Italo-Spagnola

Il blog di una che ha sbagliato Nazione
sabato, 17 ottobre 2009

L'inutilità del freddo

Ci sono varie ragioni per considerare il freddo inutile. La prima è che non è ancora Natale.

Che poi non l'ho ancora del tutto capito, perchè metaforici aghi sulle guance sveglino l'entusiasmo nel comprare regali. Come se tirare fuori il portafoglio potesse scaldarti, poi. Mah. Invece, inevitabile appannaggio degli occhiali nel consueto dlin dlon di un'altra porta. E sei felice, ebbene sì, stupidamente entusiasta. Come se la carta colorata che ti andrà ad avvolgere le idee facesse tutt'uno con le mani screpolate. A Natale ti impegni a diventare più grassa, anche perchè tutto sommato un po' di carne in più scalda le ossa. A Natale io sopporto. Non so perchè ma sopporto. Peggio, non sarei ugualmente consumista in una variazione d'equatore.

Solo che adesso luci intermittenti ingannano dalle vetrine di coimport. Ho già deciso cosa a chi, come se fosse una specie di imput-output. Causa-effetto tipo cane di Pavlov. Ma non posso e non voglio comprare ancora. Adesso è solo una truffa. Mi volete influenzata. Adesso il freddo è inutile davvero.

Così ti dedichi a serate mondane. E fuori dall'Acquolina spritz variamente annacquati sono solo antipasto – voto 4 e mezzo – alla sbornia che non ti prendevi da un po'. Due bottiglie di Negramaro dentro al forno del Tabarro. Un bicchiere di Merlot con T in una troppo affollata via Farini. E si fa presto a sentirsi d'altre epoche. Perchè sì, insomma, non capita tutti i giorni di assistere a gare di poesia. Roberta e Biondino (ormai non ha più un nome) le improvvisano su tovaglioli rossi. Tema deciso da Chiara nel suo futuristico lanciare parole a caso. Declamazioni, esclamazioni, citazioni di Quasimodo. Manca solo l'assenzio, poi saremmo intelettuali.

Ed è lì che comincia a succedermi. Evento di portata storica, incidetelo a fuoco su di uno sgabello in legno. E' lì, signori, che io rifletto. Dico, filosoficamente. Perchè può essere facile affermare che l'alcol con me funziona al contrario. Che la creatività la blocca invece di esaltarla. Che, più che metafore, ora scriverei la lista della spesa. Può essere facile. Però mi spingo oltre. Vado all'essenza dell'arte poetica. Torno ai miei diciassett'anni, quando ringraziavo un libro di avermela fatta scoprire. Quando ci sfogavo i miei conflitti esistenziali. E poi mi rendo conto- rassegna mentale – che dentro c'era tutto ciò che non avevo. La voglia di fuggire. L'amore per l'amore in quanto concetto più che verità. La solitudine. La timidezza. Uno strano dolore ancora senza forma che poi d'improvviso sparirà. Puff. E sono in altre terre. Sono in altre vite.

Della serie, impara l'arte e mettila da parte. Se scrivevo poesia perchè qualcosa non andava, non sono mai stata più contenta di essere passata alla prosa. In effetti, non sarei nemmeno più all'altezza di sinestesie ed enjambements. Poi studio Giornalismo per qualcosa. O forse sono arida. Arida e cinica. Ecco, anche quando sono cinica vuol dire che ho bevuto.

Ma intorno a me c'è chi mordicchia felpe per riuscire a digerire. Altri interpretano finte cadenze inglesi. “Ehi, vuoi vedere i coniglietti suicidi?”.

Che poi mi stizzisco nello scarso realismo di un libro. Lo dicevo telepatica all'autore di “Valido per due”. “Ti pare che la gente, nella vita vera. fa discorsi così surreali senza aver fumato niente?”, così chiedevo. Forse i miei controsensi li dovrei filmare.

E intanto il Negramaro mi seleziona i ricordi. Frasi che rimbalzano senza più collocarsi. Contesti che si sfumano in scene già viste eppure non viste mai. Voci impastate in fondo al sonno che sbilancia le ginocchia. Caldo in quattro gradi scarsi. Caldo effimero, già purtroppo in procinto di scappare. Lasciami una frase, una soltanto.

Qui c'era l'uva, prima del mio bicchiere.

Perciò mi restano le regole tra donne. Resta la prima, necessaria e immutabile.

“Non si piange per un uomo. Mai. Gli uomini sono stupidi.”

Se ci fosse anche un “hic” sarebbe memorabile. Ho la licenza poetica, me lo potrei inventare. E allora riprendo a riflettere. Ho proprio bevuto molto. E rido.

Rifletto, sulla strada di casa, sull'assurda necessità che hanno gli esseri umani di complicarsi la vita. Sullo spirito masochista con cui cercano, cercano, e poi ci stanno male. Su questo sentirsi soli se nessuno ci abbraccia. Che in fondo siamo nati per interagire.

Dovrebbe essere anche bella, come cosa.

Ma forse è il momento di dormire.

Così il vino, piano piano, evapora obbediente dai pensieri. Labbra viola di rossetti inconsapevoli.
A me questo freddo fa decisamente male. Sento che mi gela il sangue, accidenti. Cubetti di ghiaccio rosso nelle vene. Scricchiolano se appena mi muovo. Macabri come le immagini avvincenti nei versi improvvisati di Roby.


