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Madrid, Ultima Parte: Applausi...per me
Delle due band di spalla farei una crasi in nome del gruppo perfetto. Degli Hotel La Paz non mi piace la musica, eppure sono simpaticissimi. Vendono da soli il loro disco accanto agli affollati stand del merchandising. “Promettici che domani lo compri”, chiederanno mentre cerco la mia shirt.”Promesso”, anche se non ne ho intenzione. Gli Hotel La Paz escono a bere con le fans. Saltano e ballano per tutto lo spettacolo. Gli Hotel La Paz mi hanno persino ringraziata sul fanclub.
Prego.
I Sidonie, invece....io la musica dei Sidonie la adoro. Non smetto di cantarne i brani, dal primo all'ultimo del loro repertorio. E ballo. E urlo. E mi commuovo. Il disco dei Sidonie é stata una delle migliori scoperte degli ultimi tempi. Eppure l'atteggiamento che hanno incita al piú profondo fastidio. Perché, andiamo, io semplicemente non sopporto chi sale sul palco barcollante con bicchieri di rum e cola alla mano. Non é moralismo: é vedere una professione come tale. E' pretendere rispetto ed alti standard qualitativi nei confronti di chi ti paga da vivere. E non puoi farlo se ti presenti ubriaco perso chiedendo chupitos per continuare a cantare. Non puoi. Neanche se la sera dopo mi tirerai una rosa.

Che, peraltro, nella foga perderó.
Comunque. Forse non serve mischiarli per formare il gruppo perfetto. Forse il gruppo perfetto esiste giá. E ne avró la conferma dopo il countdown. Meglio: dopo essermi distratta accorgendomi della presenza del presidente di Sony. Voglio dire, caspita! Il presidente di Sony é a non piú di due centimetri da me, l'aria annoiata e la camicia professionale mentre scruta soddisfratto il palazzetto gremito. Se avessi piú faccia tosta allungherei un braccio. Mi presenterei. E gli chiederei aiuto per la tesi. Per la tesi o per un lavoro, perché no. Tanto vale sognare in grande. Solo che poi partono gli accordi della Suerte de Mi Vida e il mio cuore mette a tacere il cervello. Adesso, reclama attenzioni.

Da quando cerco vita sotto a un palco, la gente non fa che chiedermi perché. Chi non l'ha provato crede che le tappe di un tour si copino l'un l'altra. E invece é proprio quando vai a due concerti di fila che ti appare ancora piú chiaro quanto sbaglino. Quanto, pur mantenendo uno stesso repertorio, l'atmosfera possa radicalmente cambiare.
E allora il primo é emotivo. Il primo é da pelle d'oca e lacrime.
Il secondo, invece, é puro cabaret.
Il primo si apre con un cambiamento del testo. “Sois la suerte de nuestra vida”, dedicato ai fans prima di un lungo addio. Un addio che non credo sapró sopportare. Non se prima di Zapatillas nuovi effetti audiovisuali ringraziano di tutti i nostri gesti. Della nostra passione. Di aver fatto “del nostro sogno il vostro...é il vostro.”. E alle parole “Hasta Luego” non so fare a meno di urlare un disperato “NOO!”.
Il primo risponde alla richiesta di Estefanía. Sul forum parlava del suo ragazzo. Il grande amore che le aveva regalato il biglietto del concerto, perché una canzone de El Canto era la Loro canzone. L'amore che é morto, in un incidente d'auto, poco dopo una vacanza assieme a New York.
E la dedica arriva, sperata eppure ancora inaspettata. Dedica per lui, per Sergio. Per lui e per “tutti quelli che non ci sono piú, e invece dovrebbero essere qui.”. Impossibile non pensare. Quella presenza é sempre lí. C'é dal momento in cui ci siamo stretti in un abbraccio immaginario che, non so ancora come, é arrivato a destinazione. E chi c'era da prima sa com'é cambiato tutto. Sa che quel dito verso il cielo non é una coreografia. Perció anche il testo di Contigo cambia. “Non sono capace di andare avanti senza di te”. Occhi chiusi di concentrazione. Gli occhi di David che brillano di lacrime. L'abbraccio tra i cugini. E ció che senti arriva. Ció che senti riesce anche a farti incazzare.
Il primo concerto é la vita, loro e di tutti, che pulsa tra le mani.
E allora non poteva che succedere lí. Quando non me l'aspetto. Quando la mia Equix, come a Roses, mi imbambola. E come a Roses Dani si avvicina. Come a Roses, Dani la fa mia.
“Un applauso per Luna84, che é venuta dall'Italia”.
Min 3,32
Perché sí, quando credi di aver raggiunto l'apice quest'apice si supera. E oggi é meglio di quella volta. Lo é perché allora avevo un cartellone. Allora chiedevo qualcosa. E questa volta no. Di piú, il mio nickname non era scritto da nessuna parte. Lui mi ha riconosciuta. Dalle foto sul forum, o dalle altre volte, o da entrambe le cose. Comunque, sa chi sono. Mi regala qualcosa che per me vale molto. E anche se sembra stupido, anche se a un concerto io non ho mai pianto, poi parte l'inedita “quiero aprender de ti”. Se il trucco si scioglie, non é solo per sudore.
Sciogliersi. Questo é il verbo adatto. Il verbo che userei sempre. Fino allo sfinimento e un po' piú in lá.
Due concerti e due atmosfere, allora. La seconda piú distesa, eppure ancora imprescindibile su quello stesso brano. Due canzoni dopo avermi vista, in una prima fila stavolta prevedibile. Nell'angolo cieco oltre a una telecamera. Due canzoni dopo avermi indicato sorpreso. E dare il via ai sorrisi. “Y sé que dentro de ti hay una que es mía”. Dare il via alla strizzata d'occhio che mi inquieta. Perché sí, sono ancora qui. Perché Quiero vivir así, ora e per sempre, e voi non potete dare solo un concerto ancora. Non potete perché poi la gente piange, quando i tizi col caschetto iniziano a smontare. E c'é un'altra cosa a cui non so reagire, oltre ai ringraziamenti. No, io non sono in grado di consolare.
Ma il secondo concerto non da troppo modo di pensare. Colpa delle conversazioni tra cantante e chitarrista. Del loro inglese improvvisato e stentato.
“We go to bed”
“No, we go to drink tonight”
“Bell'esempio da dare alla gioventú”.
“In realtá beviamo latte di soja”.
E via con gli aneddoti sulle pubblicitá. Actimel. Vivesol. Yogurt e formaggi, fino allo strano applauso per quelli di Pull and Bear. “Sicuramente c'é qualcuno che é stato licenziato ingiustamente”.
Il secondo concerto é un overdose di deliri tra i doppi sensi del verbo “empujar” e il netto rifiuto di halloween. “Che poi arrivano i bambini a suonare il campanello proprio mentre stai facendo la siesta”. Il secondo concerto é un gioco di voci che “io ho sempre odiato, non so perché lo sto facendo ora”. E' uno strano coinvolgimento di smorfie, salti, e movimenti del bacino. E' ridere fino alle lacrime stupendosi di nuovo di quanto possano passare rapide due ore.
No. Chi dice che andare a due concerti dello stesso tour é inutule, forse non ne ha vissuti due de El Canto. E, in mezzo, c'é chi va a far festa e chi mi prende in giro. Ci sono le imitazioni di Javi. Il metro e novanta di Eder. La faccia verde di Cris-callatelaboca, e “che razza di presentazione é?”.
In mezzo ci sono gli abbracci di David, che riescono a diventare una delle scoperte migliori. Perché non posso smettere di sorprendermi di come persone che in fondo non ho mai incontrato sappiano trattarmi come la sorellina minore da proteggere. E si preoccupano del fatto che non abbia dormito. Chiedono se sto bene. Danno consigli su come disconnettere e poi riposare un po'. David se l' é meritato, il palco a Zaragoza. Certo che ce ne sono , di persone speciali!
Ma in mezzo, soprattutto, ci sono i venti euro che non riesco a cambiare neanche in mezzo a bar strapieni. E, mentre ci provo, le urla in sottofondo salutano il passaggio dell'auto di Dani. “Ha giá scritto sul forum”, informa una catena di telefonate mentre sistemo coperte sull'asfalto. La coperta che prendo in prestito all'ostello, ben nascosta nella borsa di Naza. Cartellino “do not disturb” affisso fuori perché nessuno se ne accorga. Anche i genitori di Dani sono giá passati. Applausi accorati dalle fans, mentre la madre si eclissa imbarazzata tra i sedili e il padre burlone imparte benedizioni fingendosi il Papa. Questioni di clonazione piú che di genetica, mi sa.
E poi Tito che, per chi non lo conoscesse, é colui che organizza le file. Tito che ha la voce impastata, e proprio non la smette di parlare. Odio che rimbalza tra le tende, alle quattro del mattino di una notte d'aghi. Freddo nelle ossa. Nella testa. Nei pensieri. Congelare, adesso sí. Proteggersi la vista sotto uno strato di stoffa per sfidare i riflettori sempre accesi del Palacio. E Beyoncé che canta da un cellulare, insistente, proprio appena ti sei addormentata.
“Che ore sono?”
“Le sei e mezza.”
“Merda, non ho dormito neanche oggi!”
Eppure l'adrenalina é piú potente di quanto chiunque pensi, e questa volta le transenne le hanno messe eccome. Corsa meno problematica. All'inizio quasi si cammina. Le scommesse, dall'alto, peró non mancano mai.
“Io non li vedo”
“Ti basti sapere che ci sono”.
Stavolta accanto a Patri, pa'volver a disfrutar.
E le ultime immagini di Madrid sono la maglia di Dani, finita in mano a Sil dopo lo Show. Catena di morbose, esuberanti, sniffate.
“ooooh...sa del suo odore, sa del suo dopobarba!”
E il cinismo di Naza, vagamente imbronciata dall'insonnia.
“Bah, per me sa di ammorbidente”.
“Scusa, passa qua!”
“....”
“Naza, che ammorbidente usi? Sa semplicemente di sudore!”
Risate.
“Se mai un giorno vorrai farmi il bucato, ricordami di dirti di no!”
Le ultime immagini di Madrid sono una spedizione per il parcheggio alla ricerca delle auto dei Vip. Il batterista dei Sin Rumbo che ci guarda perplesse. I progetti di gettarmi in mezzo alla strada.
“Se vede te sicuro che si ferma, tira fuori la bandiera italiana!”
“Oh, io non voglio morire cosí giovane! Neanche se a investirmi é Dani Martín”.
E urla da sopra, siamo arrivate tardi.
Le mie risate in ramping e le domande di Javi.
“Ma te da dove sbuchi?”
“Uhm...da lí.”
In fondo il meglio dei concerti sta in tutto ciò che li attornia. E a Barcellona lo confermeró.
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Madrid, Parte 3: L'Universo della Fila.
Ore di sonno: circa tre. Alle sei del mattino sarebbe impossibile per chiunque riconoscere la sagoma che mi saluta plateale. A dirla proprio tutta, alle sei del mattino mi é impossibile parlare.
“Nazaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!!”
E ci abbracciamo strette, prima di sentirle dire che mi trova piú italiana. E generare lampi d'odio nei sottocchi giá scuri. Suppongo che sia colpa delle lingue che si mescolano. Succede sempre, quando sono molto stanca. E' come se il mio cervello le avvertisse entrambe naturali. Se si fosse convinto che ormai siano tutte mie. E, nello stesso modo in cui l'aula Magna di Parma mi spillava intercalari “o sea”, ora con la mia amica malagueña parlo addirittura in italiano. Sguardo perplesso. “Ila dove sei? Datti uno schiaffo, bevi un caffé, ripigliati!”. Espressione stranita al pari di quelle italiane, quando sciorino veloce discorsi in spagnolo. Poi chocolate con Churros, e non so davvero più chi sono.

