Italo-Spagnola

Il blog di una che ha sbagliato Nazione
giovedì, 01 ottobre 2009

Presunti scandali e qualche sms

Ho fatto la valigia. Poi, ho deciso che non sarei partita.
Beh, in realtà è stata soltanto una posposizione. Nausea di treni che mi sposta una data.
Ma ciò non toglie che rimbalzi ancora testa un qualche vecchio brano di Melendi.

...Jugando al parchìs con la Luna llena...



A dire il vero, è che mi crogiolo nell'apatia.
Ci sono tavole in legno e sorbetti aftereigh, mentre improbabili messaggi mettono punto e a capo all'incubo.
“Abbiamo affittato”, scrive la padrona di casa. E a me quasi scappa un'alleluia. Perchè dai, parliamoci chiaro: sono attualmente troppo asociale per sopportare ulteriori andirivieni. Anche il telefono sta zitto. Forse perchè si spegne. Oppure anche lui è annoiato. D'altronde chi l'ha detto, che la noia è malvagia?

Così, mi viene in mente quella strana storia.
Presunti scandali di cui bisbiglia mezza Spagna, ed io non so che avranno mai combinato queste benedettissime figlie di Zapatero.

Urge rimediare. Insomma, adduco il mio essere disadattata alla profonda assenza di background culturali. “Guardo la tv spagnola, non quella italiana”. Suonerebbe quantomeno incoerente smentirsi da sola.

Ergo, ricerchina in Google. E bastano due articoli per shockarmi nei Mah.
Voglio dire, magari non sono sufficientemente interessata ai meccanismi contorti dell'universo diplomatico. Eppure davvero non capisco cosa ci sia di tanto polemico in questa storia.

In breve: la prole del Presidente del Governo non s'era mai vista. Mantenuta lontano dai media per precisa volontà della famiglia. Tutela e protezione, oltre alla legge sulla minore età. Sinceramente, apprezzo e lodo. Solo che poi, Zapatero va a incontrare Obama. Udite, udite, le ragazze sognano di conoscerlo. Le farebbe felici una vacanza negli States. E a volte si dimentica che dietro alla politica ci sono esseri umani. Perciò, se le porta. Ma il caso vuole che chiunque si presenti al cospetto del Presidente degli Usa debba essere fotografato. Agenzie di Stampa in agguato. Sito della Casa Bianca in perenne aggiornamento. E, per poche ore, il mondo intero viene a conoscenza dei loro volti.

La famiglia non accetta. Insomma, è anche un motivo di sicurezza personale. Così i coniugi Zapatero fanno presto togliere quegli scatti dalla circolazione. Ancora una volta, la legge è dalla loro. Sono minorenni, accidenti. In Spagna come in Italia non si possono esporre ai media senza l'autorizzazione dei genitori. Perciò, ancora una volta, non mi pare proprio il caso di parlare di censura o di pressione sui media.  

Invece no. Non solo si fa, ma l'opposizione inizia pure a specularci sopra. Le figlie non andavano portate perchè la loro presenza dimostrerebbe che il Governo spende i soldi dei contribuenti in vacanze per la progenie.

Ora: non è per difendere Zapatero, che a mio avviso qui in Italia si santifica più di quanto sarebbe legittimo fare. Però, se c'è una cosa che non tollero, è quella di attaccare a tutti i costi con l'unico fine di screditare una persona.

Punto primo: non c'è niente che dimostri che Zapatero non abbia usato soldi suoi per includere le figlie nella sua visita statunitense. D'accordo, è oggettivamente improbabile. Però, a quanto so, non si è ancora appurato il contrario.

Ma soprattutto,

Punto secondo: allora scagliamoci pure contro la moglie. Lei lo segue sempre, da brava first lady, a tutti gli appuntamenti diplomatici. E i giornalisti, al PP, lo fanno notare. Ma “no”, dicono, “la moglie è una faccenda diversa”. Dotare l'affermazione di un “perché” pare essere un dato del tutto superfluo. Comunque. Se proprio vogliamo dargliene atto, scagliamoci allora anche contro le figlie dello stesso Obama. L'hanno seguito ovunque, durante la campagna elettorale. L'hanno seguito ovunque, e lo fanno ancora. Nessuno ha mosso un dito. Nessuno in tutto il mondo s'è mai permesso di criticare. Cosa ci sarebbe, di diverso? Se il Presidente degli States si porta dietro moglie e figlie sta esaltando agli occhi di tutti i valori della famiglia. Se il Primo Ministro spagnolo fa lo stesso, butta via soldi. No, davvero, non capisco.

A me non me ne va e non me ne viene, ma il PP non si autoeleva da sempre a difensore della famglia tradizionale? L'ha fatto in occasione della legge sul matrimonio gay. L'ha fatto in occasione della legge sull'aborto. Però improvvisamente diventa un peccato capitale che Zapatero tenti di tutelare le sue figlie allontanandole dai riflettori. Di colpo è imperdonabile che per una volta, su loro richiesta, le porti con sé.

Inutile. Io, la politica, non la capirò mai.
E allora afferro il telefono. Lo riaccendo, svegliandolo dal suo nero letargo. E alla sezione “messaggi ricevuti”, n ornamentate parlano di altri confini. In effetti, è bizzarro. A volte gli utilitarismi scarni di qualche sms bastano da soli a ricreare un'atmosfera.

“Figurati, grazie a te! Comunque domenica siete invitati tutti a cena qui!”


“Sì, la festa è confermata perchè non piove. A dopo, cara!”


“Mi sono svegliato adesso. Credo che per le 3 andremo in spiaggia, venite?”


“Ila, ho già il biglietto. Quando vuoi, piano.”


“Ila tu hai una bottiglia di tinto de verano?”


“Siamo in giro a far festa che alla fine siamo uscite!alle 12 dobbiamo lasciare l'hotel, se ci svegliamo con voglia di andare in spiaggia ti chiamo. Che figata la storia della dedica!”



Certo che vivevo bene, in Erasmus.

postato da ilariadot alle ore 14:34 | Permalink | commenti (5) / commenti (5) (pop-up)
categoria: politica, sms , spagna, attualità, erasmus


venerdì, 25 settembre 2009

Illuminazioni

 

Illuminare: verbo transitivo, attivo. Dicesi di lampadine, almeno finchè non scoppiano nel botto di un black out. Dicesi del sole che filtra inesorabile su una notte agli sgoccioli al di là delle persiane.
Illuminare è l'atto di rendere chiaro. Ma non servono pulsanti né tantomeno assi terrestri. La sua vera accezione sullo Zingarelli non c'è.

No. Quella la scopri, piuttosto, sulla pelle. La vivi e l'arrossisci nell'inaspettato. Non che sia la prima volta che l'Ufficio Erasmus mi elargisce sorprese.

La telefonata è arrivata ieri.
“Abbiamo il documento, abbiamo i voti”.

E, anche se avrei potuto dormire, qui dentro l'attesa non mi pesa più.
Colpa dell'identificazione. Mannaggia alla solita empatia.
Ci sono valige nere, dietro allo sguardo sperduto di una ragazza mora.
Dall'altra parte del bancone, la donna scandisce parole a ritmo lento. Vaga con le dita su di una cartina. La sommerge di carte e kit di benvenuto che la poveretta ancora ignora in quale modo utilizzare. Al suo fianco, pochi metri più in là, una portoghese si assicura che l'Università di Oporto abbia ricevuto il certificato di uscita. Parla un italiano perfetto, con marcata inflessione emiliana.

“Ti sei trovata bene da noi?”
I miei ricordi di un Giugno caloroso. La leggera nausea sotto la fontana dell'Orto Botanico.
Il venti, all'orizzonte, se ne va. Per una volta, no, non m'importava.

“Ti sei trovata bene da noi?”
La tipa quasi piange. Lo vedo, e lo so. Con un filo di fiato bisbiglia chiaro un “molto”. Poi si tocca i capelli. Si volta. Si svuota. E, pallida, se ne va.

L'Erasmus.
Potrei passarci la vita, tra le sue svariate incarnazioni.
Invece sposto l'attenzione e basta, come se dentro alla mia gonna lunga stessi assistendo ad una recita teatrale.

“L'incontro di benvenuto per gli studenti erasmus è il primo ottobre”

Non so perchè, l'annoto nella mente. Come se fosse il germe delle nuove aspirazioni. L'imput a ricercarmi il mio passato in feste. A chiedere, cercare, accontentarmi di un surrogato nostrano.

Che poi, davanti a me, la fila è lunga. E socializzano tra loro, nei ritmi veloci di un'alzata di spalle.
“Ya has encontrado piso?”
“Pero de dónde eres?”
“Es que el año que viene tendría que terminar la carrera y aprovecho ahora!”
“Yo estoy igual”.

Parole che si mischiano, traducono, confondono. Turbinio di ricordi, di esperienze, sensazioni. Sorrido a fior di labbra, e qualcuno mi vede.

Poi, la solita ragazza richiama i loro sguardi sul suo lieve accento del sud. Mi sta simpatica a pelle, non lo so perché. Sará che sorride molto. Sará che rassicura.

“Capite l'italiano?”
“Poco”
“Caspita, é che io con lo spagnolo vado male...”

Non ho bisogno d'altro. In qualche modo, é l'occasione che aspettavo.
“Scusa, io so lo spagnolo, se ti serve una mano.”