Decisamente il freddo è inutile, finchè non hai berretto e sciarpa colorati.



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domenica, 20 settembre 2009

Quadri emiliani (Vasco, le Fate, ed altre strane storie)

Le mie notti emiliane le riaprono le note di Vasco. Abbastanza scontato, le stesse che le chiudevano ormai più di un anno fa.
“Scusa non ho capito, vuoi ripetere? Che cosa avevi da fare?”
In effetti, forse l'ipod non insisteva a caso.

Fashback. Qui urgono analessi temporali.
Per esempio, sulle osservazioni sociologiche del giorno prima. Che è nel quotidiano, in fondo, che si apprezzano appieno le infinite differenze tra i popoli. Nello specifico, succede all'edicola di fronte a casa.

“Mi scusi, quanto costa l'abbonamento del bus?”

E un triestino, secco e pragmatico almeno quanto la pronuncia di Preznic, avrebbe semplicemente risposto “venticinque euro”. L'emiliano, no. Ha bisogno di tempo per gustare su di un'unica tavola le infinite meraviglie della sua cucina. Quindi, è abbastanza logico che parta da lontano.

“Non ci è ancora arrivato, probabilmente lunedì. So che c'è il trimestrale, e poi il mensile...però non so se anche quest'anno facciano sia il trimestrale che il mensile. L'altr'anno sì, c'erano le due opzioni. Comunque quando me li portano controllo. So che costa venticinque euro, però non sono sicura che a costare venticinque euro sia il mensile o quello da tre mesi che, se per esempio lo fai adesso, ti vale fino a dicembre compreso. Poi dipende da quanto lo usi, ti fai i tuoi calcoli e vedi quale ti conviene. Ma se passi lunedì dovrei averli, e ti dico anche il prezzo giusto, anche se mi sembra sia proprio venticinque euro.”

Voglio dire, poi è abbastanza ovvio che si instauri un gemellaggio con la Spagna. Celato, d'accordo, ma c'è. Io lo vedo, affine nella nostalgia. E, mentre cerco Ricordi, il cellulare si incolla alle orecchie di una donna bruna.

“Si lo localizas me llamas, vale? Vale, venga.”

A Monfalcone non succede, tutt'al più parlano indiano. Da lì, lo stupore quasi estatico con cui l'osservo. L'allegria primitiva di un assaggio di Sangrìa fornito – per chissà quale motivo – al Festival del Prosciutto. Gazebo in Piazza Garibaldi. Telecamere e grovigli di persone. Ricordo “la chica del Jamòn”, e mi sorprendo a sorridere da sola.

In fondo Parma è la terra delle due Movidas. Non va dimenticato, anche se il plurale lo fanno con la E e non hanno un'idea chiara di ciò che vorrebbero copiare. A Parma il Tapas Bar si affolla in chiacchiericcio accanto alla mia facoltà. E, tutto sommato, non mi posso lamentare.

Piuttosto dovrebbe farlo il portafogli.

Tintinnio di casse come campanelli fatati. Le sognavo l'altra notte, poi, le fate. Danzavano leggiadre dentro ai loro tutù rosa. Tunnel di pizzo e raso a fargli da cornice. D'accordo, forse dovrei rivalutare la pensantezza dei pasti serali.

Ma il fatto è che cantavano “dlin, dlin”, come fosse un'assurda premonizione. E il neon delle vetrine, adesso, è sole artificiale su un paesaggio solo mio. Sono una bimba entusiasta, come lo ero un anno fa. La differenza sta solo nel target che ho puntato.

D'altronde lo dicevo: sono la ragazza con il fiore in testa. L'impulso, allora, non può assolutamente prescindere da tutto ciò che a fiori è. Necessità malata di definirsi in oggetti. Prezzi ribassati che giustificano l'inutile. Razionalità in combattimento, fedele a ripetizioni delle proprie priorità.

E' come una cantilena. “Madrid, Barcellona, Madrid, Barcellona, Madrid..”
Va bene, va bene, smettila.

Lascerò stare quegli stupendi fiori di stoffa. Cederò ad Accessorize i fermagli per capelli a forma di rosa. La borsettina fiorata, in fondo, è troppo piccola per farci star dentro qualcosa. Le mutande sono troppo infantili. E del cestino...beh, del cestino posso anche fare a meno.

CONTEGNO, Ilaria. E' necessario un contegno.
Se alle tentazioni devo cedere, accontenterò Oscar Wilde con una maglietta monospalla. E, già che ci sono, pure la mia schiena con un trolley per la spesa. Insomma, mica c'è un regolamento per cui lo debbano usare solo le persone anziane! E' ricamato in papaveri e le braccia fanno male. Morale: mi serve. Chi accidenti se ne frega dell'età.

Mi sento come sbronza. E la Sangrìa, poi, non l'ho neppure bevuta. Becky Bloomwood. Oh, no. Mi sto davvero trasformando in Becky Bloomwood!!! D'accordo, in orario di apertura mi murerò in casa. Si esce la sera e basta, nuovo progetto del secolo. Durata prevista di attuazione: all'incirca cinque minuti. Sigh.

Ma alla fine non è certo colpa mia, se la F delle maniglie mi proietta spaesata al reparto novità. Non ci volevo manco andare, alla Feltrinelli. Qualcuno mi spiega che ci faccio qui? E la risposta è un tomo di circa settecento pagine. Un tomo che, già dal titolo, sta gridando il mio nome.