Chocolate con Churros, giá. Non fa niente se restano sullo stomaco. Sono a Madrid: é un rito a cui non posso rinunciare. Tanto piú che il bar ha un'aria famigliare. Baffoni scuri e camicia nei pantaloni. Peserá svariati kili in meno, ma l'aria burbera del padrone ricorda qualcosa. Machu Picchu. Scruto i dipendenti extracomunitari e faccio molti sforzi per evitare di ridere. Forse anche con Aída ho una mania. Sará perché ho scoperto che il barrio Esperanza esiste davvero. Voglio dire, credevo che gli sceneggiatori avessero fatto piú sforzi. Invece, alla vita vera, c'hanno solo aggiunto un “Sur”.
Vabbé. In fondo non é poi cosí importante. La prioritá, adesso, é dormire in attesa.
O almeno lo sarebbe, se ne fossi capace. Invece c'é troppa gente da salutare. Da conoscere. Scoprire. Invece ci sono troppi abbracci da elargire cercando negli emisferi della testa la lingua da connettere. E puntualmente sbagliare. E assorbire domande nella ricerca di un Día.
“Davvero sei venuta dall'Italia?”

E lo dicono tutti, che sono la piú pazza della combriccola. Che dovrei pretendere un pass vip, o per lo meno entrate gratis ad ogni dannato show. A me non interessa. Non mi interessa perché ogni volta che penso di aver raggiunto l'apice, qualcosa mi smentisce al concerto successivo. Non mi interessa perché in nessun momento mi sembra di buttare via denaro. Perché in qualche strano, assurdo modo, sento che tutto ció che do viene tornato. Ed é difficile spiegare che cosa si prova, quando quindicimila persone ti applaudono da un palazzetto pieno. E' difficile spiegare gli occhi lucidi, o la gratitudine che – so – da lí si vede. Non bastano parole, non basta niente. Ogni volta che si accendono le luci le mie vene si nutrono di linfa vitale. E tutto ció che ho dentro io lo sento crescere. Io lo sento, fa rumore se diventa migliore.
Sono venuta dall'Italia, sí. Come le ragazze che mi stanno accanto. O quelle due – sorpresa – che nel primo pomeriggio s'accodano piú indietro.
“Siete del forum?”
“No...”
Strano orgoglio. Promozione. Forse ci dovrei parlare. Invece sono strana. Quasi in bilico tra due identitá. E il tempo passa in fretta, pure troppo. Panini giá tagliati con un gusto fastidioso. La Revista 40 che mi scade in rubriche idiote. “Etero al 100% sono solo Dani Martín e Pilar Rubio”. Per favore. Voglio dire, non credo che la lista sia cosí ridotta. Non ci VOGLIO credere. Anche perché poi mi dovrebbero spiegare come si fa ad essere etero, che ne so, al 98%. Voglio dire, capisco al 50%: sei bisex. Capisco lo 0: gay. Ma le percentuali intermedie mi sfuggono alquanto. Almeno spiegassero i criteri in una legenda. Della serie: 99% etero vuol dire che sei etero ma una volta hai baciato qualcuno del tuo sesso. 98%, sei etero ma hai baciato due volte qualcuno del tuo sesso. 97% sei etero ma...oh, cazzo, che succede?

Pensieri interrotti da valanghe umane. Accidenti. Lo dicevo, io, che dovevano mettere le transenne a contornare le file. E Luna Otero, sparita dalle vetrate della porta d'ingresso, non saluta piú le bestie in gabbia. Quelle che, per uno strano segnale a me ignoto, hanno sfogato l'isterismo piú di mezz'ora prima. E mi schiacciano. Sono in punta dei piedi, non mi riesco a muovere. Aria che manca. Spintoni. Aiuto. Non ho mai visto niente del genere. Nessuno ha visto niente del genere.
Il tizio di prima, quello che per tutto il giorno mi ha rintronata di marijuana passiva, all'improvviso diventa il mio migliore amico.
“Scusa se mi aggrappo alla tua maglia, ma qui perdo l'equilibrio”.
“Non preoccuparti, ci si deve aiutare”.
E le tv conducono spaventate i loro furgoncini altrove.
Almeno quello della security facesse qualcosa. Cavolo, sta raccontando barzellette.
Risate isteriche per evitare il pianto. Qualcuna invece piange proprio.
“Questi sono arrivati alle 6 di sera e sono al nostro fianco”.
Valanghe umane che scivolano ovunque. Io adesso ho sonno. Il cuore batte ma non voglio dargli bado. Ci ho giá rinunciato. Prima fila domani. Adesso, che ne so...adesso sono pronta a morire a metá parterre.
Poi, invece, aprono. Ed io non capisco piú cosa succede. Inerzia nelle spinte. Allenamenti forzati. Una dose di insolita fortuna. Quella che non penso di poter avere, mentre mi trovo con il volto spiaccicato contro la porta. Tavolo dietro. Transenne che cadono. Rumore sordo di vetri che riesce a farmi paura. Non respiro. Un pugno nello stomaco. Mi piego.
“Socorro!”, pensando a Cuenta Atrás. Che diavolo di immagini, adesso! Le altre dove sono? Che..?
Una mano. Angelo custode. Giubbotto florescente della security. Mi strappa di dosso la porta in uno strattone. Sono dentro. Incredibile, sono dentro. Quattro rampe di scale. Corri, Ilaria. Trova la forza e corri. Due porte da scegliere. Altri bodyguards hanno bloccato le entrate. Il mio bivio. Battiti. Battiti. Sangue rosso, dentro me. Piú rosso. Un post.
“Ascolta le tue sensazioni”.
E allora vado verso destra, cosí, senza motivo. Meglio di Roses, tanto, non ci puó piú essere niente. Due amiche si tengono per mano. Deja vú di Titanic.
“Non lasciarmiii”.
Passo sotto al loro ponte di pelle chiara. L'utilitá di essere minute. Mi schiaccio contro uno stipite. “Ok, puoi passare”.
Trecento metri transenna. Di nuovo, poco tempo per pensare.
Eppure il parterre é quasi deserto, e l'incredulitá mi paralizza. Che cosa significa? Mi hanno superato in mille, non puó essere che...? Poi, capisco. L'altra porta non é ancora stata aperta.
Le sensazioni. In tutti i campi della vita, fidati sempre delle sensazioni.
Ed é allora che lo vedo. Un posto libero in primissima fila. Lato David, stesso posto di Roses. So perfettamente che mi porterá fortuna. Gambe alla ricerca del traguardo. Bandiera segnaposto. Braccia allungate per qualcuno che non c'é.

