresso di casa mia.
Mi saluta in: “stavo giusto aspettando qualcuno che mi aiuti!”. E racconta la sua vita mentre trascino a fatica i suoi tre quintali di spesa fino all'ascensore. Della serie, posto sbagliato al momento sbagliato. Ci sono quaranta gradi all'ombra, mannaggia a lei. Se conducessi un'esistenza ordinaria, forse neanche questo accadrebbe mai.
Poi arriva Gary. Son già le due di notte, dovrebbero smetterla di rubarmi il tempo. Arriva Gary, e Grace alza a mò di scettro la bottiglia di coca cola.
“Quieres?”
Deciso, il no.
Poi alza l'altra mano. Rum.
“Quieres?”
Finalmente ho delle foto con l'appartamento al completo. Pertanto “Ciao, signora!”. E Vaffanculo ubriaco, ha in effetti un po' più senso di vaffanculo cerniera. “Visto, sai italiano anche tu!”.
Cena riuscita, senza dubbio alcuno.