“Ritorno a Granada”.
L'afferro timorosa. Lascio scorrere le iridi su parole casuali. Scritto bene, raramente sbaglio.
Poi, la scoperta lineare della trama. Concetti come battiti di cuore. Andalucìa. Imparare Flamenco. Attrazione inspiegabile per un Paese. Segreti. Scoperte.

Mio. Indiscutibilmente, dev'essere mio.
Sono già in fila alla cassa. Spumeggiante, impaziente, irrazionale. Poi, ricordo di guardare il prezzo. Venti euro. Sbianco. Caspita, non posso spendere venti euro di botto senza neanche sapere che mi piacerà! Tra l'altro ho una specie d'obbligo non scritto ad acquistarmi anche il libro di Cremonini. Cioè, dovrei lasciare un mutuo in libreria. Mhm. No es plan. Stai calma e ragiona.

“Dica!”

I kili eccessivi dell'uomo che ho davanti posano sul bancone dei romanzi che non vedo. Occhiate di sfida tra me e la commessa. Musica da film nelle mie orecchie. Western, il film. O estrae lei la pistola, o sarò costretta a farlo io. Piano americano. Tintinnio. Le fate. Un attimo di silenzio attorno alla parola “biblioteca”.

Spara.

E lascio la fila con passo veloce, riposando a fatica descrizioni di città che ho amato. E se ami un posto sotto a 42 gradi, stai pur certa che lo porterai nel cuore. Pulsazioni in aumento. Però sono fuori, ho vinto io.

E la Tribute Band di Vasco Rossi, sul palco del Fuori Orario, qualche ora dopo lo celebrerà .


Intendiamoci: per me essere qui è un traguardo importante. Certo, per arrivarci ci sono voluti infiniti messaggi a Chiara. Cambi di programma repentini. Chiacchiere e fulmini ad illuminare il cielo.

“Insomma, ragazze, un po' di privacy!”

“Oh, ma ce l'ha con noi?”
“Penso di sì, c'è il tizio che pisciava”.

Per arrivarci sono servite macchine che deviano verso i campi, e coincidenze di opinioni in merito a questioni più svariate. Però ci arriviamo, accidenti. Ci arriviamo, e ho combattuto una maledizione. Sì, insomma, lo stesso genere di malocchio che mi allontanava già da Gibilterra.

“Non se ne fa niente!”
Frase tipica di chi aveva la macchina ogni volta che io ci volevo andare.
Succedeva con Laura, succedeva con Alice...
Inutile dirlo: l'esistenza di un bus navetta, fino a ieri, l'ignoravo.

Comunque me l'avevano descritto bene, il Fuori Orario. Ambientazione suggestiva. Falsa stazione ferroviaria affollata di gente in piena voglia di ballare. Veri binari ferroviari separati da un vetro dietro alla band che suona. O al comico di turno, che a Dicembre c'è Neri Marcoré.

Sì. Decisamente, il Fuori Orario mi conquista. Sarà anche per la musica, anni luce lontana dalla mia odiata e ubicua house. Saranno le circa centoventi foto stupide in cui mi diletto con la mia compagna di avventure. Sarà (pure) che ho addosso la maglietta nuova. Ma, comunque sia, il fatto è che stasera devo tendere le orecchie per essere certa che non si parli spagnolo. L'atmosfera di festa è troppo intensa per non contagiare anche la mia euforia. Dejà vù continui di altre feste. Deja vù di altri confini.

E allora va bene. Allora non sarà la Spagna.

Ma i capelli grigi di un uomo alquanto buffo si muovono sul palco a ritmo di un assolo.
“Non mi dire, ti prego, non mi dire che dovevi solo studiare”.

Tutto sommato è ancora bello, ritrovare l'Emilia come l'avevo lasciata.

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mercoledì, 24 giugno 2009

Qué viva San Juan!!

Poi, la cenere ha la meglio. Assume protagonismo a spese della salsedine. Il momento esatto, lo potresti quasi ritagliare.

Il fatto è che, di notte, il mare ha un fascino immutevole. Moltiplica un falò per cento. Dai delle chitarre a mani conosciute. E avrai una festa da esportare. Tutto sommato, devo essere un po' hippie. Magari una hippie raffinata, d'accordo. Ma, in fondo, il Peace and Love si può predicare anche se i capelli ti stanno da Dio. Giusto? Poi tanto è tutto effimero, la sabbia lo sa.

L'appuntamento è alle 22.30. 23, nel linguaggio condiviso dell'integrazione. Quindi, me la prendo comoda. Faccio slalom tra gli abbigliamenti più svariati. Lo spirito della democrazia che fa convivere costumi ed eleganza. Afferro volantini. Fornisco informazioni a età svariate. E, circa due kilometri dopo, mi trovo sotto il palco di Cadena 100. Se non altro, camminare sulla sabbia fa bene.

Curioso come non ci sia nessuno, attorno alle prove dei Pignoise. La gente fa la fila ai chioschi SanMiguel. Io ho il cantante a meno di un metro. Eppure, chiunque se ne frega. Sì, qualche “Guapoooo” c'è sempre. In fondo, la sua essenza di raucedine acuta appartiene al folklore da concerto. Ma sono abbastanza certa che l'autrice l'urlerebbe anche ad un pupazzo. Lì dietro ce n'è uno, per esempio. Conficca nella sabbia la sua monogamba lignea.