Lei si illumina.
“Ilaria!”, m'indica convinta, con l'aria di chi ha appena avuto una miracolosa apparizione.

“Ebbene sí!”
“Ti ho beccata!”

E per un attimo mi tornano in mente concetti contrastanti. Una canzone di Renga, la tizia che mi rideva in faccia, il primo colloquio telefonico con la mia adorata Maricarmen González. Un attimo, appunto. Giusto per scivolare un po' dalla lastra di ghiaccio su cui mi mantengo, a stento, in equilibrio.

Poi, “spiega loro che cos'é il libretto studentesco. “; “spiegagli come ci si iscrive agli esami”.
E nel giro di poco sono interprete orgogliosa. Il cuore che batte forte nella velocitá meccanica con cui, quasi dall'esterno, mi sento parlare. E gli occhi che si moltiplicano attorno a me, esternandosi in domande, dubbi, confidenze di un appoggio straniero. Chissá, magari é questa, la mia attesa missione. Sono cosí felice che se me ne ripeto il motivo in testa mi definirei pure un po' scema.

E' che davvero, c'é qualcosa di anormale, nel gusto che mi da poter esprmermi in spagnolo.
Peró, “Scusa, ti serviva qualcosa di veloce? Perché se no é assurdo che ti faccia aspettare...”
Allora direi che no, che aspetto volentieri. Anzi, c'é mica modo di farsi assumere qui?

Ma la risposta razionale, al solito, mi frega.
“Devo ritirare la copia del transcript of records”.
“Che universitá?”
“Málaga.”

Questa volta é l'altra a servirmi. Lascia provvisoria le graffette che legavano un certificato di arrivo dell' Universidad de Cádiz. Seguo concentrata le sue mani, mentre scavano in una pila di carta. Sfilano tra lingue diverse. Dietro a timbri svariati in inchiostro blu. Disegni contorti. Solenni. Anonimi. Grassetto reverenziale o corsivo infantile. Si tuffano in mondi trascorsi e chiusi con dolore, finché, dal fondo, un famigliare volatile mi urla di allegria.


“Eccolo!”
“Perfetto, hai dato cinque esami...”
“Esatto.”
“Ti faccio una copia.”

E, mentre lei armeggia il verso giusto, una sagoma maschile si allunga arrogante ad osservare intestazioni. Con la coda dell'occhio, lo noto scivolare verso il tessuto blu dell'altra sedia. E' allora che mi chiama, parlandomi spagnolo certo di non sbagliare. Parlandomi spagnolo con un accento che conosco bene. Sí: indiscutibilmente é suo, il documento dell'universidad de Cádiz.


 

“Siéntate, si quieres!”
Cosí mi volto, e il mio mondo ha uno shock.
Voglio dire: tu esisti? Ci sei davvero, o sei un prodotto della mia immaginazione? Tu...chi sei,tu?

Illuminare ha anche un'accezione riflessiva.
E la sua é una bellezza pulita, che parla di sabbia bianca e mare cristallino. Sorride su lineamenti mediterranei, per cui di colpo vado in confusione.

“Sí. No. Grazie. E' che ci metto poco. La fotocopia. Poi vado. Grazie comunque. Ma intanto mi siedo. O..”

Farfuglio in un misto di italiano, spagnolo, e quello che ha tutta l'aria di essere cirillico. Poi, la tizia mi porge il mio agognato foglio.

“Ciao.”
“Eh. Ciao.”


Illuminare. Come la scintilla che precipita nel panico i passanti distratti di Via Mazzini. Rumore sordo nella curva di un filobus.

E penso che son tutte balle, quelle della pubblicitá. Altro che kinder cereali. Altro che Gocciole. Per partire alla grande, basterebbe incontrare un bel ragazzo tutte le mattine. Chissá perché, oggi pure al telefono sono infinitamente piú gentile.

postato da ilariadot alle ore 15:53 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
categoria: italia, parma, spagna, erasmus, malaga


giovedì, 17 settembre 2009

Once upon a time...

E' come un flash. A volte rivedo la strada che dal Mercadona portava a casa mia. Ripenso alla scontatezza dei miei gesti, quando ad appesantirmi erano borse della spesa. Scorgo le sue vetrine, come allora, con la coda dell'occhio. I saldi di Veneno Modas, la serranda mezza abbassata dei cinesi, la sfrontatezza vagamente megalomane dell'insegna di Lola Gonzàlez. In quei momenti mi sembra ancora di sentirle, le risate delle donne fuori dal fruttivendolo. La frenata dell'uno mi trapassa famigliare ma attenuata i timpani, come se davvero mi trovassi lì.

Non so perchè, di tutto quello che ho vissuto, sia proprio quella scena a tornarmi più spesso in mente. Forse il mio subconscio sintetizza l'erasmus nell'amore per la cucina. D'altronde ne è il segno più tangibile. La prova concreta che c'è stato davvero. Non svanirà come le meches una volta che crescono i capelli. Non scolorirà come il mio armadio quando lentamente mi ri-omologherò al nero. Rimane lì, riassunto nella dimestichezza con cui affetto mezzo spicchio d'aglio sul tagliere.
E il supermercato, allora, non poteva mancare.

Diciassette settembre. Un anno fa, le lacrime celate di Daniela accompagnavano il decollo sul sedile vicino. Neanche rispondessimo ad un tacito accordo, cominciavamo a raccontarci tutte le nostre storie. Come a marcare il taglio netto col passato. Come la sceneggiatura di un film.

Un anno fa un taxista sudato mi faceva scoprire Màlaga in un quartiere che sembrava mostruosamente lontano. E mi sembra un'altra epoca, oggi che sono qui. Oggi che ho un altro ventotto sul libretto. Oggi che è giorno di reincontri. Ciolfo, Ale, Mario. Oggi che, soprattutto, ho chiamato l'Hard Rock Café.

E qui urge una premessa.
Perchè, davvero, io invidio chi sa godere la musica senza dover invischiarcisi fin dentro le viscere. Che poi “don't put your life in the hands of a rock'n'roll band, who gonna throw it all away”. Giù di lì.

Ma forse ho manie di grandezza. O forse è che, quando ti senti sola, aiuta l'abbraccio della gente che ti ammira. Gente che sta lì, pronta a darti conforto ogni volta che lo richiedi. Gente che non conosceresti se non fosse per una comune passione.

Forse è che ai concerti tutto ti viene sempre restituito.

No. Io non so guardare, devo esserci. Perciò mi prendo pure i mal di testa riuscendo comunque a non pentirmene poi. Credo sia la mia vita. Non lo so, qualcosa a forma di nota in fondo al mio DNA.

Ecco perchè quel messaggio non poteva passarmi inosservato. Annunciato un tour europeo. E' Agosto, il gruppo manco serve che lo dica. So che tra le date ci sarebbe stata Roma. Hard Rock Café. Saletta piccola e bacetti (perugina). Perfetto come il cioccolato liquido a pioggia sopra un mare di fragole. Il mio sogno. Un sogno che diventa realtà.

Allora mi mobilito. Normale, sono a capo di un fanclub. Spetta a me diffondere la notizia. Parlare di regali. Ostelli. Cartelloni. Eppure faccio di più. Vado oltre ai limiti di un semplice raduno.

L'idea mi viene in bagno. Contatto giornalisti. Rimedio un'intervista per Top Girl. Ma, soprattutto, contatto lei. Mi aveva aiutata per la tesi, non credevo che l'avrebbe fatto ancora. Invece mi ritocca il comunicato stampa – mani d'esperta dopo anni al servizio dei Grandi. Senza chiedere nulla mi mette a disposizione la sua agenda. Un solo cenno e avrei avuto spazio sui maggiori media. Avrei dato visibilità all'evento. Avrei portato il mio gruppo da me.

Anche meglio di ciò che avevo sperato.
Perchè tutto vada in moto, però, c'è bisogno di un dettaglio. Ultimo, insignificante, fondamentale. Perchè tutto vada in moto, ci serve la data.

Così, la giornalista di TopGirl telefona all'Hard Rock Café.
Non hanno idea di chi sia El Canto del Loco. Nessun concerto sul loro calendario. Strano.

Comunque è ancora presto, non vedo perchè ci dovremmo allarmare.
Avremo informazioni, ci è stato promesso. In piena estate, in Spagna, non lavora nessuno. E i giorni di studio m'inghiottono in un buco temporale.

Settembre, tu mi hai lasciato con un messaggio.
(Che in fondo cerco un po' le stesse cose).

Così, la settimana scorsa, esprimo il mio dilemma a Sony. Departamento Internacional, siamo in contatto per questioni del fanclub.

“Le date si stanno concordando in questi giorni”. Nessuna menzione a annullamenti, sono solo congetture quelle che dilagano sul forum.

Come se non bastasse, Michela fa ingrassare il mio ottimismo. E' passata all'Hard Rock, vive lì vicino. Adesso lo sanno, chi è El Canto del Loco. Adesso – udite, udite!- hanno persino una data. E va bene, sì, è da confermare. Ma è una data, accidenti. E' un contorno marcato alle mie fasi rem.

Altra botta di illusione pura. Ilusiòn, intendo dire. Positivamente alla spagnola.
Si torna a organizzare, decidere, parlare. Si torna a proiettarci lì, tra le mille indicazioni su come arrivare a Via Veneto.

