Italo-Spagnola

Il blog di una che ha sbagliato Nazione
lunedì, 16 novembre 2009

Lo zucchero è zucchero davvero

Che in un quadro futuro ci sia il teletrasporto, era tutto sommato prevedibile. Specie se quel quadro lo disegno io. Succede davanti ad una tavola imbandita. Consistenza bianca che sembrava zucchero. Era zucchero. Tre kili e mezzo nella tazza di Cinzia. Amaro per Fra, che infatti è la più normale. Comincio a dubitare. Controindicazioni. Nessuno la ricorda, la prova del nove. E, per qualche motivo, inizia sempre tutto dal Caffé.

Tres días antes.

In effetti è lì, che la mia vecchia confidente ha scelto di regalarmi uno dei suoi bracciali. Lì, davanti ad un caffè. Lo fa senza un motivo. Così, solo perchè le ho detto che mi piace. C'ha i colori, sono in fase zuppe findus. In effetti, il complimento era piuttosto scontato. Eppure io mi shocko. E no: non c'entrano soltanto i tizi strani seduti accanto a noi all'Acquolina. Biondo platino con coda più cantante degli outcast. Strano binomio. Bizzarra addizione (quelle le so fare). Forse vengono anche loro da una dimensione parallela. Però, in tutto questo, non han niente a che vedere. E non c'entra neppure il vago fastidio che mi percorre il corpo quando qualcuno trova le parole che io ho perso.

“Quando vai via, vedi la vita di prima dall'esterno. Come se fosse di un altro, come se non fosse tua. Per questo tornarci è così strano”.

Descrizioni che non ho saputo fare. Concetti che non ho saputo riassumere. Che, se il dono della sintesi non sarà mai affar mio, forse ho proprio sbagliato professione. Mi sento inadeguata. Eh già. Intanto l'ipod mi sceglie un pezzo di passato, ed io rifletto compiaciuta su come una canzone possa tornare canzone. Di colpo. Spogliata di esperienze come io di una sciarpa coi pon pon. Nient'altro che testo e melodia. Bella, ma pur sempre melodia.



Ma già mi perdo. Lo shock non sta mai nell'attorno. E' dentro, non nella cornice. Lo shock è la spontaneità con cui riprendo un discorso dopo due anni che d'un tratto sembrano un minuto. Non mi abituo ai ritrovi. Non mi abituo al fatto che Cinzia non faccia più parte della Parma di adesso. Del mondo che senza lei non potrò ritrovare uguale. Torna. E poi sorrido, ripensando ai film che costruivo da sola. Per questo capisco Chiara. Per questo, Le Braccia Rotte, andiamo a vederlo anche con lei.

Che poi in realtà si chiama “Gli abbracci spezzati”. Solo che non so dirlo in italiano. E' come se la lingua si inceppasse nelle zeta. Suona male. E l'amica misteriosa, nel ridefinirlo, ha colto se non altro la musicalità dell'originale. Perchè sì:l'avevo pure già visto, il nuovo film di Almodòvar. Mi ero persa nel chiasso dei suoi colori, senza ancora sospettare che l'avrei ricercato nel look. E dalle sedie del Vialia iniziava pian biano a sbocciare il mio fiore. E labbra rosso fuoco. E collage a tinte forti. E margherite. C'è nel marchio distintivo nel regista la pennellata che do ora alla mia vita. Pure le scarpe che voglio, stanno lì. Oltre che adagiate ai polpacci di una viaggiatrice vistosa. Abbiamo recuperato anche Framino. Macchina fotografica sulle spalle: certe cose, almeno, non cambiano mai.

“Voglio quegli stivali!!”
“Non c'è problema. Ora la tramortiamo e te li prendi”.

Le suore, tutt'attorno, sembrano benedire i tabelloni delle partenze. Li stanno indicando. Ricalcano in labiale il numero del binario. Solo che il loro gesto sembra il segno della croce. Deformazione professionale. Forse, dopo, andranno pure loro a prendersi un caffè.

Comunque, dicevo di Almodòvar. Io nella revisione cercavo conferme. Mi è piaciuto perchè è bello, non perchè allora mi trovavo a Màlaga. Non perchè per un secondo appare Dani Martìn. Che poi non capisco perchè tutti gli italiani lo chiamano Dani Màrtin. Così, all'inglese. Con l'accento sulla A, come Ricky. Robe che mi aspetto che canti she bangs e mi sconvolgo se poi non lo fa. Màrtin come Dean Martin, anche. Non so cosa sia meglio. Ma comunque no: mettiamo in chiaro che è spagnolo e c'ha l'accento sulla i. Perchè è tronca e finisce per enne. Anzi, è tronco. Che poi è il nome con cui indicano un ragazzo in quel di Madrid. Tutto torna, in effetti.

Però, bastaaa. Che cavolo: questo non è un flusso di coscienza, e devo assolutamente recuperare il filo. Per esempio, parlando del doppiaggio. Perchè la realtà è che salta agli occhi, la differenza di budget tra una produzione di tale portata e...che ne so, tanto per auto-stereotiparmi, Cuenta Atràs. Sì, vabbè, countdown. Altro titolo che proprio non so dire. Non è solo per il perfetto allineamento tra il movimento delle labbra e le parole udite, intendiamoci. Io qui affronto la scelta delle voci.

Pauroso quanto le abbiano trovate simili all'originale. Pure quella di Corso. Ehm, cioè, di Dani. Nel doppiaggio italiano della serie di cui sopra era così diversa da destare straniamento. Che poi in fondo è normale, quando conosci così bene il suo timbro effettivo. Qui no. Nel cameo almodovariano ci somiglia. Gli si addice. Gli calza molto più del nome del suo personaggio. Mario, per me, è sempre Alex Gonzàlez.

E le impressioni iberiche le ho confermate appieno.

Due giorni dopo c'è stata una festa. Varie musichine incise scrivendo messaggi. Il libro di Nick Hornby che voglio più delle scarpe. E non posso perchè ho delle scadenze. La tesi come spada di Damocle. Nebbia e lavatrici contro la preparazione di un esame. Mangio troppo. Bevo meno del previsto. Però, dopo, c'è sempre il caffè.

Tre kili e mezzo nella tazza di Cinzia. Due cucchiaini scarsi, per me. E sclero.

Così, in un quadro futuro, il teletrasporto avrà le sue stazioni. Sì, insomma. Esiste pur sempre la privacy. Non è che si può consentire a una persona di materializzarsi dove vuole. Metti che sto dormendo e mi appare uno sotto le coperte, per esempio. Sai che infarto? Oppure, devo andare in bagno e c'è uno sconosciuto che si é teletrasportato lì a lavarsi i denti. No, no. Le cose vanno fatte con criterio. Così, trenitalia (che per allora sarà teletrasportitalia) ammodernerà i suoi impianti ferroviari, trasformandoli in tecnologicissimi punti di transito. In questo modo si tuteleranno anche le scuse.

“Sono arrivato in ritardo per colpa del teletrasporto”, magari non suona credibile. E' vero. Però “sono arrivato in ritardo perchè c'era casino in stazione”, è decisamente un'altra cosa.

E comunque mettetevela via: all'inizio, come qualunque altra innovazione, il teletrasporto sarà un servizio costoso che solo in pochi potranno permettersi. Coesisterà per un periodo con gli antichi mezzi di trasporto normali, finchè questi non inizieranno progressivamente a scomparire. A quel punto ci saranno varie categorie di teletrasporto, abbinate a costi differenti. Teletrasporto regionale, teletrasporto freccia rossa, teletrasporto alta velocità...la novità è che potrei cercarmi le scarpe a New York, e tornare per cena. Oppure seguire tutto il tour del Canto dormendo a casa mia dopo ogni show.

Sospiro. Sarà senza dubbio un mondo migliore.

Ah, e poi nel futuro non esisterà il T9. Anzi, i cellulari non avranno proprio le tastiere. Basterà accostarli al cervello, e un sofisticatissimo dispositivo elettronico rileverà in automatico il tuo pensiero. Lo trasformerà in caratteri. Ed avrai l'essemesse bello pronto sullo schermo. Ovviamente dovrai cliccare il tasto “conferma” prima di inviarlo. Non sia mai che il marchingegno capti il pensiero sbagliato. Tipo “va a cagare brutto stronzo, ora vedrai come mi vendico ” invece di un diplomatico e falsissimo“non fa niente, non ci sono rimasta male”. Che in fondo sono complicate, le relazioni umane. A questo, non c'è tecnologia che possa porre rimedio.

E a mio figlio, l'ho deciso, io parlerò in due lingue. Le statistiche sono chiare: i bimbi bilingui iniziano a parlare più tardi degli altri, ma poi dominano da subito alla perfezione entrambi gli idiomi dei genitori. Oltrettutto, ragazzine italo-inglesi mi hanno letteralmente conquistata. “La mamma è nella kitchen”. Più o meno come parlavo io dopo l'erasmus. Sì, perchè ovviamente dell'inglese non mi frega. Io a mio figlio parlerò in italiano e spagnolo. Anche se non mi sposo con un iberico, sia chiaro.