“Cavolo, credevo fosse una persona!”

Invece, è una delle cose che bruceranno stasera.

In fondo non dovrebbe sorprendermi, il deserto sotto al palco. Lo spettacolo dovrebbe essere iniziato da un'ora. E invece, quelle luci, non ne voglion sapere di atmosfera. Il microfono non va. Il basso non si amplifica. Attorno all'area mixer il movimento c'è. Solo che sa già di disperazione.

Torno indietro. Altri due kilometri all'incontro multietnico con Rita. Con lei ci sono le sue coinquiline. Gli amici. I volti che litigavano una notte in nome della scelta di un locale. Siamo inglesi, italiani, spagnoli. Dopo nove mesi, l'idea non ha ancora smesso di affascinarmi.

Oggi la città intera si è riversata in spiaggia. Attorno a me, il colore degli asciugamani si alterna a ciò che ha dato nome ai chambao. Accampamenti. Gazebo. Risate. Osservo la trasformazione muta che immancabili bottiglie di Sandevid esercitano sulle espressioni facciali. Che, in fondo, mica è un caso se lo inneggerà pure il dj. Alcol, alcol, alcol, alcol, hemos venido a emborracharnos...tutto un revival del carnevale di Cadiz. Ma in meglio.

Perchè stasera, sulla malagueta, l'ebbrezza è leggera ed allegra. Come l'estate che è appena iniziata. Come gli esami che stanno finendo. In sintesi, come lo spirito di chi vive San Juan.

“Guarda: hanno aspettato noi per cominciare!”
E a mezzanotte in punto, le prime note alzano tutti in piedi. Ce l'hanno fatta. Stendiamo i nostri asciugamani sulla sabbia. Brindisi di rito. E la festa può iniziare davvero.

Le rispetto tutte, le tradizioni di San Juan. Scrivo i miei desideri su un foglietto, senza che nessuno veda. Li getto con fare solenne nel fuoco più alto di tutti. E poi corro in acqua, a lavare via il vecchio e far entrare il nuovo. Beh, in realtà soltanto dai piedi.

Intendiamoci: io mi tufferei sul serio! Fa un caldo esagerato. E il mare, di notte, esercita un fascino immutevole. Mi tufferei, come le tipe grassocce che si schizzano in deliri di euforia. Come l'uomo attempato che non ci pensa due volte a far sfoggio delle proprie nudità. Mi tufferei, sì. Solo che i miei compagni d'avventura si limitano ai piedi. E, se ci si aggiunge che per nulla al mondo lascerei alla sabbia la mia gonna nuova, paso.

In fondo, ci si diverte comunque. Poi, se i desideri si avverano, tornerò in Spagna ogni anno a formularne di nuovi. Questo è chiaro. Nel frattempo, dj Pulpo alterna Zapatillas a Caminando por la Vida di Melendi.

Scambio di occhiate con Rita.

“Ho un sacco di voglia di ballare!”

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sabato, 20 giugno 2009

Cena italiana!!

“Sono una cittadina del mondo! Anzi, no. Non ve l'avevo mai detto, ma in realtà sono un robot. Qui dietro ho i tasti di accensione e spegnimento, nonché una manovella che permette di selezionare le varie funzioni”.

Se vi sembra un dialogo paranormale, non avete colto lo spirito della cena. In realtà, questo altro non è che il modo più plausibile per spiegare la mia presunta assenza d'accenti. Quella che mi imputano anche in terra natale, intendo. D'altronde, se Jhonny è un tamagochi – sei contento? Ti abbiamo portato anche altri ragazzi così puoi fare amicizia – la rivelazione non risulta poi incredibile.

Il fatto è che, se in Italia organizzavo cene spagnole, in Spagna non potevo esimermi da una cena italiana. Con la bandiera appesa in sala sembro quasi patriottica. Ma Tu sei patriottica solo quando mangi pasta. Ed è la sacrosanta verità.

Solo che, se dici agli invitati di portare qualcosa, finisce sempre che l'alcol superi il cibo. Se ho cucinato tutto il giorno, va da sé che è tanto, il cibo.

Quindi, “vaffanculo cerniera!”, e vivo una delle più belle serate degli ultimi tempi. Non che sia stato facile metterla in atto, peraltro. Perchè, parliamoci chiaro, va contro ogni tipo di statistica invitare 15 persone e rischiare di essere in quattro fino a poche ore prima. Che, se hai già sparpagliato venti euro nelle casse di tre supermercati diversi, rischia anche di darti fastidio. Però, si sa: è l'improvvisato a render bella la vita. E se alla fine otto persone ti elogiano per la tua cucina, sono concesse le crisi di identità.

“Io voglio qualcuno che cucina come Ilaria!”

“Io voglio imparare a cucinare così per stupire la gente!”
“Oh, hai guadagnato una marea di punti!”

Insomma, dai. Siamo seri. Io soltanto un anno fa benedicevo chi ha inventato i surgelati. E' straniante constatare come in così poco tempo io sia diventata quella a cui si chiedono ricette. Che se davvero scriverò un libro di cucina, voglio il titolo ad honorem di nuova bree van de camp. Anche se questo dovesse significare che mi troverò mariti psicopatici, avrò un figlio lesbico (!), e una figlia che mi odia. In fondo, mi resteranno pur sempre due cose importanti. Due cose che non mancano, alla cena italiana: amiche, e alcol.