E' a questo punto che decido di chiamare il locale. Sì, insomma, si tratta di proporgli una collaborazione Gratis. Voglio che quel posto esploda di gente. Che non sia una prova, ma un inizio. Che, quando sono giù, la foto del trionfo italiano ricordi sempre a tutti che so fare grandi cose.

Please, hold on, recita il centralino prima di un accento romano. Di fondo c'è frastuono.
“Hard Rock Café Roma, in che cosa posso esserle utile?”.
Per sovrastare le chiacchiere, la tizia deve urlare.

“Vorrei parlare con la persona che si occupa del marketing, se è possibile...”
“Per quale motivo?”

E allora ascolto la mia voce: sicura, cristallina, professionale. La stessa voce che avevo questa mattina all'esame. Una voce ingannevole, se verità è l'immagine che io stessa ho di me.

“Mi scusi, ma lei per quale casa discografica lavora?”, chiede infatti la mia interlocutrice.

Ed è difficile trattenersi dal ridere. Magari, chissà, in un futuro non ci saranno lunghe frasi tra il punto di domanda e la parola sony. O Warner. O qualunque altra cosa sarà.

Solo che la risata dura poco.
“Per quest'anno non è previsto nessun concerto”.

E tutto crolla giù, facendo un gran casino. Come se i miei sogni fossero un vaso di vetro, che sparpaglia i suoi pezzetti per la stanza. E pulisci, pulisci, ma continui a trovare pezzetti nei posti più remoti. Anche quando è passato del tempo. Anche quando te ne sei dimenticata.

Per questo non dovrei invischiarmici fin dentro le viscere. Perchè 'sto mondo è un autentico casino.
Perchè è un po' come andare in altalena.

Però riaggancio. E, tempo due secondi, ho già raggiunto la conclusione che sia tutto un segno del destino. Qualcosa mi sta dicendo che i soldi messi da parte per Roma li devo investire in Barcellona. Che poi, avendo vitto e alloggio gratis, mi costerebbe pure molto meno.

Così sorrido allegra sulla strada per il supermercato. Mi beo del fatto che sono stata scambiata per una discografica, e penso che allora dovrei comprarmi un Blackberry.

Il bello di amare qualcosa così tanto; il bello di amarlo così incondizionatamente, è che anche i piccoli dispiaceri si attenuano nel quadro generale. Forse per questo mi ci devo invischiare.

Un anno fa partivo per l'ignoto. Tra poco più di un mese parto per Madrid.

postato da ilariadot alle ore 21:08 | Permalink | commenti (4) / commenti (4) (pop-up)
categoria: anniversari, spagna, concerti, erasmus, malaga, el canto del loco


venerdì, 07 agosto 2009

Questione d'empatia.

Identificarsi: verbo riflessivo, in tutti i sensi. Nonché l'elogio migliore per chi scrive. Beh, almeno per me.

E' che troppe volte non sappiamo raccontarci. Stati d'animo, emozioni, pensieri...restano incastrati in corridoi stretti. Lì, da qualche parte, tra cervello e cuore.

E allora ci sono le canzoni. I film. I libri. Risultato di sguardi esterni che spiegano a noi stessi ciò che non sappiamo dire. Stanno lì perchè possiamo indicarli. Mostrarli ad altri. Affermare “Guarda, quella sono io”.

Per questo mi emoziono, se c'è chi si ritrova nei miei testi. Per questo ora affido ciò che sento al prologo di Davide Faraldi. Senza ulteriori parole.

Il Romanzo – e l'ho già citato- si chiama “Generazione Erasmus”, edizioni alberti.

La maggior parte delle persone che conosco sono treni che corrono lenti su binari bloccati.

Sfrecciano su rotaie sicure.

Sanno che esistono stazioni che non hanno mai visto, scambi che potrebbero essere sbloccati, potrebbero di colpo cambiare il paesaggio, potrebbero far assaporare quel brivido ormai dimenticato di nuove avventure, ma fingono di non guardarli; e, se li guardano, lo fanno con malinconia.

Si celano dietro a sicurezze di burro, figlie della paura, figlie di un mondo in cui l'importante è avere un alibi che giustifichi il fallimento.

Hanno dei sogni che non inseguono, delle mogli che non amano, degli amici che non tollerano...

O forse hanno semplicemente capito.

Capito come si deve stare al mondo, capito che i rimpianti sono solo piccoli aghi che trafiggono il cuore in tristi serate invernali, che i valori esistono solo sui libri o nei film, che se sei un treno che viaggia su rotaie sicure non c'è bisogno di guardarsi intorno.

Il mio treno, invece, ha sempre cercato in ogni scambio di capire quale fosse il binario giusto, quale stazione fosse migliore di quell'altra, quali rotaie mi avrebbero portato alla felicità.

Il mio viaggio fin qui è pieno di continue sterzate, di rallentamenti, di accelerazioni improvvise, di cieli sempre diversi, volti sconosciuti, cibi sconosciuti, odori nuovi...

Ma una Stazione si presenta di continuo.

Si dice sia frequentata da treni particolari, che partono e arrivano lì, tutti i giorni, senza fermate intermedie. Attraverso tanti percorsi diversi che però, alla fine, riportano sempre lì.

Una Stazione che conoscevo bene, ma che conosco sempre meno, una Stazione dove i volti conosciuti diminuiscono a ogni viaggio, una Stazione dove cerco di stare il meno possibile, perchè a quanto pare non succede mai nulla.

Un luogo dove tutti sono bramosi di sapere come sono le altre stazioni, ma solo pochi desiderano scoprirlo veramente, rischiando.

E allora ogni volta che torno in questa Stazione sono assalito dalle loro curiosità, ma soprattutto da una domanda, sempre quella, sempre presente, quasi ossessiva, una domanda alla quale non so mai cosa rispondere...

“E adesso cosa fai?”



postato da ilariadot alle ore 17:25 | Permalink | commenti (5) / commenti (5) (pop-up)
categoria: italia, libri, erasmus, davide faraldi


giovedì, 09 luglio 2009

Come una specie di enorme Jet Lag

Stavo passando in rassegna i luoghi in cui sono invitata. Posti favolosi che, oltre all' alloggio gratis, mi garantirebbero interpreti e guide. C'é Cartagena de Indias, per esempio: nei caraibi Colombiani. Oppure il Guatemala e la riviera Maya. E poi, un po' piú vicino, Parigi. La Croazia. Forse Graz. In Spagna ho posti fissi a Málaga, piuttosto ovvio. Ma pure a Barcellona. In Galicia. Anche in pieno capoluogo dell'Extremadura. Qui in Italia ho letti che mi aspettano in quel di Roma. Di Ragusa. Della Calabria.


Cartagena de Indias, Colombia


Guatemala

Fossi miliardaria, non avrei nessun dubbio sui piani a venire. Invece c'é l'esame della Cavalli. L'idea di Trenitalia che da il voltastomaco. E tutte le cose che sembravano importanti che ora perdono senso e convinzione. Mi sbagliavo: non ho conti in sospeso. Non ne ho piú.

Ebbene sí, sono qui. Sono tornata. Farlo dopo nove mesi é come essere vittime di un enorme Jet Lag. Dormo nel letto di sempre, e mi sembra di non essere partita. Il passato é come un sogno, troppo lungo e troppo bello da dimenticare.

Stavo passando in rassegna i luoghi in cui sono invitata. E ho pensato che l'Erasmus, forse, serve a questo: a intrecciare reti di amicizia in tutto il mondo. A sentirsi padroni della Terra, per non avere dubbi all'ora di partire.

Sono tornata. E il groviglio di avventure in cui l'ho fatto mi ha attutito il botto contro la realtá. Ho passato due giorni a chiedermi dov'ero. Fissavo un ristorante di Treviso domandandomi se fossi ancora a Girona. O a Granada. O chissá dove. Ne ho passati altri a sentirmi intontita dalle novitá. A crogiolarmi nell'affetto di chi poi non é lontano. Peró adesso...

...adesso, di botto, non so che fare. Mi addormento alla sera pensando ai piani per il giorno dopo. Poi c'é il temporale, e non posso neanche prendere il sole. Mi sveglio ripetendomi di chiamare Francesca. Di guardare il sito dell'Informagiovani per trovare appartamento a Parma. Ma é come se non mi volessi rassegnare. Se credessi ancora che la lontananza dalla Spagna sia una condizione trasnsitoria. Non reale. Da Jet Lag. Non posso dirmi depressa: non lo sono.

Peró non so definirmi, né tantomeno scrivermi. Non sono depressa, peró frastornata sí.



postato da ilariadot alle ore 15:19 | Permalink | commenti (5) / commenti (5) (pop-up)
categoria: italia, spagna, cronache, erasmus, malaga


martedì, 07 luglio 2009

Molto più che un "Hasta Luego" - Parte terza: tutto nelle pause strumentali

Parte terza: Tutto nelle pause strumentali.

(Continua da qui)

Dovevano esserci gli hotel la paz. Introdurre il concerto a suon di rock elettronico, nel supplizio sempre snervante del rituale band- di- spalla. Invece, niente. Si sono limitati a suonare al centro del campo mentre aveva luogo lo scarso trionfo del nostro ingresso. Almeno, così dice Clara. “Ma, perchè, SUONAVA QUALCUNO?!?”. Doveva esserci Tony Aguilar, pure. Qualcuno lo scorge dietro il palco, quando Lucas Masciano sfoggia il suo pass davanti alle prime file. Eppure, nessuno di loro accetta di dividere il protagonismo dello show. E' la serata de El Canto del Loco. Nient'altro. No, sbaglio. E' più che altro la mia.