“Scusa, é occupato per le altre italiane, vero?”
“Sí, solo che non so dove siano!”
“Se non arrivano mi posso mettere qui? Intanto sto in seconda, ma in caso...”
“Certo.”
Ed é cosí che conosco Anna di Zaragoza. Mentre Lua mi sorride due posti piú in lá. Mentre un malagueño troppo giovane -che peró promette bene- risveglia in me sopiti elogi de El Pimpi. E Fedix mi raggiunge.
“E' che volevo stare con Gika”.
Non capisco. Cerco di convincerle, ma il tentativo fallisce. Io sono a lato, dicono. Loro, al centro. Si vede meglio da qui. Eppure, no. Per nulla al mondo rinuncerei alla prima. Credo che non ne sarei piú capace. Non saprei resistere alla bolgia, al sudore, agli spintoni. Al cantare senza muoversi e fotografare a caso.
No. Davvero non c'é posto migliore per godersi un concerto de El Canto. E non importa quanto sei laterale. Qui ti passano acqua gratis. Puoi posare la borsa a terra o addirittura oltre alle transenne. Qui puoi ballare, attaccare i cartelloni senza doverli sventolare. Qui puoi parlare con Dani Martín.
Lui che assieme agli altri ha seguito la corsa dal corridoio sopra il palco. E, mentre li immagino scommettere sull'ordine di arrivo, mi chiedo come le quindicenni abbiano giá la forza di cominciare a urlare. Bah.
Intanto la tribuna vip si sta riempiendo. Misteriosa assenza di Patricia Conde, soprattutto in presenza di Miki Nadal. I genitori di Dani mi passano accanto diretti al backstage. Le fidanzate di bassista e chitarrista sono volti ancora ignoti tra palco e realtá. E c'é parecchia gente, sulla tribuna vip. Col senno di poi, ne scopriró i nomi di Iker Casillas. Alex González. Miguel Angel Silvestre. E con tutto questo ben di Dio a portata di vista qualcuno dovrebbe spiegarmi perché io veda solo i tizi di Física o Química. Confermo e ribadisco: un'ossessione. Poi non ci si stupisca se, la sera successiva, rifiuteró di farmi una foto con Cabano. Lontano dalle ragazzine, si accenderá una sigaretta al mio fianco. Ed io provo un moto d'odio fortissimo. Non che mi abbia fatto niente, intendiamoci. Solo che mi perseguita, e una ha pure un limite di sopportazione. Nel mio caso alto, eppure c'é.

Comunque. Le luci si abbassano di un primo grado e, pur con un sottile dispiacere, faccio accomodare Anna al mio fianco. Mi aiuta a stendere la bandiera. E' simpatica. Ma mi dispiace che le compagne di fila non siano anche adesso qui con me. Pazienza. Ho sempre poco tempo per pensare.
(To be continued...)
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Madrid, Parte 2: Turismo.
Basta girare l'angolo. Un giorno e mezzo prima. Eppure le tende hanno il colore dello shock. Mi avvicino silenziosa, quasi in punta dei piedi. L'orizzonte mi disegna più chiara la figura di Sil, intenta a destreggiarsi tra telefono, turni ed orari. Seduta su di un sacco a pelo a fianco, Mayte mi corre incontro in ansia da presentazione.

“Ma siete GIA' qui?”
“Da Lunedì mattina,cara.”
“E stasera arriva altra gente.”
Uno leggero sconforto osserva l'assurdo litigio per la seconda fila. La seconda, capite? Quattro catalani rivendicano in bandiere la loro immobilità.
“Voi siete in diciotto, e non tutti stanno sempre qua!”
La combriccola del forum risponde con tabelle alla mano. Non è colpa di nessuno se Sil lavora la mattina. Elena studia il pomeriggio. Qualcun altro ha detto che ha la gastrointerite. Si divideranno tra gli ingressi di ciascuna delle porte, per poi ritrovarsi assieme al traguardo finale.
Si sfiora la rissa. Sbuffo e altre chiamate. Sul mio cellulare, il nome di Naza già lampeggia ignaro. Reincontri. Arriva domani mattina a far la fila per il secondo concerto. Reincontri, ebbene sì, anche con lei. Penso con rabbia ai kilometri fatti. Alle ragazze del club che darebbero l'anima per stare davanti. All'assoluta prima volta di Valentina. E, per un attimo, mi fermerei qui.

Esito sull'orologio. Madrid la conosco. E se...?
No. Per niente. Ci sono dei piani da rispettare.
“Ci vediamo domani!”, e col sorriso già acceso sto ridipingendomi una nuova idea.
Perchè voltando le spalle alle stelle sto già rinunciando ad una prima fila. Ma vado a due concerti, non a uno. Per il secondo, niente vieta di stringermi in una tenda. Per il secondo, “vi devo parlare”. E “se vuoi stare con noi, devi fermarti anche tu qui a dormire”.
Non c'è problema. In fondo, è anch'essa un'esperienza da provare. Anch'essa può essere divertente.
Ma intanto ho fatto bene. Ne sono certa dal momento in cui Alessia mi saluta a braccia aperte alla Puerta del Sol. Accanto a lei, Valentina ricorda in accento amiche di altre vite. Perchè in fondo ciò che siamo è la somma di ciò che siamo stati. Però se sommi ottieni di più. Ed ecco la ragione di un sorriso.
So di aver fatto bene dal momento in cui discorsi frenetici riescono a distogliermi l'attenzione dai dischi . E per distogliermi l'attenzione dai dischi, devi proprio avere molto in comune con me.
D'altronde, non vedo perchè dovrei sorprendermene. Se passioni condivise sono di per sé il miglior collante, figuriamoci se uniscono in elite oltreconfine. Così troviamo Gika e Fedix al Mac Donald's di Opera. E ci scolliamo dal tavolo due ore più in là.
Sì. Se non avessi abbandonato la fila, un ottantenne calvo non mi avrebbe mai fermata sulla strada del Palacio Real.
“Tu che hai tanti capelli, potresti darmene qualcuno da mettere in testa!”
“Ehi, chieda anche a lei, così ha addirittura la parrucca bi-colore!”
E l'auto che quasi lo investe.
“Cuidado!”
“Niente paura, tanto sono superman”.
Allunga un pugno. Finzione di pistole. Conversazioni assurde che si intrattengono soltanto qui. E la sala riunioni di un'ottocentesco kitsch. C'era l'ingresso gratis, non ci si può lamentare. Però, accidenti, JuanCarlos, potresti arieggiare un po'.

“Gli scriverò una mail”. Risate. Davanti a un tavolo di centocinquanta posti immagina come sarebbe chiedere “mi passi il sale?”.
Fuori, intanto, la stridente monotonia di una cornamusa suona fuori luogo in un paesaggio da panchina. Un biondino che corre ci fa girare le teste. E' fuori luogo anche lui. Fuori luogo come Winnie the Pooh in Plaza Mayor. Secondo me lavora in un negozio di telefonia. Dico, il biondino. Non l'orsetto in maglia rossa. Che poi in realtà ha le fattezze di una donna filippina. Il marito è Topolino. Non ci sono più certezze. Dios Mios.

E la foto come La Juani, alla fine, non si fa.
Colpa di un'urgenza da merenda. Che se pranzi insalata in vista di lunghi accampamenti, poi non ti puoi lamentare del brontolio delle cinque. Oltrettutto chiama Roby, e la mia tarta de queso sarà più che lieta di riceverla qui.
Deja vù, anche con lei. Lei che racconta di Università e di agenzie turistiche. Lei che mi tenta in mezzo a Blanco ed H&M. Ecco,per me spruzzano qualcosa di strano da H&M. L'anno scorso avevo dato la colpa al mio recente incontro con David Otero. Ma quest'anno...dai, quest'anno non ho scuse se vedo porte a vetro inesistenti. Se non mi accorgo che esistono altri due piani. Se sento l'impulso di acquistare cerchietti assurdi solo perchè in testa hanno delle piume.
“Per Barcellona. Così mi chiedono da cosa sono vestita e posso rispondere 'Da deficente'!”
“Jefa, ma stai bene?”
No, Jefa no! Una Jefa non si farebbe tentare dal paio di scarpe rosse che non saprebbe portare. Una Jefa non ne vedrebbe un altro paio con il tacco più decente che, guarda caso, ha il suo numero e le piange tra le mani. Anche lo steward di Ryan Air potrebbe lavorare in un negozio di telefonia. L'avessi saputo prima l'avrei volentieri corrotto, senza preoccuparmi di quei kili in più.
Kili della valigia, intendo. Non miei.
Oh, accidenti. Forse ho problemi ormonali.
E così arriva la sera. Momento opportuno per accorgersi che non sei tu ad avere le allucinazioni. Dico, come si fa a spostare un simbolo? Eppure la statua de El Oso y el Madroño ora svetta vicina al nuovo ingresso di Cercanías. Quello che sembra il Louvre.
“Ooooh, io devo fotografare!”

Devo farlo prima che Ignacio si perda tra i reclami acquolinosi degli odori di prosciutto. Lí ho cenato. Lí ho cenato. Lí. Cavolo, voglio mangiare.
Ma “Un po' di pazienza”, oltrepassando il Sol y Sombra. “Dev'essere qui in giro”, fuori dalla sala Joy. E, finalmente, siamo a Casa del Abuelo. Che non é precisamente l'abitazione di suo nonno, ma il locale che gli vale un gran perdono.
Anche se dice che, tra tutte, sono l'unica che non capisce quando parla in italiano.
Guarda tu. Meno male che ci sono le seppie. Quelle piccole, alla piastra. Quelle che si sciolgono in bocca. Quelle che, in definitiva, adoro. E poi le patatas bravas. Quelle alioli. Los huevos rotos. I gambas al ajillo. I peperoni con la morchila. Tutto l'amore per la Spagna sul palato che ora sta chiamando copas de Sangría.