Così, uno spritz, tre bicchieri di Lambrusco e tre rum cola dopo, qualcuno saluta fantomatiche “signore” dal bancone. Qualcun altro fa le prove per la feria e trasforma una torta in dolce semialcolico. Altri ancora ballano davanti a un quadro. Ed io, beh. Io sarò pure un robot, però ho dei sentimenti. Quindi mi affeziono ai palloncini e me li allaccio in testa come fossero un nastrino.

Sfizioso.

E se anche questo vi sembra paranormale, forse non avete capito lo spirito della mia vita. Perchè non è che sono un po' brilla. Beh, non solo, per lo meno. E' che se conducessi un'esistenza ordinaria, il verdurero del Mercadona non si sarebbe preso una cotta per me. Dico, possibile che ci debba provare ogni dannata volta che vado a fare la spesa? Questa mattina è arrivato a proporre di scrivermi il suo numero sulle etichette delle melanzane. Cioè, non ho parole. In compenso ce ne ha troppe una vecchina. Nello specifico, quella che incontro all'ingresso di casa mia.

Mi saluta in: “stavo giusto aspettando qualcuno che mi aiuti!”. E racconta la sua vita mentre trascino a fatica i suoi tre quintali di spesa fino all'ascensore. Della serie, posto sbagliato al momento sbagliato. Ci sono quaranta gradi all'ombra, mannaggia a lei. Se conducessi un'esistenza ordinaria, forse neanche questo accadrebbe mai.

Poi arriva Gary. Son già le due di notte, dovrebbero smetterla di rubarmi il tempo. Arriva Gary, e Grace alza a mò di scettro la bottiglia di coca cola.

“Quieres?”

Deciso, il no.

Poi alza l'altra mano. Rum.
“Quieres?”

Finalmente ho delle foto con l'appartamento al completo. Pertanto “Ciao, signora!”. E Vaffanculo ubriaco, ha in effetti un po' più senso di vaffanculo cerniera. “Visto, sai italiano anche tu!”.

Cena riuscita, senza dubbio alcuno.

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sabato, 28 febbraio 2009

Día de Andalucía

Gli scaffali sono mezzi vuoti, al Mercadona. Bimbi indemoniati corrono tra le gambe, in fuga dalle urla delle rispettive madri. Sui loro volti leggo il ghigno divertito di chi eviterà un ceffone. E allora vorrei tanto mollarglielo io.

“Mi scusi, è libero questo cestino?”

Al Mercadona, i carelli traboccanti mal si adattano alla ristrettezza dei corridoi. Bloccano il passaggio, mentre signore di mezza età si accaniscono con rabbia sopra all'ultima baguette.

“El Jamòn iberico è finito”.
“Le dispiace, già che è lì, passarmi quella confezione di funghi?”

Ho urgenza di caffé, ma comparare i prezzi risulta impossibile. Punterò sul Santa Cristina. E' Hacendado, dovrebbe andar bene. La fila alle casse, dal canto suo, evoca un concerto degli U2.

Entro al Mercadona. Bienvenida all'Inferno. E il mio primo pensiero è che scoppierà una guerra. Poi, mi viene in mente: domani è il Dìa de Andalucìa. Festa Regionale. Bisogna fare scorte in vista del weekend.


La bandiera dell'Andalucìa

Non che ricordarmene fosse poi così difficile, d'altronde. In fondo sono qui per la stessa ragione.

E' che il cervello funziona a rilento, quando hai appena sostenuto un esame. Non uno qualsiasi, tra l'altro. Sì. Perchè è durato tre ore. E le quattordici facciate scritte a mano bastano a catalogarlo come il più massacrante della mia carriera. Il braccio destro ne sa qualcosa.

Ma cominciamo dal principio.

Sono le dieci e mezza, quando suono il campanello sotto casa di Daniela. L'obiettivo è ripetere assieme. L'effettivo le chiacchiere. I Gossip. L'ansia condivisa di viaggiare.

“Sto pensando a Valencia, per las Fallas”
“Se vai io me apunto


Un'immagine de Las Fallas dell'anno scorso


E scopro che Banderas, qui, ha pure un locale. L'atmosfera è rilassata, complice il sole caldo. Fa brillare gli alberi fuori dalle finestre spalancate. Gaia ci raggiunge coi capelli arruffati.

“Dovevo andare a lezione e non sono riuscita a svegliarmi!”

Pochi minuti prima, Sabrina si lamentava di non essere andata a firmare la dichiarazione di uscita. Ha finito l'erasmus, pure lei. E la tristezza è equiparabile ai bandi 2010 sulla casella di posta dell'Università di Parma. Cominciava tutto esattamente un anno fa. Sta finendo un ciclo. In fondo è per questo, che voglio viaggiare.

La primavera anticipata rende il divano più comodo. Una copia dell'Aula Magna è aperta sul mio articolo nel bel mezzo del tavolo. Ho perso il conto di tutta la gente che l'ha letto. Dei complimenti che mi sono stati fatti. Della soddisfazione frivola che ognuno di loro mi regala.