Così, le note introduttive del live accompagnano solenni righe rosse sul monitor. Gli effetti video non funzionano, quest'oggi. Gli effetti luce si sono ridotti al minimo. “Scusate”, dirà poi il cantante, “Pioggia ed elettricità non vanno molto d'accordo”. Però, in qualche modo, è anche meglio così. Sì. Perchè è quando i mezzi tecnici collaborano poco, che ti rendi conto delle effettive potenzialità di un gruppo.

Ed , ora, non è che sono di parte: El Canto del Loco sono grandi davvero. Lo sono perchè, spogliati di scenografia, regalano il loro live migliore tra quelli che finora ho visto. Como un Perro Ladrando sostituisce Super-heroe. Y si el miedo si ripesca di sorprese. E Acabado in A, lo ammetto, nella versione acustica è migliore di quanto sembrasse su youtube.


La eseguono seduti sulla panchina, prima che le batterie della macchina fotografica mi abbandonino nell'imprevisto adiòs. Eppure, nemmeno questo importa. Anzi, gioca pure questo a mio favore. Perchè ho imparato, al concerto di Roses, che se non guardi da un obiettivo ti godi di più ogni singolo gesto. Che se non cerchi lo scatto giusto, ti consegni di più all'animazione. E vale la pena, sul serio. Il frontman, questa sera, sembra quanto mai tarantolato. Certo, qualcuno poteva dirgli che ha eseguito l'ultimo bis con la cerniera dei jeans aperta. Altra cosa, che peraltro, mi fa notare Clara. E lo specifico prima che pensiate che io focalizzi la mia attenzione in parti del corpo strane. Che sono friki, sono groupie, ma ho pure i miei limiti, sia chiaro. Comunque, dicevo. Dani non sta fermo un minuto. Si distende sul palco. Salta. Balla. Corre. E, malgrado questo, la voce gli esce perfetta. Non c'è una sbavatura a Roses. Non una distrazione. I monitor – ma dai! - riescono persino a ritrovare un po' di vita sugli arrangiamenti de El Pescao.


Sì. E' il concerto della mia vita. L'esibizione che mi meritavo, in questo arrivederci al Paese del cuore. In fondo lo sapevo, che sarebbe stato speciale.


E so che non sbagliavo sin dalle prime note. Quando Dani esce tra le ovazioni della gente. Mi vede. Sorride. Strizza l'occhio. Come se mi servissero ulteriori ragioni per essere immensamente felice.


Ma non basta. No. E' soltanto l'inizio. Non passano che pochi minuti. Poi, si accorge della mia bandiera.


“De italia? “, chiede a mo' di conferma fuori dal microfono.
“Sì!”


Lo stupore sul suo volto si accompagna a un moto di incitamento. Esaltazione. Che ne so.
A dire il vero, non ho tempo per chiederlo: è già partita Contigo.


Così, mi si avvicina. Mi indica, nel ritornello. “Quiero estar contigo..” e ci aggiunge “...italiana!”. Tutta la prima fila si volta a guardarmi emozionata. Io sono presa dal brano, però. Voglio dire, si sa che ai concerti tendo a interpretare i testi. Perciò, nemmeno l'incredulità di attimi da spot riesce a fermarmi. Con un sorriso a centocinquantotto denti, seguo quel contigo indicando lui.


Che sorride. E che mi manda un bacio.


“Oh, ma sto sognando?”
“No, tranquilla: sono testimone che è accaduto davvero.”


Maria, incredibile, sembra per questo più sconvolta di me. Da allora, le pause strumentali si riempiono ai miei occhi di un fascino strano. E' che Dani approfitta di ognuna – e dico OGNUNA – di esse per regalarmi qualcosa. Parole scandite dal labiale. Infiniti ringraziamenti. “Por todo”. Addirittura un'inchino. E ancora tanti baci attraversano l'aria. Occhiolini e sorrisi mentre illumino i miei occhi assaporando fino in fondo, con tutta me stessa, una canzone.


“Guapa!”


Quindi sarò anche una friki. Ma, su quella panchina, al centro del palco, il discorso si plasma sulla situazione.

“Quelli di fuori, oggi, devono sentirsi a casa. Perchè qui dentro siamo tutti uguali. Perchè non esistono confini, perchè la geografia non c'entra niente. Perchè siamo tutti di qualunque luogo”.


E le mie compagne di avventura, allora, mi stringono bilaterali in un abbraccio. Marìa mi scompiglia i capelli. Clara mi da colpi sulla spalla. Ecco: se fossi una di quelle fan che piangono, forse a questo punto piangerei. Invece, sono una di quelle fan che ride a squarciagola. Una di quelle che, la gioia, non la riescono a nascondere. Specie se la vivono in climax.


Mi pervade il volto, quella gioia. So che sono al meglio. So che oggi più che mai odierò Zapatillas, perchè, accidenti, è l'ultima. E proprio non lo riesco a sopportare.


Prima, però, ci sono le pause strumentali. Ah, le pause strumentali. In una di esse Dani legge il mio cartello. “Le digo hasta Luego a España” - recita - “me dedicáis VUELVE?”.


“Non la suoniamo”

“Ah, ok. Non fa niente”

“Mi dispiace.”

“No, davvero, non importa”.


Rimane a fissarmi per istanti interminabili. Reciterá anche per lavoro, ma é fin troppo evidente che sta pensando a qualcosa. Poi, di colpo, sorride. E corre al centro del palco: c'é un brano da continuare.


Non trascorre molto. “Queréis más? Pues, pedir más”. Il primo bis si apre con Equix. Ora, io ho sempre amato da impazzire quel pezzo. Ha fatto parte delle mie frasi su msn. Mi ci sono rispecchiata. Mi ci sono emozionata. E, da quando ho saputo che era stato incorporato al repertorio, non ho fatto altro che scrivere sul forum che non vedevo l'ora di ascoltarlo live.


Non so se c'entri. Probabilmente no.

Ma, dopo la prima strofa, un altro sogno diventa realtá.


“Questa canzone la dedichiamo a una ragazza che é venuta dall'Italia”



Voglio dire, nessuno mi aveva mai dedicato una canzone prima. Non davanti a cosí tanta gente, per lo meno. Fossi una di quelle fans che piange, la matita sugli occhi sarebbe giá striscia nera. Invece, continuo a cantare. A ballare. A scatenarmi. Invece rispondo al sorriso divertito di David Otero sperando soltanto che qualcuno metta il tutto su youtube.


Non per altro, é che ancora non ci credo.

“Sei sicura che é vero?”


E, dato che me lo appura, decido di aiutare María. Vuole l'asciugamano di Dani. L'ha scritto su di un cartellone. Ormai, il mio é stato letto ed ascoltato. Posso lasciarlo cadere al suolo. Non importa. E' ora che anche il suo sogno abbia protagonismo, almeno un po'.


Infatti Dani lo vede.
Pollice in alto. “Certo, non preoccuparti”. Solo che, stando alle altre, c'é un problema.

“Non é giusto, uffa, ha capito che lo vuoi tu!”

“Ma non é detto...e poi, in caso, si puó sempre risolvere”.


E cosí accade. Alla fine del concerto, il cantante si avvicina col famoso asciugamano. Sta per dire al tizio della security che me lo dia. Ma é un attimo. Un gesto.

“Non a me, a lei”.

Sorriso.


In fondo, io 'sta storia degli asciugamani non l'ho mai capita troppo. Voglio dire, ok essere friki. Ma un pezzo di stroffa bagnato di sudore a me, personalmente, fa piuttosto schifo. Sia di chi sia il sudore, intendo. Senza contare che – l'ho detto – non ho posto in valigia.


E poi lo sguardo di María vale da solo la ragione di un gesto. C'é pura gratitudine, nelle sue iridi castane. Stringe il suo trofeo come se l'avesse appena partorito. In effetti, mi ricorda Linus con la sua coperta. E' pure azzurra, guarda un po'.


Aquellos años locos é la base di sempre ad ogni inchino. Ma, prima di eseguirlo, c'é sempre una pausa strumentale.


“Gracias, guapa”, per l'ennesima volta

“Non mi ringraziare. Grazie a te!!”


Bacio, per l'ennesima volta. Che stavolta ricambio, prima che si spenga il riflettore.



Alla fine Sil non la trovo. Non ho la minima idea, se abbia o non abbia scoperto l'hotel. Tutto sommato, sento che a questo punto non mi importa granché. Andassi in hotel potrei avere una foto con Dani Martín. Scambiarci due parole due prima che il resto della sicura folla l'assedi. Io, invece, questa sera ho avuto molto di piú.


Mi torna in mente un vecchio messaggio sul forum.

“Vederci dedicare una canzone da El Canto credo che sia il sogno di ognuna di noi”.


Quindi niente. Aspetto con le mie stelle negli occhi fuori dall'uscita sbagliata. “Sono usciti di lá”. E me ne frego.


Scambio sms con le altre. “Siamo giá in macchina, mi spiace”. E me ne frego.