“Io domani devo andare a lavorare”, si scusa Roby al momento di salutare. Prima, peró, ci fa conoscere la Cueva. E gliene saró per sempre estremamente grata.
Sí. Perché la Cueva é un locale estremamente suggestivo. Incastrato in una grotta, porta nelle scritte sui muri l'anima dei grandi di arte e filosofia. Alla Cueva un bicchiere di sangría lo paghi due euro e cinquanta. E non ti ubriachi neanche. Il che, a dirla tutta, é un peccato. Insomma, credevo di averne bisogno per posare in foto sceme alla fermata di Manuel Becerra. Lá, dove da un poster formato gigante Dani Martín aspetta baci, molestie, e adorazioni. Il servizio fotografico di Fedix é giá stato effettuato in pieno giorno. E le risate divertite dei passanti sono uno spettacolo che non vorrei ripetere. “Ma che te frega?”. In effetti...

Comunque adesso é diverso. Non soltanto perché l'ultima corsa lascia i corridoi deserti in quel loro giallo solare. No. E' diverso perché sono stata da H&M. Ma, soprattutto, perché l'euforia s'accresce man mano che l'orologio indica progressivo il passaggio a domani. Ed, evidentemente, é contagioso. Cosí scendiamo le scale accompagnate da “Son sueños”, sottolineando l'arrivo dentro a un urlato coro. Che poi ci sorprendiamo che il cameriere ci guardi male.
SSSSSssssshhht, intimano quelle dietro quando poi passiamo a Volverá.
E cantavano “Besame Mucho”. Dico, c'é forse paragone?
Domani si avvicina nei miei passi come l'insegna fluo del hostal la Nava. Abbandonarsi al materasso é un po' evitare aspettative. Ma il biglietto non perdona. Addormentato nel mio zaino, le racchiude tutte lí. E il cuore inizia a battere, impaziente. Furbo ed esaltato giá lo sa, che nessuno di noi due potrá aspettare le sette.
Il cuore. Lui, che si impossessa di bassi ed accordi per farmi ricordare che cos'é la vita a tempo pieno. Lui che detta le mie frasi quando smetto di ascoltarlo. Ed ogni volta che ci penso, ogni volta che ricordo di quel soffio, mi piace pensare che respira.
“El Canto del Loco tiene eso que otros no tenían”, cambierá il testo Dani. E la sua mano sul petto é quasi il segno di un legame. Dello scambio di energia tra pubblico e cantante. Del dolore sottile nel pensare alla fine. Di quel qualcosa che fa grande il sorriso in cui mi chiama qualcuno al mio fianco. E che solo chi é al mio fianco potrá davvero capire.
(To be continued...)
Ogni notte insonne è vita moltiplicato due. Se poi ripeti il rito per quattro giorni di fila, finisci con l'avere un po' troppo da raccontare. Storie di Spagna. Di Asfalto. Di Rock.

Così adesso recupero, avvolta dal copriletto di sempre in mezzo ai sogni calmi di chi è davvero felice. Quindicimila persone ancora mi applaudono irreali nel cervello, e cerco una rassegna stampa in mezzo ai video di youtube.
Madrid. Dio quanto ti amo, Madrid.
Città che non delude. Cornice di meraviglia. Ho ancora troppe birre da smaltire.
Ogni notte insonne è in fondo confusione da jet lag. Perciò non lamentatevi se vi faccio aspettare. Molto presto vi stancherete di leggermi. Molto presto forse mi odierete un po'.
Ogni sensazione è un bivio. Ché a volte i discorsi tra amiche portano con sé strali di riflessione. E' che in nome di istinti primordiali puoi mettere in gioco il tuo futuro. Scegliere di rischiare condizioni stabili alla ricerca di insicuri però. Oppure, viceversa, puoi non crederci. Decidere di affidare al destino l'americana ricerca della tua felicità. E cammino su un filo di lana.

La sensazione è perno di definizioni opposte. L'idealista ed il pragmatico. Chi si libra sul suo tacco dodici e chi si accontenta di appoggiarsi rasoterra. Magari sognando a tinte forti le decolleté rosse che non riuscirà a portare. Sono scelte di vita. Come il senno di poi con cui ti accorgi troppo tardi di aver avuto ragione. Sensazioni di divario tra quella che sono e quella che vorrei essere. Anche per questo ho bisogno di tornare a Madrid.
E intanto le giornate, qui, scorrono lente e al contempo veloci. Gli orologi si svelano artificiali quando devono arretrarsi in nome dell'ora legale. Ora guadagnata, tempo in più per cercare maglie verdi. O per organizzare minuziosa spazi piccoli e così risparmiare in check in. Promemoria di Ryan Air. Promemoria della Vueling. E intanto – vai tu a capire perchè – il dormiveglia scava tra i ricordi per fornirmi prototipi di immagini curiose.
Grace che mi insegna come farsi offrire da bere. Mi ricordo di lei anche davanti al reparto Desigual. Troppo caro. Troppo uguale. Troppo bello. Testa alta, passo svelto, mai guardarsi in giro. Il cappotto che scivola tecnicamente studiato dalle spalle. Morbido nei tempi e negli spazi. Sguardi che si girano, e aveva ragione. Non conta essere bella: basta mostrare di crederci.
E poi una spiaggia di Sistiana. Così, senza criterio. Ancora il coprifuoco, appena scoccata la maggiore età. La Lancia Y di Elisa. L'aria un po' frizzante della notte. I bassi di una discoteca riecheggiati in sottofondo dal rumore del mare. L'estate è quasi finita. Che cosa faremo? Che cos'è il domani? Forse non vale la pena di pensare. Guarda le stelle. Senti i sassi pungere felici sotto i piedi.
Il nesso, l'unico, è il mio senso di benessere. Costante in epoche diverse. Anni come secoli. Mesi come farfalle. Il nesso è il valore che do alle mie amicizie. La quantità di aspetti in cui mi sanno migliorare. Ora guadagnata per cercare colori. Per ruotare in flash mentali la ruota degli oggetti che vorrei. Sciarpe variopinte. Cappellini coi pon pon. Maglioni fluo col fiocco. Tutto ciò che non ho mai avuto il coraggio di indossare. Come il rossetto rosso, d'altra parte. E ormai è imprescindibile nel look. Ho bisogno di specchiarmi nelle tinte in fase Rem. Che adesso, manco lo sapessero, si fanno stranamente più scure.
Forse esiste un corso, per imparare a camminare sui tacchi.

Ed ho la sensazione che i reincontri di Madrid mi servano a congiungere varie fette di vita. Infanzia Erasmus. Fase groupie. Come se convergessero verso la fase finale di un racconto. Uno dei tanti libri che si chiude, eppur continua in quotidiano fuori dalle menti dei lettori. Un libro che mi ha fatta e costruita, per poi portarmi a scegliere la strada da imboccare. E, a proposito, chissà quando la biblioteca si degnerà di lasciarmi il romanzo che chiedo. Chissà perchè Luca Bianchini non ha scritto niente più. Chissà...Chissà.
Ma ho la sensazione che entro il prossimo San Juan avrò gia realizzato due desideri su tre. La sensazione che la Spagna mi completi. Che gli abbracci siano aria da respirare. Che, mai come questa volta, i concerti siano solo un pretesto per cercare il mio posto nel mondo. Lotta alla prima fila come lotta per la mia dimensione.
Ho la sensazione che Madrid sarà magnifico. E, mai come questa volta, la voglio ascoltare.
Ci si rilegge dopo Halloween, perciò.
Chiunque viva sotto a un palco sa quant'é importante un Fin De Gira. Sì, insomma, la chiusura. L'ultima data di un tour. Solo che in spagnolo suona molto più solenne. Azzarderei quasi epico, se poi ci si aggiunge che qualche fila più dietro oggi ci sono anche i miei.

Dopo dieci anni, l'idea da sensazioni strane. Come se in un unico fascio di luci risiedesse il peso dei kilometri fatti. Come se il loro verdetto finale avesse in sé il potere di giustificare i soldi spesi.
“Era l'estate del novantanove...”
E finalmente gli apri il cuore, così come si fa con il baule dei ricordi. Ora gli porgi imbarazzata la lettura di un diario, e riesci infine a chiedergli: “lo capite, il perché?”.
Sono gelosa dei miei sentimenti, come se raccontarli bastasse a spazzarli via. Come se elaborarli in un discorso li rendesse in qualche modo meno veri. Sono riservata, questo é. Lo sono sempre stata, anche a disprezzo di opinioni contrastanti. E, manco lo sapesse, qui rimbomba PadreMadre. Frustata di energia in consueti assoli rock. PadreMadre che mi é sempre piaciuta, e che ora si arricchisce di significati nuovi. Ecco perchè importa. Ecco perchè è speciale.
Perchè le televisioni, negli anni di Bagus, me la restituivano accompagnata da biliardo e maglie colorate. Eppure non me n'ero ancora andata da casa. Non c'era nella mia mente neanche la vaga previsione di Parma. Una vita in Spagna faceva paura. Davo tutto per scontato. Non osavo. Quel destino esitavo a costruirlo da me.
Invece adesso Trieste pulsa alle mie spalle. E so perfettamente che cosa vuol dire. Oggi lo urlo con più voglia, già cosciente dell'afonia di domani. Lo canto e lo salto in rinnovata intensità. Che in fondo è proprio questo, il bello delle canzoni: possono accompagnarti per una vita, ma con la vita evolvono. Si scoprono. Si plasmano su te. Se sono stata così lontana é stato solo per salvarmi, allora. Sperando che si senta. Che, sul maxischermo, i miei capelli affollati di coriandoli abbiano agli occhi di tutti un buon perchè. Adesso di questo non ho più paura.