“Certo, così poi il padre non capirà un cazzo di quello che gli dice suo figlio...mi sembra giusto.”

“No, Fra, il problema non si pone: tanto 'sto povero Cristo che si sposerà se lo trascinerà in Spagna con la forza, quindi o impara lo spagnolo o s'attacca”.

Cinzia sì che mi conosce bene.


Ma lo zucchero – confermo- é zucchero davvero.

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venerdì, 06 novembre 2009

Nebbia

Sguardo distratto.

Fuori dal finestrino, la nebbia si improvvisa cartolina. Sembra essere stata messa lì per i turisti, a incrementare immaginari sulla Pianura Padana. Mi piace pensare che, appena le pupille tornano al mio libro, qualcuno in casco bianco la rimetta via. Già li vedo, frenetici. Operai come formiche intenti a arrotolare uno scenario. Aprono la cassapanca del reale. E, quando tutti dormono, brindano all'impresa.

In effetti ho modi strani di affrontare il mal di testa. Forse è tutto molto meno poetico. Sì. Forse la nebbia serve solo a ricordarmi dove sono.

E allora cerco nella campagna il filo dei discorsi lasciati a metà. Scavo tra i ricordi più recenti del luogo a cui sto tornando. Solo due settimane. Eppure mi spaventa la difficoltà che trovo.

E' come se ogni volta che torno dalla Spagna tutto il resto riuscisse a sembrarmi lontano. Parole, facce, discorsi. Ora sembrano ovattati come se appartenessero a altre ere. Quelli che sembravano problemi sono adesso barzellette di cui ridere. Quello che mi entusiasmava, bambola impolverata che non mi diverte più. E mi guardo attorno confusa, trovando diverso anche il mio sempre uguale. Diverso ma statico, in un certo qual modo. Troppo a lungo ignorato e accettato dai più.

Ogni volta che torno dalla Spagna, le altre mie dimensioni si fanno d'un tratto cupe. Terrificanti emblemi della parola Ieri. E' come essersi abbagliati di luci colorate e doversi di colpo adattare al buio. Gli occhi ce la fanno. Il cuore, forse no.

Ma poi scendi dal treno, inspiri gli odori di sempre. La nebbia, domani, verrà rimontata uguale. E prima che tu te ne accorga, questo sarà il tuo normale. Lo accetterai come sempre. Ti arriverà a piacere.

Sto di nuovo scivolando dentro alla routine.

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giovedì, 05 novembre 2009

Madrid, Ultima Parte: Applausi...per me

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Madrid, Ultima Parte: Applausi...per me

Delle due band di spalla farei una crasi in nome del gruppo perfetto. Degli Hotel La Paz non mi piace la musica, eppure sono simpaticissimi. Vendono da soli il loro disco accanto agli affollati stand del merchandising. “Promettici che domani lo compri”, chiederanno mentre cerco la mia shirt.”Promesso”, anche se non ne ho intenzione. Gli Hotel La Paz escono a bere con le fans. Saltano e ballano per tutto lo spettacolo. Gli Hotel La Paz mi hanno persino ringraziata sul fanclub.

Prego.

I Sidonie, invece....io la musica dei Sidonie la adoro. Non smetto di cantarne i brani, dal primo all'ultimo del loro repertorio. E ballo. E urlo. E mi commuovo. Il disco dei Sidonie é stata una delle migliori scoperte degli ultimi tempi. Eppure l'atteggiamento che hanno incita al piú profondo fastidio. Perché, andiamo, io semplicemente non sopporto chi sale sul palco barcollante con bicchieri di rum e cola alla mano. Non é moralismo: é vedere una professione come tale. E' pretendere rispetto ed alti standard qualitativi nei confronti di chi ti paga da vivere. E non puoi farlo se ti presenti ubriaco perso chiedendo chupitos per continuare a cantare. Non puoi. Neanche se la sera dopo mi tirerai una rosa.

Che, peraltro, nella foga perderó.

Comunque. Forse non serve mischiarli per formare il gruppo perfetto. Forse il gruppo perfetto esiste giá. E ne avró la conferma dopo il countdown. Meglio: dopo essermi distratta accorgendomi della presenza del presidente di Sony. Voglio dire, caspita! Il presidente di Sony é a non piú di due centimetri da me, l'aria annoiata e la camicia professionale mentre scruta soddisfratto il palazzetto gremito. Se avessi piú faccia tosta allungherei un braccio. Mi presenterei. E gli chiederei aiuto per la tesi. Per la tesi o per un lavoro, perché no. Tanto vale sognare in grande. Solo che poi partono gli accordi della Suerte de Mi Vida e il mio cuore mette a tacere il cervello. Adesso, reclama attenzioni.

Da quando cerco vita sotto a un palco, la gente non fa che chiedermi perché. Chi non l'ha provato crede che le tappe di un tour si copino l'un l'altra. E invece é proprio quando vai a due concerti di fila che ti appare ancora piú chiaro quanto sbaglino. Quanto, pur mantenendo uno stesso repertorio, l'atmosfera possa radicalmente cambiare.

E allora il primo é emotivo. Il primo é da pelle d'oca e lacrime.
Il secondo, invece, é puro cabaret.

Il primo si apre con un cambiamento del testo. “Sois la suerte de nuestra vida”, dedicato ai fans prima di un lungo addio. Un addio che non credo sapró sopportare. Non se prima di Zapatillas nuovi effetti audiovisuali ringraziano di tutti i nostri gesti. Della nostra passione. Di aver fatto “del nostro sogno il vostro...é il vostro.”. E alle parole “Hasta Luego” non so fare a meno di urlare un disperato “NOO!”.



 

Il primo risponde alla richiesta di Estefanía. Sul forum parlava del suo ragazzo. Il grande amore che le aveva regalato il biglietto del concerto, perché una canzone de El Canto era la Loro canzone. L'amore che é morto, in un incidente d'auto, poco dopo una vacanza assieme a New York.

E la dedica arriva, sperata eppure ancora inaspettata. Dedica per lui, per Sergio. Per lui e per “tutti quelli che non ci sono piú, e invece dovrebbero essere qui.”. Impossibile non pensare. Quella presenza é sempre lí. C'é dal momento in cui ci siamo stretti in un abbraccio immaginario che, non so ancora come, é arrivato a destinazione. E chi c'era da prima sa com'é cambiato tutto. Sa che quel dito verso il cielo non é una coreografia. Perció anche il testo di Contigo cambia. “Non sono capace di andare avanti senza di te”. Occhi chiusi di concentrazione. Gli occhi di David che brillano di lacrime. L'abbraccio tra i cugini. E ció che senti arriva. Ció che senti riesce anche a farti incazzare.





 

Il primo concerto é la vita, loro e di tutti, che pulsa tra le mani.
E allora non poteva che succedere lí. Quando non me l'aspetto. Quando la mia Equix, come a Roses, mi imbambola. E come a Roses Dani si avvicina. Come a Roses, Dani la fa mia.

“Un applauso per Luna84, che é venuta dall'Italia”.

 



Min 3,32

Perché sí, quando credi di aver raggiunto l'apice quest'apice si supera. E oggi é meglio di quella volta. Lo é perché allora avevo un cartellone. Allora chiedevo qualcosa. E questa volta no. Di piú, il mio nickname non era scritto da nessuna parte. Lui mi ha riconosciuta. Dalle foto sul forum, o dalle altre volte, o da entrambe le cose. Comunque, sa chi sono. Mi regala qualcosa che per me vale molto. E anche se sembra stupido, anche se a un concerto io non ho mai pianto, poi parte l'inedita “quiero aprender de ti”. Se il trucco si scioglie, non é solo per sudore.






 

Sciogliersi. Questo é il verbo adatto. Il verbo che userei sempre. Fino allo sfinimento e un po' piú in lá.

Due concerti e due atmosfere, allora. La seconda piú distesa, eppure ancora imprescindibile su quello stesso brano. Due canzoni dopo avermi vista, in una prima fila stavolta prevedibile. Nell'angolo cieco oltre a una telecamera. Due canzoni dopo avermi indicato sorpreso. E dare il via ai sorrisi. “Y sé que dentro de ti hay una que es mía”. Dare il via alla strizzata d'occhio che mi inquieta. Perché sí, sono ancora qui. Perché Quiero vivir así, ora e per sempre, e voi non potete dare solo un concerto ancora. Non potete perché poi la gente piange, quando i tizi col caschetto iniziano a smontare. E c'é un'altra cosa a cui non so reagire, oltre ai ringraziamenti. No, io non sono in grado di consolare.

Ma il secondo concerto non da troppo modo di pensare. Colpa delle conversazioni tra cantante e chitarrista. Del loro inglese improvvisato e stentato.

“We go to bed”
“No, we go to drink tonight”
“Bell'esempio da dare alla gioventú”.
“In realtá beviamo latte di soja”.