Vengo fermata da un gruppo di ragazze sedute a cerchio sul pavimento. “Congratulazioni!! Ma Dani come faceva a sapere chi eri?”. Digo troppi “o sea”, e me ne frego.


L'unica cosa che ho voglia di fare, adesso, é raccontare ció che é stato a qualcuno. Per questo la chiamata di Naza capita a fagiolo. O il messaggio di mia madre. O...


Non dormo da infinite ore. Eppure l'adrenalina ha ucciso il sonno. Alle due sto ancora camminando in circolo sul pavimento in marmo della mia stanza fighissima. Mi mordo le unghie senza morderle davvero. Nervosa. Emozionata. E incredula come da troppo non ero.


Se questa é la fine del mio Erasmus, vorrei fare un altro Erasmus per vederlo finire.
Poi che mi chiamino friki.
Me da igual.

 

postato da ilariadot alle ore 18:52 | Permalink | commenti (8) / commenti (8) (pop-up)
categoria: spagna, concerti, cronache, erasmus, roses, el canto del loco, dani martin


martedì, 07 luglio 2009

Molto più che un "Hasta Luego" - Parte Seconda: il popolo della fila

Parte seconda: il popolo della fila

(Continua da qui)


In realtà, a svegliarmi è più che altro il rumore della pioggia. E lo fa nel panico.

Della serie, Merda! Il posto è all'aperto. Se il clima è a sfavore, si sospende e ciao ciao. Non posso neanche pensare a tutti i soldi spesi per venire qui. Alle illusioni che mi sono fatta. Alle notti passate a immaginare il meglio. Perchè, lo ammetto: ho il brutto vizio di emblematizzare situazioni. Lo dicevo: nei miei ultimi giorni in Spagna, tutto assume significato. E questo concerto ha molte letture.


Mi stacco di soprassalto da lenzuola spiegazzate. Pregare alla fine serve. Dio probabilmente esiste. E il sole appena sorto spazza via ogni nuvola. Sospiro.


Eppure è inutile: sono troppo agitata. So bene quali erano gli accordi: aspetta lo squillo di Maria. Poi, scendi. Però sono già pronta. Sono sveglia. Il lato oscuro dell'alloggiare di fronte è che le tue pazzie non hanno fine. Allora me ne frego, se è da friki. Ore sei e trenta. Carico lo zaino sulle spalle e prendo il mio posto in fila. Là, dove la policromia dei sacchi a pelo si muove quasi unisona al ritmo del respiro. Le altre stanno dormendo, guai fare rumore. Adagio l'asciugamano al loro fianco e cerco di imitarle sulla scomodità del suolo. Una di loro apre un occhio. Sorriso. Buenos días. Sono l'undicesima, in ordine di apparizione.


Lasciamo stare giorni lugubri per l'umanitá intera. Sin dall'elenco alfabetico delle scuole superiori, a me quel numero ha sempre portato fortuna. Questo concerto dev'essere speciale. Lo so, lo so, che lo sará.


Passa poco piú di un'ora e mezza, prima che il motore di un'auto si spenga a pochi metri da me. Di nuovo buenos días. Sono arrivate le altre mie compagne di avventura. Erano quasi meglio le nubi, il caldo si sta facendo insopportabile. Perció, Clara mi mostra le foto del matrimonio di Alba. Continua a risultarmi incomprensibile in base a quale tipo di infermitá mentale una possa sposarsi appena compiuti i venti. Eppure riconosco che il suo abito é da favola. Continuiamo nei gossip modaioli. Risveglio effetto domino nei ricongiungimenti attorno a noi. “La semplicitá é il meglio, non segue le epoche”. Non per niente sto rinunciando all'idea delle rose enfatizzata dalle vetrine d'Emilia. Credo che la linea del vestito di mia madre sia quella che davvero mi aggrada.


Comunque, vado per i venticinque e di sposarmi ancora non ci penso proprio. Tralasciando il fatto che non saprei con chi, s'intende. Quindi meglio – decisamente meglio – togliersi la maglietta, in modo che il cuscino si arricchisca di strati. Non pensate male: sotto, c'ho il costume. E' che ai concerti é imprescindibile saper improvvisare. Ecco perchè un'ombrello incredibilmente zozzo puó diventare ottimo ombrellone. Ed ecco perché il ventaglio di Cádiz si é rivelato il meglio di un travestimento giapponese. Poi che importa, se sopra c'é scritto “prima comunione”! Dai cinesi la roba costa poco, mica si puó stare lí a sindacare!


Sto lentamente avanzando nella fase Rem, quando la security del Comune di Roses irrompe nel grido del passaparola. “Dobbiamo spostarci, devono sistemare le transenne”. Come se fosse, poi, una novitá. La fila si ricrea ben presto sotto gli alberi. Almeno c'é ombra. Tutto sommato, non é una cattiva idea. Solo che i tizi in giallo, qui, sembrano non avere idea di quel che stanno facendo.


Accostano barriere rosse sulla destra. Le osservano perplessi. Quando arriverá piú gente, arriveranno in strada. Poco utile. Agli istinti suicidi delle ragazzine, bastano e avanzano le muraglia romane. Ma, di questo, parleró piú in lá. Allora, niente: ripristina lo status quo. Anzi, lo status di prima. Solo in due file parallele. Anzi, aspetta: tre. Uhm, no. Meglio una. Tra le occhiate perplesse, é ovvio che urge il nostro aiuto.


“Mi scusi, eh? Ma lí mica ci passa una persona!”

“Non hai tutti i torti”.


D'altra parte, se non mi lasciano organizzare concerti, tanto vale dirigere i lavori. Io metterei un distributore di gelati e bibite ghiacciate, oltre a una serie di gazebi multifunzione che proteggano da sole ed intemperie. Peró, non é il mio lavoro. Tutto sommato mi si addice di piú realizzare videoreportage.


“Come si dice “El Canto del Loco” in italiano?”.


Sono giá le dieci, e la sistemazione non é ancora stata ultimata. Anzi, sembrava di sí. Solo che poi é arrivato Tito. Che, per i non addetti ai lavori, fa parte dello staff del gruppo.


“Cos'é 'sta storia che girano foto mie su internet? Che razza di foto avete messo? Non vorrete farmi perdere il lavoro, no?”


Sembra davvero arrabbiato, nel tono in cui si rivolge a facce note. Peró stride in risate divertite. Senza dubbio, un pessimo attore.


“Hanno messo solo le foto della fila, e ci sei tu. Niente di compromettente, tranquillo! Ah, ma lo sai che ti hanno dedicato un post sul forum?”
“Sí, me l'ha detto Dani. E' sempre attaccato al forum...”


Come se non ce ne fossimo accorti. Altra ragione per cui sará speciale.


Comunque. Tito, se non altro, sa il fatto suo. Per questo adatta le barriere alle esigenze degli esseri umani. E, scherzando con tutti, le solleva in una sola mano, manco fossero di polistirolo. E' supermaaaan.


Nel frattempo, oltre a lui, sono arrivate anche Nes e Marta. Insomma, la cumpa s'ingrandisce. Anche se, devo essere sincera, non poi tutto questo granché. “Yo flipo”. E' che, in effetti, lo stridore coi concerti precedenti si rende evidente nella poca folla. A Madrid, a Barcellona...ovunque le undici e mezza segnavano giá calche sovraumane. Invece, qui la gente arriva all'ultimo momento. Meglio per me: meno possibilitá d'intrufolo. Prima fila aggiudicata senza se e senza ma.

Il fotografo del giornale locale, ad ogni modo, si manifesta perplesso quanto me.


Sfodera la Nikon. Cerca angolature. Dopo, si allontana desolato promettendosi di tornare nel pomeriggio. Dev'essere perché Roses é un posto di vacanza. Dev'essere perché fa caldo. Resta, peró, il fatto che é strano. Essí che questo concerto pare essere molto sentito, dal paese. Lo dimostrano i cartelli promozionali, affissi ovunque in distinte dimensioni. E lo dimostreranno, parimenti, i commenti unisoni e entusiasti che il giorno dopo affolleranno le strade. Quelle caratteristiche, dico. Con le casette bianche e i negozietti artigianali. Quelle dove, ai ristoranti, servono un'ottima crema catalana. Sí, va bene: penso sempre a mangiare.


Infatti al supermarket socializzo con la cassiera.

“Sei qui per il concerto? Mamma mia, che successo hanno. Io penso che dovremmo ringraziarli, 'sti ragazzi, perché ovunque suonano fanno girare soldi e turismo in tutta la cittá”.


Francamente, é vero. Vorrei anche dire “approfittate, che hanno pure abbassato il caché!”. Peró poi sembrerei davvero una Pr ufficiale. E dato che non mi pagano, forse esagerare non ha grandi perché. Torno al sole intenso della fila, allora. Lá, dove un'abbronzatura guiri ha disegnato segni di magliette sulla pelle di vittime ignare.


“Mi brucia la pancia!!”


Mi viene in mente Laura, i suoi discorsi sull'abbronzatura da concerto. Una volta di piú, sorrido. La veritá é che non so dire altro che “bene!” ad ogni sms che chiede “come va?”. Io mi diverto sul serio, nelle attese.