“Io l'ho preso in facoltà perchè volevo leggere del Carnevale”
“Io l'ho preso in facoltà perchè dovevo incartarci i fiori”

E scoppio a ridere di gusto.

“Poi dicono che il giornale cartaceo morirà...è impossibile. Internet mica può incartare i fiori!”

No. Decisamente non sembra che stia per affrontare una prova di tal calibro. Una per cui studio da tanto. Una che ambisco a superare bene. Perchè, parliamoci chiaro: Juan Antonio è il miglior professore che abbia avuto quest'anno. Cioè, è davvero incredibile il modo in cui spiega l'Arte. La passione che ci mette. Le doti retoriche mediante cui t'appassiona anche agli argomenti più noiosi.

Così, penso alle vicende dei Reali di Spagna. A come le assimilavo affascinata nel corso dell'ultima lezione. Voglio dire, ero arrivata persino a chiedermi per quale ragione non ho mai amatola storia!E questo, per chi mi conosce, può essere sintomo di due cose soltanto:

1. Ho una brutta malattia

2. Ho un ottimo insegnante.

Dato che mi sento piena di energia, opto senza dubbio per la seconda opzione. Quindi, no. Non voglio essere bocciata, a Storia dell'Arte. Non voglio perchè mi rendo conto di quanto l'equivalente italiano del corso non sia neanche minimamente degno di paragone.

Eppure, fuori c'è il sole. Sull'autobus numero 20 la radio trasmette Peter Pan. E' tutto ciò che avverto è pace.

“Si sente la tua mancanza, in casa, perchè da quando non viviamo assieme non sento più El Canto del Loco ventiquattro ore al giorno”.

“Che bello, allora lascio il segno!”

E' soltanto quando entro nell'aula 24 che avverto i primi morsi dell'agitazione. Già. Perchè sono gli ultimi istanti. Ripasso sfrenato che da vita ai dubbi senza lasciarti il tempo di snodarli appieno. “E' Miguel de Mañara che commissiona il retablo de Santa Caridad, vero?”. Una ragazza che non ho mai visto cammina nervosamente avanti e indietro. Il tizio col cappellino si improvvisa scimmia in versi gutturali. Salta fuori un certo Torres. Pare giaccia Recostado su una tomba in marmo della Catedral de Màlaga.

“Perchè io non l'ho mai sentito nominare? Perchè?”

Finchè, come al solito, la mia disperata tensione sfocia nel delirio.

“Ma, scusate, non giocava nel Liverpool?”

E spinge, nelle risate, a socializzare con chiunque mi attorni. Uniti nelle disgrazie, come sempre. Poi, arriva Juan Antonio. La prima diapositiva – quando si dice il caso! – è proprio il retablo di Santa Caridad.


Retablo de la Iglesia de Santa Caridad, Sevilla

I voti escono il 19 marzo. Nel frattempo, alle otto di sera, godo nell'aria fresca il mio sollievo.
Ho finito gli esami del primo semestre, in fondo. Si conclude un ciclo: dovrei festeggiare.

E' allora che ricordo il decalogo della felicità pubblicato sul Qué di oggi. Penso addirittura di appenderlo in camera. “Regalarsi qualcosa di tanto in tanto”, esortava. Sagge parole. In effetti ho proprio voglia di un libro di poesie e di un gilet nero.

Sto già pregustando un sabato tranquillo all'insegna degli acquisti. Poi, mi viene in mente: domani è il Dìa de Andalucìa. Negozi chiusi. Perciò non so che ne pensiate  voi ma a me, 'sta festa, sta già rompendo un bel po'.

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mercoledì, 21 gennaio 2009

Ma quanto avevamo bevuto?

Sappiatelo: potrei rischiare la vita, pubblicando questo post. Ma studio Giornalismo. La verità prima di tutto.
E, per amor di documentazione, divento utente attiva su youtube. Scusate, ragazzi. E' che dovevo farlo.

Quanto agli altri lettori, ecco:  se ancora non vi fosse chiaro il clima delirante in cui ho trascorso il Capodanno, a seguire ne avete due prove. A mia discolpa: avevo bevuto.



Devo "Rendere Presente" che è capodanno!


Ecco come si bruciano le calorie del cenone...

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domenica, 04 gennaio 2009

E nel 2009...mandiamo tutti a vagare!

- La Ila viene da Màlaga.
- Davvero? Caspita, complimenti: ma lo sai che parli proprio bene l'italiano?

Lei la chiama gaffe. Io, complimento. Comunque sia, la mia conoscenza di Arianna s'apre con un dialogo dell'assurdo. E già so che sarà il primo di tanti. E' il 31 Dicembre, d'altronde. Nochevieja. L'alcol è una costante almeno quanto la charbonnade attorno al tavolo di Piero. Il tocco d'imprevisto, beh, chiedetelo alla neve.


La charbonnade

A dire il vero sembra strano, definirmi residente all'estero. Insomma, dai: ho appena passato due ore chiusa in camera con Laura. Ci siamo scambiate d'un fiato mesi di novità miste a regali. Il terremoto a Parma. I probabili attacchi di panico della nostra vecchia padrona di casa. Qui, tutto è come sempre. Persino l'abbraccio con Alberto. La follia contagiosa della sua ragazza. Le mie aspettative esagerate a cospetto delle ore a venire. Già. Perchè il 31 Dicembre, purtroppo, ha anche il grosso difetto di essere data del mio compleanno. Ogni volta mi ci sveglio speranzosa. Accendo il cellulare. E covo in un sorriso l'assurda pretesa di sentirmi speciale.