E' che c'è un'atmosfera strana, ad ogni fin de Gira. L'euforia triste di chi ha girato l'Italia scopre in feste e regali l'agrodolce del suo addio. E' una festa, nient'altro. Anche le rigide regole dei fans si rilassano in più sinceri abbandoni. Una festa incastrata in facce ignote, in cui ancora una volta mi sento un po' intrusa. Spilimbergo, Trieste. Io di date ne ho fatte due. Io di alberghi ne ho visti altrove. E mentre avverto pesante una lunga lista di assenze, la mia mente confusa pensa che Zapatillas sarà l'ultima canzone. Quindi non li merito, i pasticcini fatti in casa. Non mi merito bastoncini di liquirizie, e neanche abbracci di chi si ritrova dopo un po'. Ché alle quattro di pomeriggio un tripudio di magliette rosse già si accalca sotto al Palco di Piazza Unità. Questa sera Cremonini conclude un percorso. Io ci sono, ma ancora una volta mi sorprendo a chiedermi se ci sia davvero ancora posto per me.

Colpa dei troppi volti sconosciuti. Ragazze che mi salutano in nickname. “Io so chi sei, io mi ricordo”. E nelle vene é una sorta di flebile ansia, perché sul forum sono anni che non scrivi.
Cos'ho fatto io di tanto importante?
Per quale motivo sapete di me?
Ma nel silenzio c'é il disagio onorato di un altro complimento ricevuto. Quasi come se Alberta se lo trascinasse dietro assieme al trolley gonfio di stelle filanti. Scoppiettante come la fusetta che nel tempo consuma un po' il suo ardore. Dice, Alberta, che hanno tutte letto il mio "bellissimo post". Ché a volte dimentico che il web é una vetrina. E che però mi svuota di ogni stupido senso di colpa, come un tradimento confessato a un ex.
“Mi sono emozionata”
Quindi mi perdonate? Quindi c'è una ragione se chiacchierando con Betty trovo strane ipotesi di familiarità? Non è dato sapere.

Però Trick poi porta in dono grappe. E l'alcol del digiuno un po' cancella ogni emozione. La scioglie in mela verde e mirtillo, detro al fuoco che ti attanaglia lo stomaco. Sguardo spento e insensato sorriso. “Oh, non é che devi andare in bagno? Ti accompagno, che ho bisogno di un caffé”. Gli stand della barcolana, all'orizzonte, sono di colpo colore in movimento. Quasi futuristici nel mio fingermi sobria. Vabbé che è il Fin de Gira. Ma avrei dovuto mangiare qualcosa, prima.
Poco male. Le tossine escono in sudore. E lo sguardo di Ballo si fa divertito, mentre improvvisiamo danzerecci karaoke sul soundcheck.
“Ale, quello non sarà mica Rhum e Cola?”
Voci che si fanno impastate e allegria in crescita contro le previsioni. Che il cielo sarà nero, certo. Il cielo ricorda Roses. Ma la mente corre a Nes, a lei che salirà su un altro palco. E allora questa volta sarò io a rassicurare.
“Tranquilli, Reggerà.”

Ed in effetti regge. Regge fino alla terzultima canzone. Tutto perché Dio è troppo occupato a far piovere il cielo, e ai Fin de Gira la natura si presta a coreografia. Peccato, visto che le transenne sono il luogo più sicuro oltre cui custodire borse. Irene Grandi e la Security sorvegliano il mio ombrello. Impossibile arrivarci, al nuovo acquisto Playboy. E con il cellulare sprofondato in tasca non ho altro riparo che le mani. Con la macchina fotografica pericolosamente bagnata d'acqua dolce, sembro quasi piangere di gocce apocalittiche. Non ci vedo più niente, con gli occhiali appannati. Riflettori colorati si deformano in bizzarre sfumature. Eppure non riesco a smettere di sorridere. Non smetto di stupirmi di quanto in dieci anni un cantante riesca a migliorarsi. Di come non dimentichi più i testi di nessuna canzone. Di quanto l'estensione della voce si amplifichi a cercare perfezione. E allora ballo. Salto. Interpreto. Adesso lo ricordo, che l'ultimo brano è “un giorno migliore”. Memoria che torna all'improvviso su una frase – occhi negli occhi – che dal palco mi toglie l'ultima catena.
“La cosa più bella è che da qui vediamo moltissimi sorrisi. Non c'è niente di meglio che suonare davanti a un sorriso”.
Così mi sento assolta. Definitivamente perdonata.
“Che bello l'arrangiamento di Qualcosa di Grande”, confesseranno i miei sulla strada di casa.
E intanto un nuovo post ha preso le sue forme, incatenando le immagini di altre serate strane.
Un altro post che in molti leggeranno, forse emozionandosi. Oppure, semplicemente, chiedendosi chi sono. Chiedendosi in effetti – come faccio io – quale dovrebbe essere un motivo valido per ricordarmi ancora.
Sarà un post di quelli che di musica, tecnicamente, dicono poco. Perchè la musica per me è sempre pretesto sottinteso. Sarà un post gonfio di vita e sensazioni. Ma questa volta, no, non si lascerà vincere dalla malinconia.
E' che se un tour ti fa delle domande, è sempre il Fin de Gira a darti le risposte. Ed oggi so che i miei due mondi possono convivere. Che, tutto sommato, s'incastrano come matrioske uno sull'altro. Che ognuno ha nel suo specchio oltreconfine una piccola matrice di quello che è. E sono proprio curiosa di sentire che cosa diranno El Canto quando gli chiederanno come gli è venuta l'idea di far vestire in maschera i fans all'ultimo concerto della loro tourné....
Oggi so che non potrò scordare mai,
nemmeno se lo vuoi.
E' come un flash. A volte rivedo la strada che dal Mercadona portava a casa mia. Ripenso alla scontatezza dei miei gesti, quando ad appesantirmi erano borse della spesa. Scorgo le sue vetrine, come allora, con la coda dell'occhio. I saldi di Veneno Modas, la serranda mezza abbassata dei cinesi, la sfrontatezza vagamente megalomane dell'insegna di Lola Gonzàlez. In quei momenti mi sembra ancora di sentirle, le risate delle donne fuori dal fruttivendolo. La frenata dell'uno mi trapassa famigliare ma attenuata i timpani, come se davvero mi trovassi lì.

Non so perchè, di tutto quello che ho vissuto, sia proprio quella scena a tornarmi più spesso in mente. Forse il mio subconscio sintetizza l'erasmus nell'amore per la cucina. D'altronde ne è il segno più tangibile. La prova concreta che c'è stato davvero. Non svanirà come le meches una volta che crescono i capelli. Non scolorirà come il mio armadio quando lentamente mi ri-omologherò al nero. Rimane lì, riassunto nella dimestichezza con cui affetto mezzo spicchio d'aglio sul tagliere.
E il supermercato, allora, non poteva mancare.
Diciassette settembre. Un anno fa, le lacrime celate di Daniela accompagnavano il decollo sul sedile vicino. Neanche rispondessimo ad un tacito accordo, cominciavamo a raccontarci tutte le nostre storie. Come a marcare il taglio netto col passato. Come la sceneggiatura di un film.
Un anno fa un taxista sudato mi faceva scoprire Màlaga in un quartiere che sembrava mostruosamente lontano. E mi sembra un'altra epoca, oggi che sono qui. Oggi che ho un altro ventotto sul libretto. Oggi che è giorno di reincontri. Ciolfo, Ale, Mario. Oggi che, soprattutto, ho chiamato l'Hard Rock Café.

E qui urge una premessa.
Perchè, davvero, io invidio chi sa godere la musica senza dover invischiarcisi fin dentro le viscere. Che poi “don't put your life in the hands of a rock'n'roll band, who gonna throw it all away”. Giù di lì.
Ma forse ho manie di grandezza. O forse è che, quando ti senti sola, aiuta l'abbraccio della gente che ti ammira. Gente che sta lì, pronta a darti conforto ogni volta che lo richiedi. Gente che non conosceresti se non fosse per una comune passione.
Forse è che ai concerti tutto ti viene sempre restituito.
No. Io non so guardare, devo esserci. Perciò mi prendo pure i mal di testa riuscendo comunque a non pentirmene poi. Credo sia la mia vita. Non lo so, qualcosa a forma di nota in fondo al mio DNA.
Ecco perchè quel messaggio non poteva passarmi inosservato. Annunciato un tour europeo. E' Agosto, il gruppo manco serve che lo dica. So che tra le date ci sarebbe stata Roma. Hard Rock Café. Saletta piccola e bacetti (perugina). Perfetto come il cioccolato liquido a pioggia sopra un mare di fragole. Il mio sogno. Un sogno che diventa realtà.