Questa, nello specifico, trascorre nelle chiacchiere. Nelle foto sceme che imitano copertine. Trascorre, soprattutto, strappando cartelli dai muri di Roses. A Clara e María, servono ad adorno della stanza. A me, per scriverci dietro.


Ne abbiamo giá rimediati quattro a testa di grandezza mignon, quando qualcuna ha la bella idea di entrare all'ufficio turistico. Dialoghi affrettati in catalano stretto. Non capisco niente. Ma, nel giro di poco, mi ritrovo in mano un poster gigante della Gira Hasta Luego. Gratis.

Ritorno al mio asciugamano con la perplessitá negli occhi. Voglio dire, cosa accidenti dovrei farmene? E' troppo grande per usarne il lato b a supporto di un cartellone. Di attaccarlo in camera non se ne parla proprio: la leggenda dei gruppi che si sciolgono se attaccati alle mie pareti, ahimé, é ancora sin troppo viva. Tra l'altro, i kili del del check in sono contati. Proprio non c'é posto, in valigia. Quindi, rendo felice Marta in quello che per lei é il migliore regalo.


E, quando torno dal bagno, metri arrotolati in bianco si sono moltiplicati in mani altrui. Quel che si suol dire diffusione dell'informazione.


Tutto trascorre tranquillo, finché non mi decido a alzare gli occhi dalla mia richiesta scritta di una dedica su “Vuelve”. Poi, scorgo le nubi. Ri-merda. “Ma da dove sono uscite?”.


Il soundcheck appena cominciato fa presto a interrompersi nei tuoni. Fulmini solcano il cielo. Allontaniamoci dagli alberi, ho paura.

Pronto come un'avvoltoio, un ragazzino prende a vendere impermeabili multicolor in sincrono con le prime gocce. Stando al panorama traslucido che ho attorno, dev'essersi fatto milionario. Da lí, il suo immenso sorriso. Non piove. Diluvia. Per piú di un'ora il clima si diverte a trasformare in piombo il mio supporto invicta. Il pane per i sandwich si riduce a gomma. Per non parlare delle patatine. Ecco, a trovare un lato positivo, almeno l'ombrello zozzo ha ritrovato la sua reale funzione.


Sono spaventata. Non so perché, guardare il volto calmo di Sandreta riesce sempre a tranquillizzarmi un po'. Lei, peró, ritorna a intermittenza. E ogni volta che Nes dice “dai, smette” lo scroscio é piú forte del mio “calla!”.


Tito, dal canto suo, si é seduto pessimista su di una panchina. “Le previsioni dicono che pioverá tutta la notte, al 90% cancelliamo”. Il figlio di Nigel Walker, anche lui nello staff, é invece proprio scappato via.


Cancelliamo. Giá immagino le cronache di una risata isterica. Tutto questo per niente. Tutto il sogno ridotto a un'ammasso di cocci. Li calpesto. Io che credevo che sarebbe stato speciale.


Peró no, accidenti. Incrocio Sandreta e non ci posso credere. “Alle sette smetterá. Ho bisogno di convincermene, altrimenti mi deprimo”. E Dio, confermo, esiste. Alle sette in punto l'ultima nube porta con sé i loghi gonfiabili degli sponsor. Dalla porta principale della Ciutadella, il road manager Tibu inizia a dare direttive a una scia di seguaci. Buon segno. Dentro il mio starnuto, l'arcobaleno si disegna sulle teste della gente. Batteria. Basso. Chitarra. La voce di Dani intona “la suerte de mi vida”. Ed equivale appieno ad un sospiro. Questo concerto, sí, si fará. E sará, senza dubbio, speciale.

Il bello di essere undicesima, é che hai tu nelle mani il potere di frenare l'isterismo. Puó sembrare difficile crederlo, ma la prima fila é di dominio delle grandi. 25 é l'etá minima. Le ragazzine stanno dietro, impegnate ad arrampicarsi su pericolanti massi per raggiungere la grata di un cartello. Si issano su di essa - “sono pazze!”. Urlano ad un puntino molti, troppi metri piú in lá. “Guapooooooooooooo aaaahhhhh”. Dio solo sa quanto tempo hanno passato per trasformare il loro corpo in murales vivente di scritte. Come se si riuscissero a leggere quelle sulle gambe, poi.


Tibu interviene con fermezza. La polizia ha gli occhi fuori dalle orbite. Quel cancello culmina in lance affilate. Il suolo é bagnato, scivoloso. Basterebbe un soffio, e sarebbe sangue. Una mossa azzardata, ed é caduta rovinosa. Brividi. Non avrei mai dovuto guardare E.R.


“Ragazze, calme! Se lo vedete tra un po'”.


E' chi corrisponde a questo profilo, che normalmente si alza due ore prima dell'apertura dichiarata dei cancelli. E costringe tutti all'effetto sardina. Oggi il potere é nostro. Scambiamo opinioni. E finiamo con l'ingannare il passaparola delle ore.


Cinque minuti prima, ci alziamo una ad una. Senza fretta. Prendiamo il nostro posto dentro un corridoio rosso, camminando. Questa é vita: non c'é spinta alcuna. Quanto alla gente, ormai sí: é arrivata. Si accalca dietro di noi in serpentoni infiniti.


“Tirerete le mutande?”, chiede sarcastico l'addetto alla security. Certo, certo, come no. Se é per quello non tireró manco il reggiseno. Mi cade, ma l'ho pagato troppo, mi dispiace. Risate corali attorno a me. E' il momento piú duro. “Io lo odio”. E non so se l'ombrello lo confischeranno o no. Voglio dire, si puó ritenere oggetto contundente? D'altronde, é zozzo. Chissene.


Quindi, via. Come da copione,tocca ai trecento metri transenna. Solo che questa volta sono circa due kilometri. Su puta madre. Dico, di chi ha messo il palco laggiú.


Ho ricordi di corsa campestre, dopo aver litigato con una poliziotta. “oh, se fermi me per la perquisizione dí ai tuoi colleghi che fermino anche le altre file”. Detto, fatto. Io non rinuncio per nulla al mio obiettivo. Vorrei ben vedere, d'altro canto. Sono friki.

Il dolore alla milza combatte col cervello. “Sei qui dalle sei. La prima fila. Pensa alla prima fila”. Ma le gambe, niente, non mi rispondono piú. Cazzo. E' una tragedia. A metá strada incrocio Clara, ferma e disperata con le mani sul fegato. “Corri, María”, sta urlando. Ma l'amica, poco piú avanti, avanza in camminata veloce.


In qualche modo riesco ad appostarmi al lato sinistro delle transenne. Una ragazzina sta allargando le braccia in arroganti “é occupato”. Ah, beh. Se vogliono la lite...


“Senti, bella mia, questo non é un autobus. Chi arriva arriva. Io son qui da quattordici ore nette, quindi se non ti dispia...”
“ILARIA!!!”


La voce mi distrae.

“Muoviti, siamo di qua, ti stiamo tenendo il posto”.

Arrossisco.

“Ehhmmmmm....buon concerto.”

E mi defilo al lato David.

(..to be continued)


postato da ilariadot alle ore 18:33 | Permalink | commenti (5) / commenti (5) (pop-up)
categoria: spagna, concerti, cronache, erasmus, roses, girona, el canto del loco, dani martin


martedì, 07 luglio 2009

Molto più che un "Hasta Luego"- Parte Prima: destinazione Roses.

Ancora una volta, ho esagerato in descrizioni. Colpa dei miei giorni troppo intensi. O, magari, delle lunghe attese all'aeroporto di Girona. Pazienza. Chi non vuole leggere, si senta esulato. Per gli altri, ho diviso il racconto in tre parti. Cosí, forse, vi risulta piú leggero.

Parte Prima: destinazione Roses.

Va bene. Può anche darsi che io sia una friki.
Ma se un bacio di Dani Martìn riesce a rendermi felice, sono una friki che ne va orgogliosa.

In fondo lo sapevo, che 'sta volta era speciale.


Cominciamo dal principio, però. Come se fosse facile trovarlo. La scelta narrativa dell'inizio è sempre complicata, se riguarda giorni intensi. Specie se quei giorni sono i tuoi. Voglio dire, che cos'è più interessante? L'unico bar dell'aeroporto di Granada tristemente chiuso prima dell'imbarco? La conseguente fame che mi obbliga a pagare otto euro otto per un panino insulso sul volo ryanair? D'altronde io l'ho detto, che li odiavo...

E' più interessante che t'accorgi d'essere in Catalunya perchè tutti quanti parlano italiano? O magari il panico in cui mi affoga il “non esiste” dell'ufficio informazioni quando chiedo da dove parte un bus? La i è inutile, ne so di più.


E quindi l'incipit lo colloco lì. Proprio su quel pullman che, alla fine, c'è. Solo che dobbiamo essere in pochi a saperlo, visto che lo popoliamo in due. L'altra passeggera – socializzazione facile – è una donna argentina. Il “di dove sei?” è pro forma, basterebbe l'accento. La sorpresa è che vive a Venezia. Di più, ha addirittura studiato lì.


E allora l'usted che imporrebbero i suoi malcelati capelli bianchi fa in fretta a lasciare il posto al tu, mentre critichiamo in coro la mania tutta italiana per le apparenze. L'autista promette di lasciarmi ai piedi dell'ostello, e noi ci scopriamo vicine in un unico elogio. Sì. Perchè pure lei vorrebbe trasferirsi qui.