Io, Laura e Alberto

Invece, no. Non succede mai. Ogni dannatissimo trentun dicembre le ore che passano portano via la speranza dentro a un display muto. E' la giornata del veglione, ovvio. Ci sono da preparare lenticchie. Comprare vestiti. Trovare le mutande rosse che avevi ficcato chissà dove. Decisamente, una manciata d'ore troppo intensa per ricordarsi anche dei miei ventiquattr'anni. E allora ecco spiegata la mia testarda decisione di una notte perfetta. E' che non è solo il coronamento di dodici mesi. No. E' il riscatto, per me. La consolazione. La bella copia delle piccole ferite che capisco, perdono, e faccio finta di ignorare.

Va da sé: con un ragionamento del genere, rischio troppo spesso che una ricorrenza mi deluda. Però sono con Laura, quest'anno. Sono con lei come lo ero l'anno scorso. E quello prima. E quello prima ancora. Ho appena inaugurato in un dialogo dell'assurdo la lista di nuove facce che mi circonderanno stasera. E non potrebbe esserci conclusione più appropriata al periodo che più di ogni altro ha allargato le mie reti sociali.


Scene dalla festa

La Nochevieja, stavolta, mi sorprende in una meringata gigante con su scritto “Auguri Ilaria”. Compare dal nulla, assieme a un coro di “Tanti auguri a te”. Soffio l'accendino. “Candeline non ne abbiamo”. Ma non fa niente. Sono troppo emozionata per pensare anche a un desiderio. Il cellulare vibra nella borsa. Auguri in extremis alle 23.40. E, sì: alla fin fine, mi sto sentendo speciale.


Sì, c'è scritto ANCHE "Buon 2009"...ma è molto meno importante! ahahaha

Mi ci sento, anche se il tasso alcolico cresce in contemporanea alle mie uscite iberiche. Beviamo “Sangue di Giuda” subito dopo la Sangrìa. Io dico che siamo macabri. E poi mi stupisco se nessuno capisce. D'altronde, la parola “emorragia” è troppo difficile da pronunciare da ubriaca. Lasciamo perdere le traduzioni, è meglio.

Piuttosto, facciamo ridere tutti in una sola frase.
“Un momento: ho bisogno di vagare”. Da lì, l'indiscutibile tormentone della serata. Ragione di un titolo nell'incomprensione della prima lettera. Che poi, ora che ci penso, non so mica per quale motivo io l'abbia detto. Bah. Mistero della fede, probabilmente. Anzi, no: del Baylis.

Quanto al resto, questo capodanno mi ha portato una notevole mole di consapevolezze nuove.
Che non sono più abituata al freddo, per esempio. Cioè, posso anche reggere a una battaglia di palle di neve urlando per il panico da fuochi d'artificio. Sì. Quello, dopo brindisi e trenino – Feliz 2009!- ci sta anche. Ma il pupazzo del giorno dopo è tutto un congelarsi di mani. Intendiamoci: darebbe anche soddisfazioni, con il suo sopracciglio ammiccante e l'esultanza nelle braccia alzate. Peccato che ho bisogno di un tea caldo.

“Gli occhi metticeli tu, io devo urgentemente passare mezz'ora sotto l'acqua calda”.

Spaventa, il viola delle mie falangi. Ma come accidenti fa, la gente, a vivere in montagna? Mistero anche questo. Solo che il Baylis non c'entra già più.


Ma non è fighissimo, il nostro Leonardo?

L'altra consapevolezza è che persone sconosciute ed estremamente diverse tra loro possono divertirsi un sacco assieme. Dinamiche inspiegabili di relazione umana: alle quattro del mattino ancora si ride fino al mal di pancia. Improbabili sfilate di moda uniscono una stilista professionista ad improvvisati personaggi comici. Si tirano patate invece dei pomodori.


Scene dalla sfilata

Il tempo sembra essersi fermato. Non mi sento una residente all'estero, per niente. Sono soltanto una che continua a svegliarsi senza capire bene in che città si trova. Perde istanti di angoscia ad elencarle tutte. Si colloca in un sospiro. E poi si rende conto che non le importa tanto. Perchè in qualunque di quelle città starebbe bene. Perchè è comunque lei. Perchè è iniziato un nuovo anno, ed è più che mai pronta a scoprire che le riserverà.

Certo, se avessi saputo che beccare il tappo dello spumante in testa porta fortuna, magari non l'avrei schivato...

 

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venerdì, 26 dicembre 2008

Frangette, abbuffate e regali: ovvero, il mio natale in pillole

Capelli lisci o cascata di ricci ribelli. Stature da modella, oppure invidia del mio metro e un tappo. Sì, le ragazze andaluse possono essere magre o grasse. More o bionde. Eppure, nella consueta gamma delle differenze umane, una sola costante le accomuna tutte. Quella costante si chiama frangetta.

Lì, la moda l'impone omologata. Sforzi di piastra o profusioni in lacca, non importa. Basta che la conseguenza sia un'onda perfetta. Che accarezzi morbida la fronte. E si fermi in forcine luccicanti al lato opposto della circonferenza-cranio.

Ecco. La mia spanish puposka ha quella stessa frangetta. Perciò capite: mentre la estraggo dalla confezione, non posso proprio evitare i sorrisi.