E via con gli aneddoti sulle pubblicitá. Actimel. Vivesol. Yogurt e formaggi, fino allo strano applauso per quelli di Pull and Bear. “Sicuramente c'é qualcuno che é stato licenziato ingiustamente”.






 

Il secondo concerto é un overdose di deliri tra i doppi sensi del verbo “empujar” e il netto rifiuto di halloween. “Che poi arrivano i bambini a suonare il campanello proprio mentre stai facendo la siesta”. Il secondo concerto é un gioco di voci che “io ho sempre odiato, non so perché lo sto facendo ora”. E' uno strano coinvolgimento di smorfie, salti, e movimenti del bacino. E' ridere fino alle lacrime stupendosi di nuovo di quanto possano passare rapide due ore.

No. Chi dice che andare a due concerti dello stesso tour é inutule, forse non ne ha vissuti due de El Canto. E, in mezzo, c'é chi va a far festa e chi mi prende in giro. Ci sono le imitazioni di Javi. Il metro e novanta di Eder. La faccia verde di Cris-callatelaboca, e “che razza di presentazione é?”.

In mezzo ci sono gli abbracci di David, che riescono a diventare una delle scoperte migliori. Perché non posso smettere di sorprendermi di come persone che in fondo non ho mai incontrato sappiano trattarmi come la sorellina minore da proteggere. E si preoccupano del fatto che non abbia dormito. Chiedono se sto bene. Danno consigli su come disconnettere e poi riposare un po'. David se l' é meritato, il palco a Zaragoza. Certo che ce ne sono , di persone speciali!

Ma in mezzo, soprattutto, ci sono i venti euro che non riesco a cambiare neanche in mezzo a bar strapieni. E, mentre ci provo, le urla in sottofondo salutano il passaggio dell'auto di Dani. “Ha giá scritto sul forum”, informa una catena di telefonate mentre sistemo coperte sull'asfalto. La coperta che prendo in prestito all'ostello, ben nascosta nella borsa di Naza. Cartellino “do not disturb” affisso fuori perché nessuno se ne accorga. Anche i genitori di Dani sono giá passati. Applausi accorati dalle fans, mentre la madre si eclissa imbarazzata tra i sedili e il padre burlone imparte benedizioni fingendosi il Papa. Questioni di clonazione piú che di genetica, mi sa.

E poi Tito che, per chi non lo conoscesse, é colui che organizza le file. Tito che ha la voce impastata, e proprio non la smette di parlare. Odio che rimbalza tra le tende, alle quattro del mattino di una notte d'aghi. Freddo nelle ossa. Nella testa. Nei pensieri. Congelare, adesso sí. Proteggersi la vista sotto uno strato di stoffa per sfidare i riflettori sempre accesi del Palacio. E Beyoncé che canta da un cellulare, insistente, proprio appena ti sei addormentata.

“Che ore sono?”
“Le sei e mezza.”
“Merda, non ho dormito neanche oggi!”

Eppure l'adrenalina é piú potente di quanto chiunque pensi, e questa volta le transenne le hanno messe eccome. Corsa meno problematica. All'inizio quasi si cammina. Le scommesse, dall'alto, peró non mancano mai.

“Io non li vedo”
“Ti basti sapere che ci sono”.

Stavolta accanto a Patri, pa'volver a disfrutar.







E le ultime immagini di Madrid sono la maglia di Dani, finita in mano a Sil dopo lo Show. Catena di morbose, esuberanti, sniffate.

“ooooh...sa del suo odore, sa del suo dopobarba!”
E il cinismo di Naza, vagamente imbronciata dall'insonnia.
“Bah, per me sa di ammorbidente”.
“Scusa, passa qua!”
“....”
“Naza, che ammorbidente usi? Sa semplicemente di sudore!”

Risate.

“Se mai un giorno vorrai farmi il bucato, ricordami di dirti di no!”



Le ultime immagini di Madrid sono una spedizione per il parcheggio alla ricerca delle auto dei Vip. Il batterista dei Sin Rumbo che ci guarda perplesse. I progetti di gettarmi in mezzo alla strada.
“Se vede te sicuro che si ferma, tira fuori la bandiera italiana!”
“Oh, io non voglio morire cosí giovane! Neanche se a investirmi é Dani Martín”.

E urla da sopra, siamo arrivate tardi.
Le mie risate in ramping e le domande di Javi.

“Ma te da dove sbuchi?”
“Uhm...da lí.”

In fondo il meglio dei concerti sta in tutto ciò che li attornia. E a Barcellona lo confermeró.




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mercoledì, 04 novembre 2009

Madrid, Parte 3: L'Universo della Fila

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Madrid, Parte 3: L'Universo della Fila.

Ore di sonno: circa tre. Alle sei del mattino sarebbe impossibile per chiunque riconoscere la sagoma che mi saluta plateale. A dirla proprio tutta, alle sei del mattino mi é impossibile parlare.

“Nazaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!!”
E ci abbracciamo strette, prima di sentirle dire che mi trova piú italiana. E generare lampi d'odio nei sottocchi giá scuri. Suppongo che sia colpa delle lingue che si mescolano. Succede sempre, quando sono molto stanca. E' come se il mio cervello le avvertisse entrambe naturali. Se si fosse convinto che ormai siano tutte mie. E, nello stesso modo in cui l'aula Magna di Parma mi spillava intercalari “o sea”, ora con la mia amica malagueña parlo addirittura in italiano. Sguardo perplesso. “Ila dove sei? Datti uno schiaffo, bevi un caffé, ripigliati!”. Espressione stranita al pari di quelle italiane, quando sciorino veloce discorsi in spagnolo. Poi chocolate con Churros, e non so davvero più chi sono.

Chocolate con Churros, giá. Non fa niente se restano sullo stomaco. Sono a Madrid: é un rito a cui non posso rinunciare. Tanto piú che il bar ha un'aria famigliare. Baffoni scuri e camicia nei pantaloni. Peserá svariati kili in meno, ma l'aria burbera del padrone ricorda qualcosa. Machu Picchu. Scruto i dipendenti extracomunitari e faccio molti sforzi per evitare di ridere. Forse anche con Aída ho una mania. Sará perché ho scoperto che il barrio Esperanza esiste davvero. Voglio dire, credevo che gli sceneggiatori avessero fatto piú sforzi. Invece, alla vita vera, c'hanno solo aggiunto un “Sur”.

Vabbé. In fondo non é poi cosí importante. La prioritá, adesso, é dormire in attesa.
O almeno lo sarebbe, se ne fossi capace. Invece c'é troppa gente da salutare. Da conoscere. Scoprire. Invece ci sono troppi abbracci da elargire cercando negli emisferi della testa la lingua da connettere. E puntualmente sbagliare. E assorbire domande nella ricerca di un Día.

“Davvero sei venuta dall'Italia?”

E lo dicono tutti, che sono la piú pazza della combriccola. Che dovrei pretendere un pass vip, o per lo meno entrate gratis ad ogni dannato show. A me non interessa. Non mi interessa perché ogni volta che penso di aver raggiunto l'apice, qualcosa mi smentisce al concerto successivo. Non mi interessa perché in nessun momento mi sembra di buttare via denaro. Perché in qualche strano, assurdo modo, sento che tutto ció che do viene tornato. Ed é difficile spiegare che cosa si prova, quando quindicimila persone ti applaudono da un palazzetto pieno. E' difficile spiegare gli occhi lucidi, o la gratitudine che – so – da lí si vede. Non bastano parole, non basta niente. Ogni volta che si accendono le luci le mie vene si nutrono di linfa vitale. E tutto ció che ho dentro io lo sento crescere. Io lo sento, fa rumore se diventa migliore.

Sono venuta dall'Italia, sí. Come le ragazze che mi stanno accanto. O quelle due – sorpresa – che nel primo pomeriggio s'accodano piú indietro.

“Siete del forum?”
“No...”

Strano orgoglio. Promozione. Forse ci dovrei parlare. Invece sono strana. Quasi in bilico tra due identitá. E il tempo passa in fretta, pure troppo. Panini giá tagliati con un gusto fastidioso. La Revista 40 che mi scade in rubriche idiote. “Etero al 100% sono solo Dani Martín e Pilar Rubio”. Per favore. Voglio dire, non credo che la lista sia cosí ridotta. Non ci VOGLIO credere. Anche perché poi mi dovrebbero spiegare come si fa ad essere etero, che ne so, al 98%. Voglio dire, capisco al 50%: sei bisex. Capisco lo 0: gay. Ma le percentuali intermedie mi sfuggono alquanto. Almeno spiegassero i criteri in una legenda. Della serie: 99% etero vuol dire che sei etero ma una volta hai baciato qualcuno del tuo sesso. 98%, sei etero ma hai baciato due volte qualcuno del tuo sesso. 97% sei etero ma...oh, cazzo, che succede?