“Ma perchè vai a Roses?”
“Per il concerto di un gruppo. Si chiamano El Canto del Loco, fanno pop – rock.”

“Non mi dire: sono quelli!”

Attimo di soprassalto. Poi, rivolgo l'attenzione al finestrino. In effetti, un cartellone formato gigante indica il luogo del concerto. Ormai siamo arrivati. Scoprire che alloggio lì di fronte mi verrà piuttosto utile in fila. Non è l'unico lato positivo dell'ostello, peraltro.


Tanto per dirne una, la mia stanza è fighissima. Due letti. Televisore. Bagno. Non mancano nemmeno i cuscini decorativi. Per trenta euro a notte, direi che non è affatto poco. Specie perchè comprendono una vera colazione. Vale a dire, circa due litri di caffè puro. Zollette di zucchero anti-svenimento da rubare in vista della sera. E poi Succo di frutta. Selezione variata di marmellate. Crostini. Burro. Sul tavolo all'aperto quasi non c'è spazio per prosciutto e formaggio. Iberico, il prosciutto. Di quelli tagliati grossi che si sciolgono sul palato. Quelli che costano un rene e sono il meritato vanto di un Paese intero. Anche se qui è catalunya: col nazionalismo, non ci dovrei esagerare.


Tra l'altro, i proprietari ricalcano lo schema della mia immaginazione. Così, sin da quando trascino le valige alla ricerca del numero 42, so che l'uomo burbero a braccia incrociate andrebbe d'accordo con mio nonno. Sono puntuale, ma chissà da quanto è lì: mi aspetta davanti alla porta pronto ad aiutarmi senza molte parole. Dentro, lei. Premurosa agli estremi anche fuori dal suo orario di lavoro.


Come mia nonna, si preoccupa che quella colazione non sia poca. Offre maddalene e capuccino anche se l'ora limite è scaduta da un bel po'. E, ancora, mi chiede del concerto. Si accerta costantemente che tutto mi vada bene. Sapete cosa? Credo che la mancia gliela lascerò.


Quanto alla cornice, Roses, risponde ad una doppia identità. Numero uno: è al confine con la Francia. Il che implica bilinguismo e parlate francofone a ogni angolo. Numero due: è Catalunya pura. Evidente nelle facce e negli accenti. Pesante in chi mi si rivolge in catalano. E poi, se non capisco, si stupisce pure.


Che , in realtà, capisco quasi sempre. “Stai imparando il Catalano”, scherza Clara. Però rispondo in spagnolo. E le espressioni altrui di straniamento comprendono gli occhi pallati. Scusate, non sono di qui.


Comunque, non divaghiamo. Trascinando le valige, alla ricerca del numero 42, già scorgo facce note fuori dalla ciutadella. Sandreta sta gonfiando materassini portatili. Altre ragazze l'aiutano adagiandoli sull'erba. Poco più in là – ore undici di sera – Sil scarica borse frigo dall'auto che ha appena posteggiato. Eccole lì: la gente della fila. Il popolo de El Canto. Ecco la famiglia verde che ho tanto imparato a amare. Sorrido.


“Certo che è incredibile: ad ogni concerto, le facce di chi sta davanti sono sempre le stesse”
“Ma è proprio questo, il bello. Il motivo per cui lo facciamo.”


So che sono friki, esattamente come mi rendo conto che c'è gente che non ci capirà mai. Fa niente. Se fare amicizie mi rende felice, anche per questo ne vado orgogliosa.


Passo avanti a testa bassa. Ora non mi fermo, siamo tutte incasinate. Tanto, ripasserò tra un po'. Lo stupido panino ryanair m'ha lasciato una fame che impone gelato.


Crema catalana, vaniglia e mou. Così, tanto per gradire. Prima di sceglierli rispondo entusiasta al saluto di Sil. Loro si accampano. Un uomo comparso dal nulla gliene indica in transenne la giusta direzione. Segue qualche chiacchierata. Racconti di viaggio. Novità sul forum.


Poi le lascio provare a dormire, sulle note di una chitarra che, all'altro lato della strada, intrattiene avventori di un bar. Le onde si muovono placide, sotto un cielo stellato. La strada principale è piena di turisti. Odore di salsedine. Retrogusto di crema solare. A ben vedere Roses, di identità, ne ha anche una terza. Ed è quella delle vacanze estive. Per questo ho già allegria nell'anima, mentre metto la sveglia alle ore sei. Domani sarà un gran giorno. Domani celebrerò il mio vero addio alla Spagna. E dev'essere speciale, ad ogni costo.

“Appena scopro l'hotel in cui vanno te lo dico, ok?”


Dev'essere speciale, e lo sarà.

(To be continued...)


postato da ilariadot alle ore 18:18 | Permalink | commenti (3) / commenti (3) (pop-up)
categoria: spagna, concerti, cronache, erasmus, roses, girona, el canto del loco, dani martin


giovedì, 02 luglio 2009

Greatings from Granada

 [NB: a causa di problemi di linea, le foto a corredo del post saranno inserite in un secondo momento. Ci scusiamo per l'inconveniente.]

Il caldo è insopportabile. La connessione, pure. Di più: dopo essere stata al computer sino all'una di notte nello strenuo tentativo di inviare una mail, ora mi hanno proprio tolto la corrente. Fantastico. Forse sono questioni di risparmio energetico, chessò. D'altronde, é l'ora della siesta. Peró, alla faccia del wifi! Cioé, se uno vuole caricare il cellulare che fa?

Bah. Spain is different. Non è dato sapere.

Comunque, non sono più io se non accetto sfide. Testarda, così dice di me il segno zodiacale.
Quindi questo post lo scrivo. E stasera l'esimia connessione dell'hostal Doña Lupe dovrá pur lasciarmelo pubblicare. In fondo, stanno facendo di tutto per farmi sentire vip.

Sì. Perchè il punto è che devo avere uno sguardo davvero compassionevole, se ho conquistato una singola per lo stesso prezzo di un dormitorio collettivo. David's old room, c'è scritto sulle mie chiavi. E ora io vorrei sapere chi accidenti fosse 'sto David. Cioè, David quello di Golia? David la statua di Michelangelo? David del Canto del Loco? In ogni caso è uno importante, cavolo. Ergo, mi vorrei bullare.

Non che la stanza sia particolarmente grande, intendiamoci. Anzi, diciamo pure che ho notevoli problemi di incastro tra me e le mie due valige. Cosa che mi è peraltro appena costata un livido sotto al seno sinistro. Colpa della pressione della sedia sul ferretto del reggiseno mentre cercavo di raggiungere lo spazzolino. Capita. Ecco a cosa servirebbe avere una quarta: fa l'effetto airbag e ti evita infortuni. A 'sto punto dovrebbero regalare un'assicurazione sulla vita alle piatte, però. Sennò è discriminazione bella e buona!

Comunque, dicevo. Al di là di questo, nella David's Room c'è il il letto matrimoniale. Il bagno privato. E tutta la tranquillità di un patio andaluso che mi saluta bianca da fuori. Quindi, sì, direi che può bastare. Ecco perchè mi sento una vip.

Che oltrettutto la piscina è deserta. La città, ai miei piedi, mi porge i suoi tetti mentre nuoto. E penso “questa è vita, signori”. Onestamente, dopo tutto 'sto stress da valige, me la meritavo pure.

E' che il turismo individuale ha efetti inconfutabili. Uno su tutti, non poter condividere impressioni su quello che vedi. Quanto alle foto sceme, in qualche modo si rimedia. Però ha anche i suoi pregi. Ad esempio, ti puoi costruire giornate a tua misura. Provare a dormire fino a mezzogiorno. Sentirti una donna in carriera mentre pranzi al ristorante all'angolo. Va beeene, poi magari non ti accorgi che la bottiglietta d'acqua si apre strappando una parte del tappo; passi circa mezz'ora a cercare di svitarlo; le dai continui colpetti sul tavolo, e un uomo in carriera – autentico- ti osserva trattenendo a stento le risate...quelli, però, sono incidenti del mestiere. D'altra parte, cose del genere capiterebbero anche a Becky Bloomwood. E ho imparato da lei a conservare lo stile. Sarà per questo che, in un altro ristorante, un cameriere ci prova.

Per lo stile, dico. Non perchè gli piacciano i film comici. Forse. Oh, che diamine! Non so.
Nel frattempo, la corrente sembra essere tornata. No, come non detto. Era illusione.

Mi ha affascinata sin dal primissimo momento, Granada. E le prime impressioni contano, se ti colgono dopo che, nell'ordine:

1. hai aspettato per mezz'ora un autobus quando l'ombra sembrava un miraggio. Ormai la Madonna mi fa visite frequenti, credo che diventerò mistica. Se non mi sentissi troppo idiota, ve ne illustrerei il perchè fotografando il termometro. Quaranta gradi. Il tempo ha la febbre. Che poi è anche l'alibi alla mia scrittura strana. Perciò scusate.

2. Salendo sul suddetto autobus, il manico della valigia più grande ti provoca dolori incontenibili meglio non dire dove. Il che, se devi immediatamente parlare con l'autista, non è il massimo.

3. Ti accalchi in mezzo ad una quantità indicibile di persone, con i soliti problemi dovuti all'ubicazione del tuo equipaggiamento.