Allora mi mobilito. Normale, sono a capo di un fanclub. Spetta a me diffondere la notizia. Parlare di regali. Ostelli. Cartelloni. Eppure faccio di più. Vado oltre ai limiti di un semplice raduno.
L'idea mi viene in bagno. Contatto giornalisti. Rimedio un'intervista per Top Girl. Ma, soprattutto, contatto lei. Mi aveva aiutata per la tesi, non credevo che l'avrebbe fatto ancora. Invece mi ritocca il comunicato stampa – mani d'esperta dopo anni al servizio dei Grandi. Senza chiedere nulla mi mette a disposizione la sua agenda. Un solo cenno e avrei avuto spazio sui maggiori media. Avrei dato visibilità all'evento. Avrei portato il mio gruppo da me.
Anche meglio di ciò che avevo sperato.
Perchè tutto vada in moto, però, c'è bisogno di un dettaglio. Ultimo, insignificante, fondamentale. Perchè tutto vada in moto, ci serve la data.
Così, la giornalista di TopGirl telefona all'Hard Rock Café.
Non hanno idea di chi sia El Canto del Loco. Nessun concerto sul loro calendario. Strano.
Comunque è ancora presto, non vedo perchè ci dovremmo allarmare.
Avremo informazioni, ci è stato promesso. In piena estate, in Spagna, non lavora nessuno. E i giorni di studio m'inghiottono in un buco temporale.
Settembre, tu mi hai lasciato con un messaggio.
(Che in fondo cerco un po' le stesse cose).
Così, la settimana scorsa, esprimo il mio dilemma a Sony. Departamento Internacional, siamo in contatto per questioni del fanclub.
“Le date si stanno concordando in questi giorni”. Nessuna menzione a annullamenti, sono solo congetture quelle che dilagano sul forum.
Come se non bastasse, Michela fa ingrassare il mio ottimismo. E' passata all'Hard Rock, vive lì vicino. Adesso lo sanno, chi è El Canto del Loco. Adesso – udite, udite!- hanno persino una data. E va bene, sì, è da confermare. Ma è una data, accidenti. E' un contorno marcato alle mie fasi rem.
Altra botta di illusione pura. Ilusiòn, intendo dire. Positivamente alla spagnola.
Si torna a organizzare, decidere, parlare. Si torna a proiettarci lì, tra le mille indicazioni su come arrivare a Via Veneto.
E' a questo punto che decido di chiamare il locale. Sì, insomma, si tratta di proporgli una collaborazione Gratis. Voglio che quel posto esploda di gente. Che non sia una prova, ma un inizio. Che, quando sono giù, la foto del trionfo italiano ricordi sempre a tutti che so fare grandi cose.
Please, hold on, recita il centralino prima di un accento romano. Di fondo c'è frastuono.
“Hard Rock Café Roma, in che cosa posso esserle utile?”.
Per sovrastare le chiacchiere, la tizia deve urlare.
“Vorrei parlare con la persona che si occupa del marketing, se è possibile...”
“Per quale motivo?”
E allora ascolto la mia voce: sicura, cristallina, professionale. La stessa voce che avevo questa mattina all'esame. Una voce ingannevole, se verità è l'immagine che io stessa ho di me.
“Mi scusi, ma lei per quale casa discografica lavora?”, chiede infatti la mia interlocutrice.
Ed è difficile trattenersi dal ridere. Magari, chissà, in un futuro non ci saranno lunghe frasi tra il punto di domanda e la parola sony. O Warner. O qualunque altra cosa sarà.
Solo che la risata dura poco.
“Per quest'anno non è previsto nessun concerto”.
E tutto crolla giù, facendo un gran casino. Come se i miei sogni fossero un vaso di vetro, che sparpaglia i suoi pezzetti per la stanza. E pulisci, pulisci, ma continui a trovare pezzetti nei posti più remoti. Anche quando è passato del tempo. Anche quando te ne sei dimenticata.

Per questo non dovrei invischiarmici fin dentro le viscere. Perchè 'sto mondo è un autentico casino.
Perchè è un po' come andare in altalena.
Però riaggancio. E, tempo due secondi, ho già raggiunto la conclusione che sia tutto un segno del destino. Qualcosa mi sta dicendo che i soldi messi da parte per Roma li devo investire in Barcellona. Che poi, avendo vitto e alloggio gratis, mi costerebbe pure molto meno.
Così sorrido allegra sulla strada per il supermercato. Mi beo del fatto che sono stata scambiata per una discografica, e penso che allora dovrei comprarmi un Blackberry.
Il bello di amare qualcosa così tanto; il bello di amarlo così incondizionatamente, è che anche i piccoli dispiaceri si attenuano nel quadro generale. Forse per questo mi ci devo invischiare.
Un anno fa partivo per l'ignoto. Tra poco più di un mese parto per Madrid.
Cos'è successo, sei cambiata, non sei più la stessa cosa...
O sei ancora quella che è cresciuta insieme a me?

Domanda da un milione di dollari. Si esprime nella rabbia di un arrangiamento Rock. Occhi negli occhi, forse solo un' illusione. E non lo so, ti giuro, non lo so. Certo, se poi parte “Ancora un po'” potrei quasi arrivare a crederlo.
E' successo tutto all'improvviso. La follia di un istante ispirata da un mondo troppo vuoto. Ho pianto, ieri sera. Proprio come piangevo su di un bis molti anni fa. Motivi diversi, è ovvio. Ma ho addosso la stessa sensazione di un'epoca lunga che si chiude.
“Qui te le scordi, le feste tutte le sere.”
Ci ho scritto molti articoli, eppure in quella Depressione non ci ho creduto mai del tutto.
Sbagliavo.
Qui la Spagna è lontana, ed io per ricordarla ho in testa solamente un fiore e molte idee. Stasera suona Cremonini a Spilimbergo. La mia vita è piatta. Non ci vuole molto a fare uno più uno.
Così, a mezzogiorno e un quarto ho già il biglietto in mano. Che ventotto euro sono cari, là. Economici, qui. L'allestimento luci non ha niente a che vedere. Primo shock – e come sgonfio gli occhi? Poi, telefono a Marina.

Poche ore dopo, l'aria condizionata della sua auto azzurra ci protegge dal quaranta del termomentro. La preparazione in sottofondo nel cd, come ai vecchi tempi. Ma sono stranamente silenziosa. Il fatto è che la gioia ancora mi rimbalza dallo schermo del cellulare. Un forum intero mi ri- apre le porte. E, manco a farlo apposta, un altro quasi le chiude. Dani ha minacciato di non scrivere più. Mannaggia alle liti ed ai caratteri impulsivi. Come se le due cose non potessero essere parallele. Se le passioni musicali non potessero convivere dentro allo stesso cuore. Magari grande, a forma di palloncino. Io non lo riesco a gonfiare. “Il primo amore non si scorda mai. VERO?”
Come se...
Ti mando tanti baci. Grazie di tutto il tuo affetto.

E forse dovrei smettere di credere al destino. Coincidenze, non è altro. E' assurdo questo senso di tradire. Questa leggera vertigine che ho dentro. E'assurdo pure quello che non voglio sentire. “...Con qualcuno che conosco, che ti ha portata via da me”. Fanculo. Io sono mia, di nessun altro. E' chiaro?
Poi Spilimbergo è bella, neanche a questo ci credevo. Ha un sapore francese, nelle sue stradine strette. Fiori sopra il bianco. Medioevo nelle terrazze dei bar. Quelle dove salutano in un “hola, señorita”, è tu hai qualche vaga crisi di identità. “Hasta luego chicas”, e proprio non ce l'hanno, quel succo alla mela.
Sono le sei di sera. Eppure, davanti ai cancelli, sono ancora in pochi a ballare sulle prove. Le ragazze del forum si riconoscono dalle magliette rosse. Mi hanno intimato “indossala”. Pare sia un'usanza nata con questo tour. Non che mi disturbi, peraltro. Anzi, è un modo come un altro per capire quanto sono stata via.
C'è Ale_yeah, tra chi ci tiene il posto. Ti intrufoli in prima fila, e nessuno ti fa problemi.
“Pensa che in Spagna, per arrivare davanti, devi dormire lì fuori sin dalla notte prim...”
Mi blocco. Forse non è il Paese, a fare la differenza. Dieci anni da cinquanta special. Guardo l'età media della fila che ancora attende. Inizia alle nove e mezza. Non trova il senso di esistere. Camminerà lenta, quando nessuno perquisisce gli zaini al momento di entrare.
“Si puó portare la bottiglia? Voglio dire, ANCHE COL TAPPO?”

C'è persino il tempo di ringraziare il buttafuori. Nessuno spinge. Dieci anni da cinquanta special. E nove anni fa piegavamo una transenna in grovigli urlanti. Nove anni fa, al palatrieste, il cantante dei Lùnapop tirava asciugamani al pubblico. Gli urlavano “figo”, invece di “bravo”. Lanciavano mutande invece di palloncini.
C'è anche Chiara_bo. C'è pure Giada. All'epoca, anche loro avevano quindici anni. E ora siamo qui, le piccole del gruppo. Sostituiamo i treni con le auto personali. Parliamo di musica, invece che di quanto è piatta la morosa di turno. E, malgrado tutto, siamo ancora qui.
No, non è la Spagna. E' che siamo cresciute. Strette tra trentenni, quarantenni e cinquantenni. Complici di figlie della nostra età. Ammassate finchè non ci rendiamo conto che fa troppo caldo per ammassarsi ancora.
“A me piace seguirlo. Girare l'italia ti premette di...”
“....conocer ciudades, hacer amistades, me encanta”
Il groppo in gola di volti che si sormontano. Poi, una sagoma nera si avvicina dal backstage. E' Silvio. Gli anni passano per tutti, eppure resta inconfondibile nel vino che stringe tra le mani.
“Certo che non cambi mai!”
“Ma tu non dovevi essere in Spagna?”
Il verso dei baci sulle guance: manco a quello mi riadatto più. Imbarazzo. Poi perchè accidenti se ne danno tre? Sono queste piccole cose, che mandano in confusione.
Comunque. Non sono le bottiglie, l'unico bagaglio del nostro udinese. Chiara gli fa da valletta. Nello zaino, piccoli trofei dalla sua collezione. Quella che ha immortalato nel processore di una macchinetta digitale. Il vinile di Squerez non sapevo esistesse. Il promo cd dei LùnaPop risale a prima che avessero una casa discografica.
“Io non ce l'ho” - gli dirà il produttore.
Ma sa che nessuna cifra glielo potrebbe comprare.
Ne discutiamo, alternando aneddoti a quelli di altri concerti. Madonna. I Coldplay. Udine che si apre al Mondo, anche se ancora parteggio per la costa triestina. Mi dispiace, ha il mare. L'assenza la perdono solo a Parma e Madrid. Ok, ok, anche Bologna può avere un perchè.
Poi, aprono i cancelli. L'istinto mi fa scattare una molla. Corro al posto originario, non mi farò fregare la prima fila così. Poi ci penso, già coi gomiti alzati. In fondo che m'importa, se sarei da sola? E torno indietro felice, proprio accanto a Marina. Che tanto le “Furie Rosse” sono due file più avanti. Ci passano palloncini mentre allestiscono in striscioni la loro coreografia. Una donna incinta le guarda compiaciute.
“Io quella la conosco!”
E come si fa, allora, a non cambiare?