Pensieri interrotti da valanghe umane. Accidenti. Lo dicevo, io, che dovevano mettere le transenne a contornare le file. E Luna Otero, sparita dalle vetrate della porta d'ingresso, non saluta piú le bestie in gabbia. Quelle che, per uno strano segnale a me ignoto, hanno sfogato l'isterismo piú di mezz'ora prima. E mi schiacciano. Sono in punta dei piedi, non mi riesco a muovere. Aria che manca. Spintoni. Aiuto. Non ho mai visto niente del genere. Nessuno ha visto niente del genere.

Il tizio di prima, quello che per tutto il giorno mi ha rintronata di marijuana passiva, all'improvviso diventa il mio migliore amico.

“Scusa se mi aggrappo alla tua maglia, ma qui perdo l'equilibrio”.
“Non preoccuparti, ci si deve aiutare”.

E le tv conducono spaventate i loro furgoncini altrove.
Almeno quello della security facesse qualcosa. Cavolo, sta raccontando barzellette.
Risate isteriche per evitare il pianto. Qualcuna invece piange proprio.

“Questi sono arrivati alle 6 di sera e sono al nostro fianco”.
Valanghe umane che scivolano ovunque. Io adesso ho sonno. Il cuore batte ma non voglio dargli bado. Ci ho giá rinunciato. Prima fila domani. Adesso, che ne so...adesso sono pronta a morire a metá parterre.

Poi, invece, aprono. Ed io non capisco piú cosa succede. Inerzia nelle spinte. Allenamenti forzati. Una dose di insolita fortuna. Quella che non penso di poter avere, mentre mi trovo con il volto spiaccicato contro la porta. Tavolo dietro. Transenne che cadono. Rumore sordo di vetri che riesce a farmi paura. Non respiro. Un pugno nello stomaco. Mi piego.

“Socorro!”, pensando a Cuenta Atrás. Che diavolo di immagini, adesso! Le altre dove sono? Che..?
Una mano. Angelo custode. Giubbotto florescente della security. Mi strappa di dosso la porta in uno strattone. Sono dentro. Incredibile, sono dentro. Quattro rampe di scale. Corri, Ilaria. Trova la forza e corri. Due porte da scegliere. Altri bodyguards hanno bloccato le entrate. Il mio bivio. Battiti. Battiti. Sangue rosso, dentro me. Piú rosso. Un post.

“Ascolta le tue sensazioni”.
E allora vado verso destra, cosí, senza motivo. Meglio di Roses, tanto, non ci puó piú essere niente. Due amiche si tengono per mano. Deja vú di Titanic.
“Non lasciarmiii”.
Passo sotto al loro ponte di pelle chiara. L'utilitá di essere minute. Mi schiaccio contro uno stipite. “Ok, puoi passare”.

Trecento metri transenna. Di nuovo, poco tempo per pensare.
Eppure il parterre é quasi deserto, e l'incredulitá mi paralizza. Che cosa significa? Mi hanno superato in mille, non puó essere che...? Poi, capisco. L'altra porta non é ancora stata aperta.
Le sensazioni. In tutti i campi della vita, fidati sempre delle sensazioni.

Ed é allora che lo vedo. Un posto libero in primissima fila. Lato David, stesso posto di Roses. So perfettamente che mi porterá fortuna. Gambe alla ricerca del traguardo. Bandiera segnaposto. Braccia allungate per qualcuno che non c'é.

“Scusa, é occupato per le altre italiane, vero?”
“Sí, solo che non so dove siano!”
“Se non arrivano mi posso mettere qui? Intanto sto in seconda, ma in caso...”
“Certo.”

Ed é cosí che conosco Anna di Zaragoza. Mentre Lua mi sorride due posti piú in lá. Mentre un malagueño troppo giovane -che peró promette bene- risveglia in me sopiti elogi de El Pimpi. E Fedix mi raggiunge.
“E' che volevo stare con Gika”.

Non capisco. Cerco di convincerle, ma il tentativo fallisce. Io sono a lato, dicono. Loro, al centro. Si vede meglio da qui. Eppure, no. Per nulla al mondo rinuncerei alla prima. Credo che non ne sarei piú capace. Non saprei resistere alla bolgia, al sudore, agli spintoni. Al cantare senza muoversi e fotografare a caso.

No. Davvero non c'é posto migliore per godersi un concerto de El Canto. E non importa quanto sei laterale. Qui ti passano acqua gratis. Puoi posare la borsa a terra o addirittura oltre alle transenne. Qui puoi ballare, attaccare i cartelloni senza doverli sventolare. Qui puoi parlare con Dani Martín.

Lui che assieme agli altri ha seguito la corsa dal corridoio sopra il palco. E, mentre li immagino scommettere sull'ordine di arrivo, mi chiedo come le quindicenni abbiano giá la forza di cominciare a urlare. Bah.

Intanto la tribuna vip si sta riempiendo. Misteriosa assenza di Patricia Conde, soprattutto in presenza di Miki Nadal. I genitori di Dani mi passano accanto diretti al backstage. Le fidanzate di bassista e chitarrista sono volti ancora ignoti tra palco e realtá. E c'é parecchia gente, sulla tribuna vip. Col senno di poi, ne scopriró i nomi di Iker Casillas. Alex González. Miguel Angel Silvestre. E con tutto questo ben di Dio a portata di vista qualcuno dovrebbe spiegarmi perché io veda solo i tizi di Física o Química. Confermo e ribadisco: un'ossessione. Poi non ci si stupisca se, la sera successiva, rifiuteró di farmi una foto con Cabano. Lontano dalle ragazzine, si accenderá una sigaretta al mio fianco. Ed io provo un moto d'odio fortissimo. Non che mi abbia fatto niente, intendiamoci. Solo che mi perseguita, e una ha pure un limite di sopportazione. Nel mio caso alto, eppure c'é.

Comunque. Le luci si abbassano di un primo grado e, pur con un sottile dispiacere, faccio accomodare Anna al mio fianco. Mi aiuta a stendere la bandiera. E' simpatica. Ma mi dispiace che le compagne di fila non siano anche adesso qui con me. Pazienza. Ho sempre poco tempo per pensare.

(To be continued...)

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martedì, 03 novembre 2009

Madrid, Parte 2: Turismo.

 (Clicca qui per leggere la puntata precedente)

Madrid, Parte 2: Turismo.

Basta girare l'angolo. Un giorno e mezzo prima. Eppure le tende hanno il colore dello shock. Mi avvicino silenziosa, quasi in punta dei piedi. L'orizzonte mi disegna più chiara la figura di Sil, intenta a destreggiarsi tra telefono, turni ed orari. Seduta su di un sacco a pelo a fianco, Mayte mi corre incontro in ansia da presentazione.

“Ma siete GIA' qui?”
“Da Lunedì mattina,cara.”
“E stasera arriva altra gente.”

Uno leggero sconforto osserva l'assurdo litigio per la seconda fila. La seconda, capite? Quattro catalani rivendicano in bandiere la loro immobilità.

“Voi siete in diciotto, e non tutti stanno sempre qua!”

La combriccola del forum risponde con tabelle alla mano. Non è colpa di nessuno se Sil lavora la mattina. Elena studia il pomeriggio. Qualcun altro ha detto che ha la gastrointerite. Si divideranno tra gli ingressi di ciascuna delle porte, per poi ritrovarsi assieme al traguardo finale.

Si sfiora la rissa. Sbuffo e altre chiamate. Sul mio cellulare, il nome di Naza già lampeggia ignaro. Reincontri. Arriva domani mattina a far la fila per il secondo concerto. Reincontri, ebbene sì, anche con lei. Penso con rabbia ai kilometri fatti. Alle ragazze del club che darebbero l'anima per stare davanti. All'assoluta prima volta di Valentina. E, per un attimo, mi fermerei qui.



Esito sull'orologio. Madrid la conosco. E se...?
No. Per niente. Ci sono dei piani da rispettare.

“Ci vediamo domani!”, e col sorriso già acceso sto ridipingendomi una nuova idea.
Perchè voltando le spalle alle stelle sto già rinunciando ad una prima fila. Ma vado a due concerti, non a uno. Per il secondo, niente vieta di stringermi in una tenda. Per il secondo, “vi devo parlare”. E “se vuoi stare con noi, devi fermarti anche tu qui a dormire”.

Non c'è problema. In fondo, è anch'essa un'esperienza da provare. Anch'essa può essere divertente.

Ma intanto ho fatto bene. Ne sono certa dal momento in cui Alessia mi saluta a braccia aperte alla Puerta del Sol. Accanto a lei, Valentina ricorda in accento amiche di altre vite. Perchè in fondo ciò che siamo è la somma di ciò che siamo stati. Però se sommi ottieni di più. Ed ecco la ragione di un sorriso.

So di aver fatto bene dal momento in cui discorsi frenetici riescono a distogliermi l'attenzione dai dischi . E per distogliermi l'attenzione dai dischi, devi proprio avere molto in comune con me.

D'altronde, non vedo perchè dovrei sorprendermene. Se passioni condivise sono di per sé il miglior collante, figuriamoci se uniscono in elite oltreconfine. Così troviamo Gika e Fedix al Mac Donald's di Opera. E ci scolliamo dal tavolo due ore più in là.