4. Una gentile signora ti cade letteralmente addosso assieme alla sua tonnellata netta di bracciali e catenine. Le quali si conficcano, con sue incommensurabili scuse, su di ogni centimetro del braccio.Ma porcaaa!

E non basta. Perchè poi si da il caso che di bus ne debba prendere un altro. E allora chiedi informazioni: “dov'è la fermata?”. Il tizio, comodamente spaparazzato su di una panchina all'ombra, ti spedisce dritta in fondo alla via. Non una via qualunque, intendiamoci. La GRAN VIA. Che, per chi non conosce Granada, copre le dimensioni di all'ircinca un kilometro. Quindi niente, ti armi di Pazienza e vai. Peccato che, a destinazione, invece del trionfo di un traguardo, trovi l'amara sorpresa di una scritta. “Fermata temporaneamente soppressa”, recita. E scopri sbraitando che la più vicina è esattamente dov'era il tizio comodamente spaparazzato.

Inoltre, il carattere storico della città fa sì che i marciapiedi – nei rari casi in cui esistano – siano petrosi, stretti, ed irregolari. Leggesi: avversario perfetto di due valige ingombranti. Specie se hai deciso di prendere un ostello di fronte all'alhambra, e la strada è giocoforza in salita.

Insomma, capirete che, se dopo tutto questo riesco ancora a dire che Granada è bellissima, vuol dire che sul serio lo è. Infatti lo confermo ore dopo, incantandomi in scorci da quadro sulla via delle opere che ho studiato. A dire il vero, già il fatto che mezzo programma di storia dell'arte spagnola avesse come location Granada, avrebbe dovuto insospettirmi.

E' che questa città ha tutto. Monumenti. Verde. Negozi che il peso perfetto da check in mi impedisce anche solo di adocchiare. Ha un pure un centro a misura d'uomo, un sacco di persone gentili e un'autista figo sul minibus del rientro. Davvero, credo senza esagerare che sia una delle città migliori che ho visitato sino ad ora. E non parlo solo dell'Andalucìa, ma della Spagna intera.

Ecco, forse l'unica pecca è che tutto costa un sacco. Mi aveva avvisata, Daniela. “Non è come Màlaga”. E, se ti chiedono un euro e sessanta per una bottiglietta di acqua naturale, è piuttosto evidente che no. Credo dipenda dall'alta percentuale di turisti presente. Maggiore che nella capitale della Costa del Sol, e quasi esclusivamente anglofona. Tra l'altro è bellissimo studiare le facce degli inglesi quando provano per la prima volta il Pulpo a la Gallega. Estasi pura, non scherzo.

Comunque, alle bastonate sui viveri ho scoperto come rimediare. Beh, almeno parzialmente. Il fatto è che se vai alle macchinette della receptions alle due di notte, rischi di ottenerne piacevoli sorprese. La prima non funziona, per esempio. Così, oltre a tornarti l'euro che avevi inserito, te ne sputa un altro, non tuo. Allora usi quest'ultimo in una seconda macchinetta. E lei, in cambio, non ne finisce più di sputarti bottiglie. Morale: quattro litri d'acqua gratis nel giro di soli due secondi. Va bene, la borsetta pesa un po', però ammetterete che è un buon modo per concludere la giornata.

Per concludere il post, invece, devo rendere giustizia a quest'ostello. Perchè, dai, il wifi traballa. Ma è anche lui tra gli ostelli migliori in cui sia mai stata. Il personale è disponibilissimo. La privacy è garantita. Ed, oltre alla pulizia impeccabile, la zona è perfetta.

Tipo, ora posso aprire la porta e andare a farmi un giro per il Generalife. Così, come se fosse il giardino di casa. Poi posso proseguire, e nel giro di dieci minuti cenare sotto alla Catedral.

Questa è vita, signori! Solo, dite alle zingare andaluse che la smettano di stressare la gente con 'sti benedetti ramoscelli porta fortuna. Non se ne può veramente più!

Domani Roses, e vedremo se la Catalunya compete. Da lì non ci sentiamo, però. Ho il mio bagaglio di sogni già pronto, ed ore arretrate in cui dormire. Lì non sarò turista solitaria. C'è da far casino. Quindi, insomma, mi leggerete dall'Italia. Lo farete quando sarò troppo frastornata per riuscire ancora a realizzare appieno.

Nel frattempo, Greatrings from Granada.

postato da ilariadot alle ore 14:57 | Permalink | commenti (3) / commenti (3) (pop-up)
categoria: viaggi, spagna, cronache, granada, erasmus, malaga


martedì, 30 giugno 2009

Scusate se mi ripeto

 Cancello nella croce di un rossetto l'ultima voce nella lista. Sono finite anche le cose da fare.


Domani Granada. Ulteriori parole sono inutili. D'altronde, ne aveva sin troppe l'impiegato delle poste, stamattina. “Santa Madonna”, commentava filo-italico davanti ai gossip della sua collega incinta. Ho spedito il terzo pacco, e lui fa presto a parlare. Metterei una croce anche sui soldi spesi. L'aria condizionata, peró, la porterei via.


“Cuánto vale el autobús?”, mi chiede una ragazza col violino. “Gracias, hija” risponde una signora quando le suggerisco di prendere l'uno. Si vede che ho la faccia da locale. E, mentre Grace mi chiama da Madrid, tutt'attorno a me sono troppo gentili. L'ho abbracciata, ieri sera. Occhi lucidi di entrambe. E, con lei diretta in Francia, tutto si fa troppo silenzioso.


Mangio i suoi spaghetti. Sono finite anche le cose da fare.


Il guaio é che, se chiudi la valigia, sembra proprio un giorno come gli altri. La gente fa la fila agli sportelli Alsina Graell. Continua la sua vita, persa dentro ai pensieri. E certo non lo sa, quant'é difficile per me andare via.


La posta mi si intasa. Mail di chi, l'altro ieri, non é potuto venire. Diana passa a prendere il modem. Rita, forse per un caffé. E intanto c'é chi dice che sono “un encanto”. Chi m'invita a Parigi. Chi garantisce che ci rivedremo ancora. Sará cosí, in effetti. Non ne ho dubbio alcuno.


Ma se ulteriori parole sono inutili, forse basterá quello che ho scritto in spagnolo.



...A los cotilleos con mi compañera de piso. A las lágrimas de ayer. Al Sandevid. A los botellones. A la resaca del domingo y “os lo pasastéis bien anoche, eh?”. A los piropos del dependiente Mercadona. A los viejos que te acompañan al sitio cuando les pides una información. A infinitos “No pasa nada”. A las siestas de Ana y Patri viendo Sé lo que hicisteis. A mi playa. A San Juan. Al Carnaval de Cádiz y 'siamo venuti a ubriacarci'. A “JO-DER!” y las risas maquillando a mi compañero de piso. A las cenas en casa, que hay que ahorrar. Al tapeo en el Pepo y Pepa. A las quedadas en Calle Larios. A los “bajos” de Marta. A las risas de Naza. A mi diario. A los conciertos. Al autobús para Madrid. A las empanadillas congeladas. Al viento de Tarifa. Al helado de Nerja. A los monólogos. A 2000 y pico fotos tontas. A la gente que he conocido. A las canciones de mi Ipod que por fin suenan en los bares. A los chupitos gratis. A los abrazos de los chinos borrachos. A mis colombianos y sus patacones. A las fiestas. Al festival del Cine. Al Huracán saliendo con Daniel. Al frío de Ronda. A Sevilla que no puede ser. A las perdidas por barcelona. A “hola guapísimas” y las narices verdes.A “tú siempre comes?”. A los truenos de la noche en blanco. A la movida de Fuengirola. Al hijoputa que casi me roba la cartera. A mis colitas años 90. A la adicción a Buenafuente. A Sierra Nevada y “a ti qué coño te importa de Amaia Montero? “. A hablar a diario de cosas que sé. Al parchís del primer día. A la alcazaba que me cuída desde lejos. A España.

A todo esto y a muchísimo más tengo ahora que decirle hasta luego.



Se ulteriori parole sono inutili, basterá pensare a quello che mi resta. Granada, per l'appunto. O il concerto di Roses. Che oggi ho richiamato per conferma, e la signora, tra le interferenze, é riuscita a perplimermi di nuovo.

“Se prendi il bus per la Ciutadella, passi davanti a casa mia”


Sí, ma io devo andare in ostello, mica a casa sua! O no? Bah, mistero della fede.

Se ulteriori parole sono inutili, forse di quest'istante basta un'immagine sola. Il video l'ho girato l'altro ieri. Ore 2 e mezza del mattino. E poi, lo giuro, torneró a scrivere di cose allegre.

 

 

 

postato da ilariadot alle ore 17:42 | Permalink | commenti (5) / commenti (5) (pop-up)
categoria: spagna, cronache, erasmus, malaga


Avvertenza!


Questo blog è filo-hispanico.



    Chi sono

    Utente: ilariadot
    Nome: Ilaria Dot
    Una studentessa italiana con il cuore in terra iberica.


    • Contattami
    • Il mio profilo
    • Linkami


    ILATube


    Ebbene sì,rompo anche suYoutube


    LA MIA MUSICA



    La mia controfigura


    Meez 3D avatar avatars games

    Bottoni

    • RSS 2.0
    • ATOM 0.3
    • Powered by Splinder

    Contatore