Forse proprio Silvio è l'unico che ci riesce. Accenna a Walter Mameli il regalo che ha fatto a Cesare. E, con il biglietto per l'ultimo concerto di Freddie Mercury, si guadagna appieno il posto in camerino. Oltre all'ultima Wiston Blu con il cantante – allora non racconta balle – e una dedica speciale.
“Qualcuno ha filmato? Ditemi che avete filmato! Io ho bisogno...”
“...Necesito ver el video en el youtube, porfa. Es que no me lo creo.”
Mannaggia, di nuovo.
E il concerto conferma. Anzi, stupisce. Dieci anni da 50 Special, d'altra parte, sono dieci anni tondi di carriera. Non può non notarsi. E' quasi fisiologico. E allora Cremonini ha affinato la voce. Non si scorda più i testi – beh, non come prima. Si dimena al centro del sudore dimostrando che domina il palco. Che lo possiede, l'ha sedotto, ne ha fatto la sua dimensione oltre al fantasma del suo solito Freddie. Ed è bravo, cavolo. Rimane bravo.

Mi ipnotizzo tra i suoi vecchi successi. Ascolto la mia vita e la ricanto uguale. Lui, intanto, si scaraventa giù dallo sgabello. Suona il piano coi piedi. Fa cantare ballo (come canta David). Direi che è inevitabile, l'elogio. Specie se “Vieni a Vedere Perchè” restituisce intera la sua importanza narrativa. La mia canzone. Tecnicamente tra le peggiori, ok. Ma è la mia canzone. Lo è stata e riesce quasi a esserlo ancora. Non è solo il testo. E' quello che racconta a me. E' la fetta d'arancia in uno spritz. E' “dico sempre che non cerco amore...”. Il solito sapore dolceamaro su cui mi sconvolse in teatro.
“Volevo ringraziare i ragazzi del forum”
“Quería dar las gracias a los chicos del foro...”
“Perché mi seguono ovunque e vedere le loro facce...”
“...hace que nos sintamos como en casa”.
Ok. Ok. Forse ho solo applicato una sostituzione. O forse ci sono dei cliché che nulla cambia. Per lo meno, non il Paese in cui sei. Forse ho cercato ne “El Canto” quello di cui ho bisogno, ma che ho ormai perso qui. Perché “com'é stato rivedere Cesare dopo tanto tempo?”, cosí mi chiedono. E onestamente non ci trovo niente di sbagliato. Mi sono divertita. Il live é stato perfetto. Non una sbavatura. Nessuna imperfezione. Ancora una volta, nuovi abbracci mi hanno fatto sentire meno sola. Eppure qualcosa manca. Qualcosa che non so descrivere, e che ne El Canto c'é. Non é colpa di Cesare. Non é colpa dei suoi fans. No. La colpa é solo mia. Mia e del fatto che cresco. Che, sí, sono cambiata. Guardami negli occhi e chiedilo di nuovo. Sono scappata da una vita che ho bruciato. Forse ho fatto male, forse no.
Ma quello che sento, adesso, é il distacco che va oltre al non sapere che Lucio é l'amministratore del forum. (“Sabéis como se llama? Vincente...”). E' il distacco che mi fa apprezzare un concerto. Che mi fa saltare, ballare, urlare. Il distacco che si chiede “giá finito?”. Ma non sente nel dopo lo stesso vuoto di Giada. E' questo quello che mi manca: l'entusiasmo. L'attesa adrenalinica della fila. La felicitá incancellabile di una strizzata d'occhio. Il bisogno di cercarli, salutarli, ringraziarli per dare un senso al dopo. Sará che all'epoca ho giá avuto tutto.
“Io non l'avevo, la foto con Ballo”.
“Davvero? Nemmeno una? Io sí, diverse...ma nella prima aveva addosso un grembiule con lo scheletro”.
La gente attornia Cesare nella disperata ricerca di un autografo. Io sto un po' in disparte, vagamente annoiata. Stanca.
“Hai provato Maggese e non l'hai suonata!!”
“Certo che a voi non sfugge niente, eh?”
“No se os escapa una!”
Quella connessione, quel filo diretto, quell'avvicinamento che é fatto solo di cuore...tutto questo io l'ho trovato ne El Canto. E sebbene sia tutto anche meglio di allora, non riesco a riprenderlo qui.
Forse é vero, che funziona un po' come l'amore.
Il primo non lo scordi, ma non ti viene in mente di ritornarci assieme.
E allora andiamo a bere. Missione persa del solito succo di mela usata a pretesto per una toilette.
Poi l'auto azzurra, costretta ad una sosta accanto ad un concessionario Porsche. La grandine.
“Sono pochi i cantanti che riescono ad essere cosí umili, disponibili, e soprattutto cosí grati ai propri fans. Lui non fa che ringraziare, in ogni momento. Dimostra attenzioni. Scrive sul forum quando nessuno lo obbliga. E poi i gesti, le parole dette fuori dal microfono...chi altro lo farebbe?”
“Giá, chi altro?”
Ma ho lo sguardo assente. Non sto piú pensando a Cremonini.
“Bentornata. In tutti i sensi”
Allora ho ringraziato Ale, chiedendomi se fossi tornata davvero. Sulla strada del ritorno, entusiasta di un concerto, ho sentito che comunque non mi sposterei per la penisola. E quindi, a conti fatti, non ero tornata davvero.
Dal tuffo nel passato ci riemergo. Senza nessun tipo di rancore. Grazie a tutti, veramente.
E, sul forum de El Canto del Loco, oggi Dani ha scritto di nuovo.
A parte che ho rivisto Monfalcone dopo secoli. A parte che, comunque, mica m'ero persa sto granchè. A parte che ho scoperto che il mio ambito relatore non insegna più a Parma. A parte che avevo già pensato alla riserva. Quella che non risponde. Però tramite mail sembro quasi sicura.
Che storie.
A parte che essere citata rischia di nuocere gravemente al mio ego. A parte i saldi che non sono tali. A parte i soliti ubriachi che t'inseguono per strada. A parte. Dico a parte, non ho poi molto da dire.
E' per questo che la mia pigrizia si rifugia in stratagemmi collaudati. Ed io, per aggiornare, vi rifilo la lista del leif motiv musicale. Sì, insomma. Dei brani che in 'sti giorni non la smettono di rimbalzarmi in testa. Quelli che ascolto fino alla nausea. E, in qualche maniera – proprio come il nero ormai bandito dai vestiti – mi ricostruiscono più allegra.

Non per niente ho riciclato La Mosca. Voglio dire, cantare che romperé tus fotos e quemaré tus cartas porta sempre con sé una buona fetta di soddisfazione. Chessò, magari ho un animo piromane.
E poi c'è Moving, dei Macaco. Estiva nella sua fusione di generi quasi quanto i Pittbull ricordano notti Erasmus. In quel senso, la mia colonna sonora ha già doppiato i due cd. No comment. Piuttosto, perchè qui non li danno, i chupitos gratis? Rumba, ella quiere su Rumba. Ma anche un tinto de verano, se è per quello. Vabbè.
Il fatto è che tra i più mentalmente cantati c'è, in questo periodo, soprattutto un brano. Si chiama Quieren Rock. Lo firmano gli argentini Intoxicados. E non è soltanto perchè lo passano prima dei concerti de El Canto, che mi proietta d'incanto in quella stessa atmosfera.
I ragazzi sanno dov'è l'azione: si stanno preparando mentre scende il sole. La band che gli piace si presenta oggi, i ragazzi e le ragazze vogliono il rock.
Vogliono il rock.
Salgo sul palco e vedo all'improvviso ragazzi intossicati dal rock 'n'roll. Hanno già appeso le loro bandiere e cantano come sempre “che esca la band che vogliamo il rock”
Vogliamo il rock.
Vogliamo il rock.
ROCK ROCK ROCK.
A Parte, credo che la vita da Groupie mi manchi quasi più della Spagna in sé.
Parte terza: Tutto nelle pause strumentali.
Dovevano esserci gli hotel la paz. Introdurre il concerto a suon di rock elettronico, nel supplizio sempre snervante del rituale band- di- spalla. Invece, niente. Si sono limitati a suonare al centro del campo mentre aveva luogo lo scarso trionfo del nostro ingresso. Almeno, così dice Clara. “Ma, perchè, SUONAVA QUALCUNO?!?”. Doveva esserci Tony Aguilar, pure. Qualcuno lo scorge dietro il palco, quando Lucas Masciano sfoggia il suo pass davanti alle prime file. Eppure, nessuno di loro accetta di dividere il protagonismo dello show. E' la serata de El Canto del Loco. Nient'altro. No, sbaglio. E' più che altro la mia.