Sì. Se non avessi abbandonato la fila, un ottantenne calvo non mi avrebbe mai fermata sulla strada del Palacio Real.

“Tu che hai tanti capelli, potresti darmene qualcuno da mettere in testa!”
“Ehi, chieda anche a lei, così ha addirittura la parrucca bi-colore!”

E l'auto che quasi lo investe.

“Cuidado!”
“Niente paura, tanto sono superman”.
Allunga un pugno. Finzione di pistole. Conversazioni assurde che si intrattengono soltanto qui. E la sala riunioni di un'ottocentesco kitsch. C'era l'ingresso gratis, non ci si può lamentare. Però, accidenti, JuanCarlos, potresti arieggiare un po'.

“Gli scriverò una mail”. Risate. Davanti a un tavolo di centocinquanta posti immagina come sarebbe chiedere “mi passi il sale?”.

Fuori, intanto, la stridente monotonia di una cornamusa suona fuori luogo in un paesaggio da panchina. Un biondino che corre ci fa girare le teste. E' fuori luogo anche lui. Fuori luogo come Winnie the Pooh in Plaza Mayor. Secondo me lavora  in un negozio di telefonia. Dico, il biondino. Non l'orsetto in maglia rossa. Che poi in realtà ha le fattezze di una donna filippina. Il marito è Topolino. Non ci sono più certezze. Dios Mios.

E la foto come La Juani, alla fine, non si fa.
Colpa di un'urgenza da merenda. Che se pranzi insalata in vista di lunghi accampamenti, poi non ti puoi lamentare del brontolio delle cinque. Oltrettutto chiama Roby, e la mia tarta de queso sarà più che lieta di riceverla qui.

Deja vù, anche con lei. Lei che racconta di Università e di agenzie turistiche. Lei che mi tenta in mezzo a Blanco ed H&M. Ecco,per me spruzzano qualcosa di strano da H&M. L'anno scorso avevo dato la colpa al mio recente incontro con David Otero. Ma quest'anno...dai, quest'anno non ho scuse se vedo porte a vetro inesistenti. Se non mi accorgo che esistono altri due piani. Se sento l'impulso di acquistare cerchietti assurdi solo perchè in testa hanno delle piume.

“Per Barcellona. Così mi chiedono da cosa sono vestita e posso rispondere 'Da deficente'!”
Jefa, ma stai bene?”

No, Jefa no! Una Jefa non si farebbe tentare dal paio di scarpe rosse che non saprebbe portare. Una Jefa non ne vedrebbe un altro paio con il tacco più decente che, guarda caso, ha il suo numero e le piange tra le mani. Anche lo steward di Ryan Air potrebbe lavorare in un negozio di telefonia. L'avessi saputo prima l'avrei volentieri corrotto, senza preoccuparmi di quei kili in più.

Kili della valigia, intendo. Non miei.
Oh, accidenti. Forse ho problemi ormonali.


E così arriva la sera. Momento opportuno per accorgersi che non sei tu ad avere le allucinazioni. Dico, come si fa a spostare un simbolo? Eppure la statua de El Oso y el Madroño ora svetta vicina al nuovo ingresso di Cercanías. Quello che sembra il Louvre.

“Ooooh, io devo fotografare!”

Devo farlo prima che Ignacio si perda tra i reclami acquolinosi degli odori di prosciutto. Lí ho cenato. Lí ho cenato. Lí. Cavolo, voglio mangiare.
Ma “Un po' di pazienza”, oltrepassando il Sol y Sombra. “Dev'essere qui in giro”, fuori dalla sala Joy. E, finalmente, siamo a Casa del Abuelo. Che non é precisamente l'abitazione di suo nonno, ma il locale che gli vale un gran perdono.

Anche se dice che, tra tutte, sono l'unica che non capisce quando parla in italiano.
Guarda tu. Meno male che ci sono le seppie. Quelle piccole, alla piastra. Quelle che si sciolgono in bocca. Quelle che, in definitiva, adoro. E poi le patatas bravas. Quelle alioli. Los huevos rotos. I gambas al ajillo. I peperoni con la morchila. Tutto l'amore per la Spagna sul palato che ora sta chiamando copas de Sangría.

“Io domani devo andare a lavorare”, si scusa Roby al momento di salutare. Prima, peró, ci fa conoscere la Cueva. E gliene saró per sempre estremamente grata.

Sí. Perché la Cueva é un locale estremamente suggestivo. Incastrato in una grotta, porta nelle scritte sui muri l'anima dei grandi di arte e filosofia. Alla Cueva un bicchiere di sangría lo paghi due euro e cinquanta. E non ti ubriachi neanche. Il che, a dirla tutta, é un peccato. Insomma, credevo di averne bisogno per posare in foto sceme alla fermata di Manuel Becerra. Lá, dove da un poster formato gigante Dani Martín aspetta baci, molestie, e adorazioni. Il servizio fotografico di Fedix é giá stato effettuato in pieno giorno. E le risate divertite dei passanti sono uno spettacolo che non vorrei ripetere. “Ma che te frega?”. In effetti...

Comunque adesso é diverso. Non soltanto perché l'ultima corsa lascia i corridoi deserti in quel loro giallo solare. No. E' diverso perché sono stata da H&M. Ma, soprattutto, perché l'euforia s'accresce man mano che l'orologio indica progressivo il passaggio a domani. Ed, evidentemente, é contagioso. Cosí scendiamo le scale accompagnate da “Son sueños”, sottolineando l'arrivo dentro a un urlato coro. Che poi ci sorprendiamo che il cameriere ci guardi male.

SSSSSssssshhht, intimano quelle dietro quando poi passiamo a Volverá.
E cantavano “Besame Mucho”. Dico, c'é forse paragone?

Domani si avvicina nei miei passi come l'insegna fluo del hostal la Nava. Abbandonarsi al materasso é un po' evitare aspettative. Ma il biglietto non perdona. Addormentato nel mio zaino, le racchiude tutte lí. E il cuore inizia a battere, impaziente. Furbo ed esaltato giá lo sa, che nessuno di noi due potrá aspettare le sette.

Il cuore. Lui, che si impossessa di bassi ed accordi per farmi ricordare che cos'é la vita a tempo pieno. Lui che detta le mie frasi quando smetto di ascoltarlo. Ed ogni volta che ci penso, ogni volta che ricordo di quel soffio, mi piace pensare che respira.

“El Canto del Loco tiene eso que otros no tenían”, cambierá il testo Dani. E la sua mano sul petto é quasi il segno di un legame. Dello scambio di energia tra pubblico e cantante. Del dolore sottile nel pensare alla fine. Di quel qualcosa che fa grande il sorriso in cui mi chiama qualcuno al mio fianco. E che solo chi é al mio fianco potrá davvero capire.

(To be continued...)

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lunedì, 02 novembre 2009

Madrid, Parte 1: Reincontri

D'altronde l'avevo accennato, che vi sareste stancati di leggermi. Dieci pagine di resoconti non possono umanamente trovare spazio su di un blog. Perciò, questa Madrid ve la racconto a puntate.

Puntata 1: Reincontri.

Dalla prima fila, i bassi di Corazòn danno significato a un titolo. Lui, protagonista, li assorbe in capriole. Rivendica il suo ruolo. Riconosce negli accordi di Personas il ritmo in crescendo che aveva prima di entrare. E' anche per questo che mi piace stare qui. Che oggi io non filmo. Oggi riduco persino le foto. Sarà che l'azzurro degli occhi di Dani quando poi mi fissa è più inquietante del normale. E non mi voglio perdere. Yo quiero vivir asì.

La questione è cantarlo con passione.


 

Flashback. Solo due giorni prima, eppure sembra un secolo.
D'altronde l'accennavo: conseguenze spicciole al divieto di dormire.

Ricordi come epoche lontane. Ere geologiche in cui lo sciopero Iberia porta con sé strascichi di orrori in dejà vù. Invece niente di grave, per fortuna. Sensazioni e oroscopi a volte si accordano, anche se strani timori non ci vogliono mai credere. Certo, il travaso di passeggeri dalla compagnia di punta alla sorella Vueling mi tramortisce le orecchie in urla di bambini. Cinquantenni con la consuetudine incarnata nelle gonne commentano dietro di me le ultime puntate di Uomini e Donne. Ed io ho forti istinti omicidi. Però vado a Madrid. Per la quarta volta, campionario di stagioni. Vado a Madrid, pronta a farmi sorprendere dai ventotto gradi nei pomeriggi di sole. Vado a Madrid, e anche se appare chiaro che non potrei mai lavorare in un asilo, tutto adesso sembra sopportabile.

Tutto. Anche scoprire che Yoigo ti toglie sei euro al mese se non li consumi. E nel frattempo chiedersi davanti ad un sorriso se in Spagna fanno un casting per scegliere i commessi al reparto telefonia. Forse è per congelare reclami. Congelare. Strano verbo, in circostanze del genere. Mentre scendo le scale del metro, avrei preferito un sciogliere. E penso ai cioccolatini. Sì, va bene. Può anche essere che ho fame.

Rimedierò poco dopo. Fermata Artilleros. Questa volta, la città è soprattutto reincontri.
Con Elena, per esempio. Ovvero, la dimostrazione più palese di come gusti musicali opposti non bastino affatto ad impedire un dialogo.

Ci ritroviamo lì, nel suo quartiere. Uno dei pochi angoli che il turismo non ha ancora inquinato. Atmosfere da Aida nel negozietto d'angolo dove il cassiere commenta una sconfitta del Real. Parco giochi deserti in mezzo al giallo dei lampioni. Portici a incorniciare una piazzetta, dove ai tavoli di locali confinanti sembra proibito bere altro che una clara con limòn.

“Ma che bello, ti portano ancora le tapas!”

E discutiamo appassionate del modo in cui la birra spagnola elimina il gas per scendere più in fretta. Della dolcezza con cui accarezza l'ugola. Dell'idea di liscio, e la pienezza del sapore.

Birra. Caña. Botellita de Cerveza. Mahou o San Miguel. Madrid o Màlaga. E all'una di notte, anche se mi fingo sobria, prendere il metro potrebbe essere complicato.



“Oh, no. Ecco, lo sapevo. E' tornata in Spagna e si alcolizza di nuovo”, scherzerà poi Roberta al telefono.

“Ci vediamo nel pomeriggio”
Reincontri, appunto. Ci sarà spazio anche per quello con lei.

Però torniamo ad Elena, e ai suoi capelli rossi che rimandano a un dialogo. Feste di carnevale in una scuola di Danza. Ballo del qua qua ed ali in legno da appesantito Cupido. “Io quando sarò grande voglio tingermi i capelli di rosso”. Avevamo quanto? Sei anni?

In fondo dev'essere vero che ciò che sarai è già plasmato nell'infanzia. Basta scavare tra i capricci e le parole di bambina. Noi abbiamo fatto ciò che volevamo fare. Noi, amiche elementari che sognavamo la Spagna. E io che volevo scrivere. E le gonne flamenche che indossavo per scherzare.


La vita ci ha divise. Vent'anni a costruirci strade. E adesso eccoci qua. Lei con i capelli rossi, mentre io racconto su di un blog. Lei che vive in Spagna. Io che ci ho vissuto. Lei che si iscrive ai gruppi “odio al canto del loco” ed io che sono qua per rivederli da vicino.

“Ma davvero vai a fare la fila alle sei del mattino?”
E ancora tutti ignoriamo che dormirò addirittura per strada.
“Ma davvero vai a due concerti per due giorni consecutivi?”
Ed è difficile capire quanto possano essere diversi, se il tuo cuore non è al centro mentre una canzone suona.

Eppure andiamo d'accordo. Sì. La serata passa in fretta, tra bicchieri e tv. Lomo alla Gallega e patatas Bravas mentre il suo ragazzo mi racconta Monfalcone. Surreale. Come il mio recente entusiasmo per il rosso che si vede riflesso nell'arredamento di casa loro. Surreale come tutto, in questi giorni spagnoli. Altri giorni in più che non saprò dimenticare.

“Hazme una perdida cuando llegues”

E il giorno dopo il piano è già fissato. Pomeriggio di turismo con le ragazze del fanclub italiano. In fondo, ho solo oggi per ri-godermi Madrid. Per cogliere nel loro affiatamento un moto di strano orgoglio per lo spazio che ho creato. Nel vergognarmi quando mi chiamano “Jefa”, perchè ai ringraziamenti non so mai che faccia fare. Comunque. Il programma è scritto a chiare lettere, sul foglio a quadretti in mano di Gika e Fedix. Non si può sgarrare. Ci si becca alla Fnac.



Peccato abbia la pessima idea di passare prima per il Palacio de los deportes.

(To be continued...)

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sabato, 17 ottobre 2009

L'inutilità del freddo

Ci sono varie ragioni per considerare il freddo inutile. La prima è che non è ancora Natale.

Che poi non l'ho ancora del tutto capito, perchè metaforici aghi sulle guance sveglino l'entusiasmo nel comprare regali. Come se tirare fuori il portafoglio potesse scaldarti, poi. Mah. Invece, inevitabile appannaggio degli occhiali nel consueto dlin dlon di un'altra porta. E sei felice, ebbene sì, stupidamente entusiasta. Come se la carta colorata che ti andrà ad avvolgere le idee facesse tutt'uno con le mani screpolate. A Natale ti impegni a diventare più grassa, anche perchè tutto sommato un po' di carne in più scalda le ossa. A Natale io sopporto. Non so perchè ma sopporto. Peggio, non sarei ugualmente consumista in una variazione d'equatore.

Solo che adesso luci intermittenti ingannano dalle vetrine di coimport. Ho già deciso cosa a chi, come se fosse una specie di imput-output. Causa-effetto tipo cane di Pavlov. Ma non posso e non voglio comprare ancora. Adesso è solo una truffa. Mi volete influenzata. Adesso il freddo è inutile davvero.

Così ti dedichi a serate mondane. E fuori dall'Acquolina spritz variamente annacquati sono solo antipasto – voto 4 e mezzo – alla sbornia che non ti prendevi da un po'. Due bottiglie di Negramaro dentro al forno del Tabarro. Un bicchiere di Merlot con T in una troppo affollata via Farini. E si fa presto a sentirsi d'altre epoche. Perchè sì, insomma, non capita tutti i giorni di assistere a gare di poesia. Roberta e Biondino (ormai non ha più un nome) le improvvisano su tovaglioli rossi. Tema deciso da Chiara nel suo futuristico lanciare parole a caso. Declamazioni, esclamazioni, citazioni di Quasimodo. Manca solo l'assenzio, poi saremmo intelettuali.

Ed è lì che comincia a succedermi. Evento di portata storica, incidetelo a fuoco su di uno sgabello in legno. E' lì, signori, che io rifletto. Dico, filosoficamente. Perchè può essere facile affermare che l'alcol con me funziona al contrario. Che la creatività la blocca invece di esaltarla. Che, più che metafore, ora scriverei la lista della spesa. Può essere facile. Però mi spingo oltre. Vado all'essenza dell'arte poetica. Torno ai miei diciassett'anni, quando ringraziavo un libro di avermela fatta scoprire. Quando ci sfogavo i miei conflitti esistenziali. E poi mi rendo conto- rassegna mentale – che dentro c'era tutto ciò che non avevo. La voglia di fuggire. L'amore per l'amore in quanto concetto più che verità. La solitudine. La timidezza. Uno strano dolore ancora senza forma che poi d'improvviso sparirà. Puff. E sono in altre terre. Sono in altre vite.

Della serie, impara l'arte e mettila da parte. Se scrivevo poesia perchè qualcosa non andava, non sono mai stata più contenta di essere passata alla prosa. In effetti, non sarei nemmeno più all'altezza di sinestesie ed enjambements. Poi studio Giornalismo per qualcosa. O forse sono arida. Arida e cinica. Ecco, anche quando sono cinica vuol dire che ho bevuto.

Ma intorno a me c'è chi mordicchia felpe per riuscire a digerire. Altri interpretano finte cadenze inglesi. “Ehi, vuoi vedere i coniglietti suicidi?”.

Che poi mi stizzisco nello scarso realismo di un libro. Lo dicevo telepatica all'autore di “Valido per due”. “Ti pare che la gente, nella vita vera. fa discorsi così surreali senza aver fumato niente?”, così chiedevo. Forse i miei controsensi li dovrei filmare.

E intanto il Negramaro mi seleziona i ricordi. Frasi che rimbalzano senza più collocarsi. Contesti che si sfumano in scene già viste eppure non viste mai. Voci impastate in fondo al sonno che sbilancia le ginocchia. Caldo in quattro gradi scarsi. Caldo effimero, già purtroppo in procinto di scappare. Lasciami una frase, una soltanto.

Qui c'era l'uva, prima del mio bicchiere.

Perciò mi restano le regole tra donne. Resta la prima, necessaria e immutabile.

“Non si piange per un uomo. Mai. Gli uomini sono stupidi.”

Se ci fosse anche un “hic” sarebbe memorabile. Ho la licenza poetica, me lo potrei inventare. E allora riprendo a riflettere. Ho proprio bevuto molto. E rido.

Rifletto, sulla strada di casa, sull'assurda necessità che hanno gli esseri umani di complicarsi la vita. Sullo spirito masochista con cui cercano, cercano, e poi ci stanno male. Su questo sentirsi soli se nessuno ci abbraccia. Che in fondo siamo nati per interagire.

Dovrebbe essere anche bella, come cosa.

Ma forse è il momento di dormire.