Così, le note introduttive del live accompagnano solenni righe rosse sul monitor. Gli effetti video non funzionano, quest'oggi. Gli effetti luce si sono ridotti al minimo. “Scusate”, dirà poi il cantante, “Pioggia ed elettricità non vanno molto d'accordo”. Però, in qualche modo, è anche meglio così. Sì. Perchè è quando i mezzi tecnici collaborano poco, che ti rendi conto delle effettive potenzialità di un gruppo.
Ed , ora, non è che sono di parte: El Canto del Loco sono grandi davvero. Lo sono perchè, spogliati di scenografia, regalano il loro live migliore tra quelli che finora ho visto. Como un Perro Ladrando sostituisce Super-heroe. Y si el miedo si ripesca di sorprese. E Acabado in A, lo ammetto, nella versione acustica è migliore di quanto sembrasse su youtube.
La eseguono seduti sulla panchina, prima che le batterie della macchina fotografica mi abbandonino nell'imprevisto adiòs. Eppure, nemmeno questo importa. Anzi, gioca pure questo a mio favore. Perchè ho imparato, al concerto di Roses, che se non guardi da un obiettivo ti godi di più ogni singolo gesto. Che se non cerchi lo scatto giusto, ti consegni di più all'animazione. E vale la pena, sul serio. Il frontman, questa sera, sembra quanto mai tarantolato. Certo, qualcuno poteva dirgli che ha eseguito l'ultimo bis con la cerniera dei jeans aperta. Altra cosa, che peraltro, mi fa notare Clara. E lo specifico prima che pensiate che io focalizzi la mia attenzione in parti del corpo strane. Che sono friki, sono groupie, ma ho pure i miei limiti, sia chiaro. Comunque, dicevo. Dani non sta fermo un minuto. Si distende sul palco. Salta. Balla. Corre. E, malgrado questo, la voce gli esce perfetta. Non c'è una sbavatura a Roses. Non una distrazione. I monitor – ma dai! - riescono persino a ritrovare un po' di vita sugli arrangiamenti de El Pescao.

Sì. E' il concerto della mia vita. L'esibizione che mi meritavo, in questo arrivederci al Paese del cuore. In fondo lo sapevo, che sarebbe stato speciale.
E so che non sbagliavo sin dalle prime note. Quando Dani esce tra le ovazioni della gente. Mi vede. Sorride. Strizza l'occhio. Come se mi servissero ulteriori ragioni per essere immensamente felice.
Ma non basta. No. E' soltanto l'inizio. Non passano che pochi minuti. Poi, si accorge della mia bandiera.
“De italia? “, chiede a mo' di conferma fuori dal microfono.
“Sì!”
Lo stupore sul suo volto si accompagna a un moto di incitamento. Esaltazione. Che ne so.
A dire il vero, non ho tempo per chiederlo: è già partita Contigo.

Così, mi si avvicina. Mi indica, nel ritornello. “Quiero estar contigo..” e ci aggiunge “...italiana!”. Tutta la prima fila si volta a guardarmi emozionata. Io sono presa dal brano, però. Voglio dire, si sa che ai concerti tendo a interpretare i testi. Perciò, nemmeno l'incredulità di attimi da spot riesce a fermarmi. Con un sorriso a centocinquantotto denti, seguo quel contigo indicando lui.
Che sorride. E che mi manda un bacio.
“Oh, ma sto sognando?”
“No, tranquilla: sono testimone che è accaduto davvero.”
Maria, incredibile, sembra per questo più sconvolta di me. Da allora, le pause strumentali si riempiono ai miei occhi di un fascino strano. E' che Dani approfitta di ognuna – e dico OGNUNA – di esse per regalarmi qualcosa. Parole scandite dal labiale. Infiniti ringraziamenti. “Por todo”. Addirittura un'inchino. E ancora tanti baci attraversano l'aria. Occhiolini e sorrisi mentre illumino i miei occhi assaporando fino in fondo, con tutta me stessa, una canzone.
“Guapa!”

Quindi sarò anche una friki. Ma, su quella panchina, al centro del palco, il discorso si plasma sulla situazione.
“Quelli di fuori, oggi, devono sentirsi a casa. Perchè qui dentro siamo tutti uguali. Perchè non esistono confini, perchè la geografia non c'entra niente. Perchè siamo tutti di qualunque luogo”.
E le mie compagne di avventura, allora, mi stringono bilaterali in un abbraccio. Marìa mi scompiglia i capelli. Clara mi da colpi sulla spalla. Ecco: se fossi una di quelle fan che piangono, forse a questo punto piangerei. Invece, sono una di quelle fan che ride a squarciagola. Una di quelle che, la gioia, non la riescono a nascondere. Specie se la vivono in climax.
Mi pervade il volto, quella gioia. So che sono al meglio. So che oggi più che mai odierò Zapatillas, perchè, accidenti, è l'ultima. E proprio non lo riesco a sopportare.
Prima, però, ci sono le pause strumentali. Ah, le pause strumentali. In una di esse Dani legge il mio cartello. “Le digo hasta Luego a España” - recita - “me dedicáis VUELVE?”.
“Non la suoniamo”
“Ah, ok. Non fa niente”
“Mi dispiace.”
“No, davvero, non importa”.
Rimane a fissarmi per istanti interminabili. Reciterá anche per lavoro, ma é fin troppo evidente che sta pensando a qualcosa. Poi, di colpo, sorride. E corre al centro del palco: c'é un brano da continuare.

Non trascorre molto. “Queréis más? Pues, pedir más”. Il primo bis si apre con Equix. Ora, io ho sempre amato da impazzire quel pezzo. Ha fatto parte delle mie frasi su msn. Mi ci sono rispecchiata. Mi ci sono emozionata. E, da quando ho saputo che era stato incorporato al repertorio, non ho fatto altro che scrivere sul forum che non vedevo l'ora di ascoltarlo live.
Non so se c'entri. Probabilmente no.
Ma, dopo la prima strofa, un altro sogno diventa realtá.
“Questa canzone la dedichiamo a una ragazza che é venuta dall'Italia”
Voglio dire, nessuno mi aveva mai dedicato una canzone prima. Non davanti a cosí tanta gente, per lo meno. Fossi una di quelle fans che piange, la matita sugli occhi sarebbe giá striscia nera. Invece, continuo a cantare. A ballare. A scatenarmi. Invece rispondo al sorriso divertito di David Otero sperando soltanto che qualcuno metta il tutto su youtube.
Non per altro, é che ancora non ci credo.
“Sei sicura che é vero?”

E, dato che me lo appura, decido di aiutare María. Vuole l'asciugamano di Dani. L'ha scritto su di un cartellone. Ormai, il mio é stato letto ed ascoltato. Posso lasciarlo cadere al suolo. Non importa. E' ora che anche il suo sogno abbia protagonismo, almeno un po'.
Infatti Dani lo vede.
Pollice in alto. “Certo, non preoccuparti”. Solo che, stando alle altre, c'é un problema.
“Non é giusto, uffa, ha capito che lo vuoi tu!”
“Ma non é detto...e poi, in caso, si puó sempre risolvere”.
E cosí accade. Alla fine del concerto, il cantante si avvicina col famoso asciugamano. Sta per dire al tizio della security che me lo dia. Ma é un attimo. Un gesto.
“Non a me, a lei”.
Sorriso.
In fondo, io 'sta storia degli asciugamani non l'ho mai capita troppo. Voglio dire, ok essere friki. Ma un pezzo di stroffa bagnato di sudore a me, personalmente, fa piuttosto schifo. Sia di chi sia il sudore, intendo. Senza contare che – l'ho detto – non ho posto in valigia.
E poi lo sguardo di María vale da solo la ragione di un gesto. C'é pura gratitudine, nelle sue iridi castane. Stringe il suo trofeo come se l'avesse appena partorito. In effetti, mi ricorda Linus con la sua coperta. E' pure azzurra, guarda un po'.
Aquellos años locos é la base di sempre ad ogni inchino. Ma, prima di eseguirlo, c'é sempre una pausa strumentale.
“Gracias, guapa”, per l'ennesima volta
“Non mi ringraziare. Grazie a te!!”
Bacio, per l'ennesima volta. Che stavolta ricambio, prima che si spenga il riflettore.

Alla fine Sil non la trovo. Non ho la minima idea, se abbia o non abbia scoperto l'hotel. Tutto sommato, sento che a questo punto non mi importa granché. Andassi in hotel potrei avere una foto con Dani Martín. Scambiarci due parole due prima che il resto della sicura folla l'assedi. Io, invece, questa sera ho avuto molto di piú.
Mi torna in mente un vecchio messaggio sul forum.
“Vederci dedicare una canzone da El Canto credo che sia il sogno di ognuna di noi”.
Quindi niente. Aspetto con le mie stelle negli occhi fuori dall'uscita sbagliata. “Sono usciti di lá”. E me ne frego.
Scambio sms con le altre. “Siamo giá in macchina, mi spiace”. E me ne frego.
Vengo fermata da un gruppo di ragazze sedute a cerchio sul pavimento. “Congratulazioni!! Ma Dani come faceva a sapere chi eri?”. Digo troppi “o sea”, e me ne frego.
L'unica cosa che ho voglia di fare, adesso, é raccontare ció che é stato a qualcuno. Per questo la chiamata di Naza capita a fagiolo. O il messaggio di mia madre. O...
Non dormo da infinite ore. Eppure l'adrenalina ha ucciso il sonno. Alle due sto ancora camminando in circolo sul pavimento in marmo della mia stanza fighissima. Mi mordo le unghie senza morderle davvero. Nervosa. Emozionata. E incredula come da troppo non ero.
Se questa é la fine del mio Erasmus, vorrei fare un altro Erasmus per vederlo finire.
Poi che mi chiamino friki. Me da igual.