Così il vino, piano piano, evapora obbediente dai pensieri. Labbra viola di rossetti inconsapevoli.
A me questo freddo fa decisamente male. Sento che mi gela il sangue, accidenti. Cubetti di ghiaccio rosso nelle vene. Scricchiolano se appena mi muovo. Macabri come le immagini avvincenti nei versi improvvisati di Roby.


Decisamente il freddo è inutile, finchè non hai berretto e sciarpa colorati.



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domenica, 11 ottobre 2009

Quando finisce un tour (E bevi grappini)

Chiunque viva sotto a un palco sa quant'é importante un Fin De Gira. Sì, insomma, la chiusura. L'ultima data di un tour. Solo che in spagnolo suona molto più solenne. Azzarderei quasi epico, se poi ci si aggiunge che qualche fila più dietro oggi ci sono anche i miei.

Dopo dieci anni, l'idea da sensazioni strane. Come se in un unico fascio di luci risiedesse il peso dei kilometri fatti. Come se il loro verdetto finale avesse in sé il potere di giustificare i soldi spesi.

“Era l'estate del novantanove...”

E finalmente gli apri il cuore, così come si fa con il baule dei ricordi. Ora gli porgi imbarazzata la lettura di un diario, e riesci infine a chiedergli: “lo capite, il perché?”.

Sono gelosa dei miei sentimenti, come se raccontarli bastasse a spazzarli via. Come se elaborarli in un discorso li rendesse in qualche modo meno veri. Sono riservata, questo é. Lo sono sempre stata, anche a disprezzo di opinioni contrastanti. E, manco lo sapesse, qui rimbomba PadreMadre. Frustata di energia in consueti assoli rock. PadreMadre che mi é sempre piaciuta, e che ora si arricchisce di significati nuovi. Ecco perchè importa. Ecco perchè è speciale.

Perchè le televisioni, negli anni di Bagus, me la restituivano accompagnata da biliardo e maglie colorate. Eppure non me n'ero ancora andata da casa. Non c'era nella mia mente neanche la vaga previsione di Parma. Una vita in Spagna faceva paura. Davo tutto per scontato. Non osavo. Quel destino esitavo a costruirlo da me.



Invece adesso Trieste pulsa alle mie spalle. E so perfettamente che cosa vuol dire. Oggi lo urlo con più voglia, già cosciente dell'afonia di domani. Lo canto e lo salto in rinnovata intensità. Che in fondo è proprio questo, il bello delle canzoni: possono accompagnarti per una vita, ma con la vita evolvono. Si scoprono. Si plasmano su te. Se sono stata così lontana é stato solo per salvarmi, allora. Sperando che si senta. Che, sul maxischermo, i miei capelli affollati di coriandoli abbiano agli occhi di tutti un buon perchè. Adesso di questo non ho più paura.


E' che c'è un'atmosfera strana, ad ogni fin de Gira. L'euforia triste di chi ha girato l'Italia scopre in feste e regali l'agrodolce del suo addio. E' una festa, nient'altro. Anche le rigide regole dei fans si rilassano in più sinceri abbandoni. Una festa incastrata in facce ignote, in cui ancora una volta mi sento un po' intrusa. Spilimbergo, Trieste. Io di date ne ho fatte due. Io di alberghi ne ho visti altrove. E mentre avverto pesante una lunga lista di assenze, la mia mente confusa pensa che Zapatillas sarà l'ultima canzone. Quindi non li merito, i pasticcini fatti in casa. Non mi merito bastoncini di liquirizie, e neanche abbracci di chi si ritrova dopo un po'. Ché alle quattro di pomeriggio un tripudio di magliette rosse già si accalca sotto al Palco di Piazza Unità. Questa sera Cremonini conclude un percorso. Io ci sono, ma ancora una volta mi sorprendo a chiedermi se ci sia davvero ancora posto per me.


Colpa dei troppi volti sconosciuti. Ragazze che mi salutano in nickname. “Io so chi sei, io mi ricordo”. E nelle vene é una sorta di flebile ansia, perché sul forum sono anni che non scrivi.

Cos'ho fatto io di tanto importante?
Per quale motivo sapete di me?


Ma nel silenzio c'é il disagio onorato di un altro complimento ricevuto. Quasi come se Alberta se lo trascinasse dietro assieme al trolley gonfio di stelle filanti. Scoppiettante come la fusetta che nel tempo consuma un po' il suo ardore. Dice, Alberta, che hanno tutte letto il mio "bellissimo post". Ché a volte dimentico che il web é una vetrina. E che però mi svuota di ogni stupido senso di colpa, come un tradimento confessato a un ex.
“Mi sono emozionata”

Quindi mi perdonate? Quindi c'è una ragione se chiacchierando con Betty trovo strane ipotesi di familiarità? Non è dato sapere.



Però Trick poi porta in dono grappe. E l'alcol del digiuno un po' cancella ogni emozione. La scioglie in mela verde e mirtillo, detro al fuoco che ti attanaglia lo stomaco. Sguardo spento e insensato sorriso. “Oh, non é che devi andare in bagno? Ti accompagno, che ho bisogno di un caffé”. Gli stand della barcolana, all'orizzonte, sono di colpo colore in movimento. Quasi futuristici nel mio fingermi sobria. Vabbé che è il Fin de Gira. Ma avrei dovuto mangiare qualcosa, prima.

Poco male. Le tossine escono in sudore. E lo sguardo di Ballo si fa divertito, mentre improvvisiamo danzerecci karaoke sul soundcheck.

“Ale, quello non sarà mica Rhum e Cola?”
Voci che si fanno impastate e allegria in crescita contro le previsioni. Che il cielo sarà nero, certo. Il cielo ricorda Roses. Ma la mente corre a Nes, a lei che salirà su un altro palco. E allora questa volta sarò io a rassicurare.

“Tranquilli, Reggerà.”



Ed in effetti regge. Regge fino alla terzultima canzone. Tutto perché Dio è troppo occupato a far piovere il cielo, e ai Fin de Gira la natura si presta a coreografia. Peccato, visto che le transenne sono il luogo più sicuro oltre cui custodire borse. Irene Grandi e la Security sorvegliano il mio ombrello. Impossibile arrivarci, al nuovo acquisto Playboy. E con il cellulare sprofondato in tasca non ho altro riparo che le mani. Con la macchina fotografica pericolosamente bagnata d'acqua dolce, sembro quasi piangere di gocce apocalittiche. Non ci vedo più niente, con gli occhiali appannati. Riflettori colorati si deformano in bizzarre sfumature. Eppure non riesco a smettere di sorridere. Non smetto di stupirmi di quanto in dieci anni un cantante riesca a migliorarsi. Di come non dimentichi più i testi di nessuna canzone. Di quanto l'estensione della voce si amplifichi a cercare perfezione. E allora ballo. Salto. Interpreto. Adesso lo ricordo, che l'ultimo brano è “un giorno migliore”. Memoria che torna all'improvviso su una frase – occhi negli occhi – che dal palco mi toglie l'ultima catena.

“La cosa più bella è che da qui vediamo moltissimi sorrisi. Non c'è niente di meglio che suonare davanti a un sorriso”.

Così mi sento assolta. Definitivamente perdonata.
“Che bello l'arrangiamento di Qualcosa di Grande”, confesseranno i miei sulla strada di casa.
E intanto un nuovo post ha preso le sue forme, incatenando le immagini di altre serate strane.
Un altro post che in molti leggeranno, forse emozionandosi. Oppure, semplicemente, chiedendosi chi sono. Chiedendosi in effetti – come faccio io – quale dovrebbe essere un motivo valido per ricordarmi ancora.

Sarà un post di quelli che di musica, tecnicamente, dicono poco. Perchè la musica per me è sempre pretesto sottinteso. Sarà un post gonfio di vita e sensazioni. Ma questa volta, no, non si lascerà vincere dalla malinconia.

E' che se un tour ti fa delle domande, è sempre il Fin de Gira a darti le risposte. Ed oggi so che i miei due mondi possono convivere. Che, tutto sommato, s'incastrano come matrioske uno sull'altro. Che ognuno ha nel suo specchio oltreconfine una piccola matrice di quello che è. E sono proprio curiosa di sentire che cosa diranno El Canto quando gli chiederanno come gli è venuta l'idea di far vestire in maschera i fans all'ultimo concerto della loro tourné....

Oggi so che non potrò scordare mai,




nemmeno se lo vuoi.

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mercoledì, 07 ottobre 2009

Ritorno al Flamenco

“Sono in clamoroso ritardo. Sono qui per Flamenco. Dove...?”

Dietro le lenti degli occhiali da vista, la donna ha tutta l'aria d'avermi riconosciuta. Alza un dito con aria divertita, ad indicare la solita aula due.

“Grazie. Mi cambio al volo e vado.”

Se non avessi fretta, l'abbraccio delle pareti suonerebbe quasi commuovente. Si plasma in rosa acceso sui ricordi, come se il tempo qui non fosse mai passato. Lancio la borsa sulla panca. Due minuti scarsi per sostituire la blusa con una canotta bianca. Due minuti perché il gonfiore del ciclo sfidi con arroganza la cerniera della gonna. E poi le scarpe, orgoglio feticista nel rifarmi bailaora. Improvviso. Rumore sordo sul pavimento. Sono sbocciata. In fondo, vesto colorato e uso il rossetto rosso. E' ovvio che ho deciso di farmi notare. Ehi, sono qui. Non faccio parte della massa. Io non sono una tra tanti, nel mio mondo a fiori. Non lo sono più.

Due minuti per addomesticare i capelli con il solo ausilio di un elastico nero. Neon bastardo che impallidisce la faccia. Due minuti, solo due minuti. In barba ai Negramaro, non ne servono di più.

Fiatone. Rapida occhiata all'indietro. Il Jazz Dance Studio sta scivolando immobile nel deserto a sfumare delle ultime lezioni. Musica moderna, in lontananza, gioca ad incastrarsi tra le melodie gitane. Lottano con gli ostacoli dell'architettura. Urlano e litigano per poi fare l'amore.



Sì. Se non avessi fretta, ci troverei un nonsoché di epico. Solo che ho un ingresso da rendere trionfale.

“Ciaooo! Oddio, scusate!”

Paola è abbronzata, nella sua t-shirt nera. Corre ad abbracciarmi, incontro al mio sorriso. Chiacchiere frenetiche si accavallano in ramping. Overdose di informazioni che spezzano la lezione in due. Davide ha avuto il bambino. Alice fa la specialistica. Silvia...

“Ma a te cos'é successo, piuttosto?”
“Guarda, non puoi neanche immaginare”.

Ed, in effetti, faccio fatica anch'io.
Insomma, erano ormai più di due settimane che contavo alla rovescia la mia voglia di ballare.
Mantra ripetuto e snervante per chiunque mi stesse vicino. Ricomincio flamenco, martedì alle otto.
Arrivare in ritardo era più o meno inconcepibile.

Eddai, avevo declinato addirittura un altro invito. Era soltanto ieri.
“Scusa, ma alle otto ho flamenco. Alle otto.”

Ero impaziente come una bambina che cerca a dormire alla vigilia di Natale.
Solo che Santa Claus non ha orari.

Mentre io quelli dell'autobus li avevo segnati. Giuro. Calcolati a millimetro sulle tabelle in pdf della Tep. Ultima corsa alle 19.58. Perfetto. Arriverò là per le otto e mezza e sarò pure in anticipo.

Me lo ripeto pure, con la ferma convinzione di chi non da spazio a repliche. Lo ripeto mentre la noia comincia a fare capolino nel tutto preparato cui ho tenuto fede. Sandwich scaldati alla piastra. Contorno di verdure. Detersivo sui piatti da lavare. Lo ripeto, eppure il paradosso non lo vedo.

Non fin quando il buio deforma contorni oltre ai lampioni. Il ritmo accelera inseguendo i miei passi. In fondo alla via, l'autoscuola si emoziona in giallo acceso. E guardo l'orologio, incredula.


L'ultima corsa è alle 19. 58.
La mia voce arriva come dall'esterno. Mi rimbomba nelle orecchie. Fa casino.
Mi dispiace, alle otto ho flamenco.
Arriverò alle otto e mezza.

L'ultima corsa.
Siedo ormai affranta alla fermata del 3.
Cellulare tra le mani, almeno l'insegnante va avvisata.

E dire che non vedevo l'ora di iniziare.

Poco male. Voglio dire, sono idiota. Però adesso sono qui, no?.
Adesso la parola Màlaga mi sta girando addosso due paia di occhi curiosi. Rispetto conquistato prima ancora di vederli. D'altronde, il bello di questo corso è sempre stato in un comune richiamo.

Due Stati a Ovest. Bandiera giallorossa. Due chiacchiere veloci con i nuovi allievi, e so che anche i loro cuori battono unisoni là.

Sono carini, tra l'altro. Tipica coppia affiatata che consolida il feeling in un'attività assieme. Lui si sente goffo. Lei lo prende in giro. Si rimbrottano in assenza di chiodi sulla suola. Ed è tutto un riassunto di golpe e tacòn. Un rivivere di colpo ciò che di più mi è mancato.

Certo, non avrei mai pensato di sentirmi dire che sono ingrassata.
Shock di dubbi e complessi, nella frase di Paola.
Poi, mi guardo allo specchio. In effetti, 'sta canotta mi fa i fianchi enormi. Le coulotte sotto la gonna non collaborano. Inutile: la prossima settimana, devo assolutamente cambiare mise.

E meno ascolto, più lascio andare i pensieri, più sento che i tacchi li seguono nel ritmo. E accelerano, istintivi e distratti. A tempo senza averlo programmato. Mentre i capelli mi frustano in uno scatto di testa. Mentre i piedi, tutti assieme, ora mi sembrano cantare.

O forse sto male. Forse sto per svenire. Sì, dev'essere per quello che sto sentendo le voci.
Eppure è melodia. Io lo avverto, c'è qualcosa di strano. Sembra che mi chiamino. Che raccontino storie, ora che ho ormai quasi finito la lista di persone da aggiornare.

Planta. Planta. Golpe. Fianco. Planta. Planta.



E' che è sempre strano rivedere qualcuno. Alice che avanza sicura incontro ad appuntamenti a cui, alla fine, non andrà. Giulia che compare all'improvviso, stanca in voce e contenuto del suo dire. Ed è come riprendere altri discorsi in sospeso. Ed è ritrovare famigliare confidenza con facilità che non credevo possibili. Proprio come in una scuola di danza, dove un tempo truffatore si diverte a nascondersi per darti l'illusione di non trascorrere mai.

Hai già rivisto tutti?”

Chiede Paola, sui sedili fiorati dell'auto su cui mi porterà a casa. Dev'essere una prerogativa di chi torna dalla Spagna, quella di innamorarsi di tutto ciò che abbia colore.

“Più o meno sì”
E sembra quasi sconcertata. Pare che, per riuscirci, lei ci abbia messo un anno.
Poi prende il tom tom go, per essere sicure sulla strada.
Prende il tom tom go, che poi non l'ascoltiamo.

In fondo siamo disobbedienti. Ostinate. Fiere.
Credo sia il duende che si perde tra rotonde, e a me questo folletto fa proprio un sacco ridere.

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categoria: italia, cronache, flamenco


mercoledì, 12 agosto 2009

Azione-Reazione

Ciò che più mi colpisce é la reazione della gente.
D'altra parte l'avevo annunciato, che sarei finita a parlare di Mallorca. Anche perchè l'alternativa era il Canzoniere di Petrarca, e non mi sembra particolarmente a tema. Quindi punto e a capo sulle sue paranoie.

Qui, dicevo dell'Eta.
In realtà, l'argomento mi preme abbastanza. Sarà perchè ho sempre pensato che la sua sconfitta avesse base in un principio da forum. Lì è l'indifferenza, a scacciare i provocatori. Lo fa perchè gli nega ciò che cercavano entrando. Protagonismo. Polemiche. Litigio.

Si sa: se l'obiettivo lo manchi, ogni sforzo comincia a sembrarti vano. E a Tve, adesso, un uomo è risoluto nel gridare che non ha paura.

Parlo degli attentati di Mallorca, perchè ho sempre sostenuto che l'inizio della fine stesse nel privare i terroristi dell'effetto previsto dalle loro azioni. Dimostrare che non possono influire nella vita della Spagna. Che la quotidianità di quel Paese è fuori dalla loro portata almeno quanto le istituzioni governative. E no, il turismo non risente. No, nessuno si rinchiuderà tremante in casa.

 

 

Parlo degli attentati di Mallorca, perchè credo che lottare significhi sottolineare quanto un'organizzazione criminale non abbia vinto affatto. E, con questi mezzi, non lo farà mai.

Ecco perchè sorrido, quando dietro ad uno schermo una Nazione intera sembra darmi ragione. I bar sono affollati, attorno alla saracinesca abbassata di uno dei locali colpiti. Qualche tavolino sfida provocativo il perimetro segnato dalla polizia.

“Vengo qui per dimostrare che non è cambiato niente”, dice qualcuno al microfono. “E quando riapriranno questo posto tornerò pure lì. Perchè non dovrei farlo?”.

Una donna passeggia sulla spiaggia con in braccio la figlia neonata. “Vengo qui ogni anno. Non ho la minima intenzione di rinunciarvi”. Una signora anziana, al supermarket, sostiene di sentirsi ancora sicura.

E allora, d'accordo: può essere una scelta di regia. Montaggio che nasconde volti spaventati in nome di un messaggio forte e chiaro. Però, che cavolo! La televisione resta uno dei più efficaci biglietti da visita di uno Stato. E mentre il proprietario dell'ennesimo albergo dichiara ai microfoni le sue zero cancellazioni, beh, io della Spagna mi sento ancor più orgogliosa.

postato da ilariadot alle ore 15:06 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
categoria: terrorismo, spagna, giornalismo, cronache, telegiornale, tv , mallorca


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