A questo punto, suppongo di dover anche spiegare cosa sia una spanish puposka. D'altronde, non si può mica pretendere che tutti i miei lettori siano esperti in marketing cosmetico. Giusto? Giusto.
Quindi è a beneficio loro che la descrivo come una trousse. Ombretti e lucidalabbra sulle gradazioni del marrone. La marca è Pupa. L'estetica, quella di una bambola russa. La particolarità, però, è che veste flamenca. Così si spiega in poche righe il nome.

La uso per truccarmi, la spanish puposka. Il che è un gesto quasi scontato, se s'abbina al vestito in lana. Al giubbotto nuovo che vi infilo sopra. Al samsung color lilla che ho appena infilato nella borsa di sempre. Sono tutti regali di Natale. Sorprese gradite nascoste per giorni sotto un albero assieme a un altro paio di All Star. Accorati “grazie” abbinati ai soldi delle zie. Quelli che impilo con fare capitalista nell'attesa spasmodica di un tour. Duemilanove, biglietti scontati, possibilità di spostamento incrementate...sì, sì, e ancora sì!


La nuova custodia della mia sim yoigo...


...e il vestitino nuovo!

Già. Anche quest'anno, il venticinque è arrivato prima che avessi il tempo di rendermene conto. E, come al solito, mi aspetta un lungo pranzo coi parenti. Un pranzo in cui, per la prima volta, riuscirò a battere qualunque record. Non lascio nulla. Primo, secondo, contorno, dolce...persino la pagnotta d'accompagnamento finisce nello stomaco senza abbondare in briciole. Al solito, la gente si stupisce. E devo dire che ha pure ragione, se ripenso al cenone del giorno prima.


Forse ho il verme solitario, chissà. O magari – più plausibile – fra qualche anno il mio corpo calcolerà di colpo la quantità di calorie ingurgitate. E a settant'anni peserò 200 kili. Beh, chi se ne frega. A settant'anni non dovrò più rimorchiare. Non che sia un obbligo adesso, intendiamoci. Se non altro, non lo è per me. Però si sa che ai pranzi coi parenti c'è sempre qualcuno che ti vorrebbe accasata.

“Se non ti togli un capriccio adesso...”

Ed è curioso che mia nonna utilizzi la stessa frase per parlare di una gonna e riferirsi al moroso che dovrei trovarmi. Mah. Comunque sia, i churros che ho cucinato alla vigilia sono piaciuti a tutti.


Churros con chocolate

Basta questo a rendermi entusiasta. Perchè il venticinque dicembre, un anno in più, se n'è andato. Perchè io che amo il Natale ne ho già nostalgia. E allora non mi resta che approfittare del blog per prolungarlo. Scusate, è che sono esageratamente curiosa: a voi cos'ha regalato?



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mercoledì, 24 dicembre 2008

Capisco quelli di "Carramba che sorpresa!"

Dodici euro e settanta. Ora: a me dispiace parlare di Màlaga esclusivamente riferendomi ai prezzi. A dirla tutta sembro proprio una di quelle zitelle taccagne che non fanno altro che pensare ai soldi. In alternativa, calzerebbe a pennello pure il ruolo di manager spietata. Convocherei i dipendenti il giorno della vigilia. “Mi spiace, la licenzio: bisogna tagliare le spese”. E poi andrei bella tranquilla a farmi un giro in Porsche. Sempre se avessi la patente, è chiaro.

Comunque. Il fatto è che davvero non vorrei sgranare gli occhi sul verdetto del cassiere. Battute in un napoletano incomprensibile. Gente che apre il portafogli senza nemmeno fiatare. Al che mi guardo attorno, smarrita. Al salasso italico, credo non mi ci abituerò mai più.

Dodici euro e settanta. E va bene, era la mia prima pizza come si deve nel giro di più di tre mesi. Ma la componente affettiva, da che mondo e mondo, su di uno scontrino non appare. Sì. Perchè i dodici euro e settanta, qui, corrispondono ad una banale capricciosa sposata con bibita e sorbetto al limone. Quindi capitemi, se non posso fare a meno di pensare che con lo stesso prezzo m'ero abbuffata di pesce sul lungomare di pedregalejo. Sembrerò pure una zitella taccagna, ma questo è un autentico shock.

Lo vivo in una cornice nostalgica. Location: il Giardino, scenario imprescindibile di tutti i compleanni delle medie. Attorno al tavolo, gli amici di sempre. Aldo e i suoi doppi sensi. Ale che – anche se non lo dico – per qualche motivo ha messo su un aspetto da giornalista.


Ale ed Aldo ridono delle foto di Selly

I miei timori erano infondati: non mi trovano cambiata. O almeno non abbastanza da escludermi. Al massimo ricevo complimenti per il taglio di capelli festivo. Gli occhiali nuovi che – a eccezione delle foto – non erano abituati ad osservarmi addosso. Oppure per la gonna che, secondo tutti, mi da un'aria veramente spagnola. Al massimo, questo sì, affermano anche loro che sono dimagrita. Il che, peraltro, è il nuovo motivo di ogni mio complesso. Perciò, siete avvisati: non fatemelo pesare.


Il mio look festivo

Ma è bello sedersi in mezzo a loro. Riprendere i discorsi da dove li avevi lasciati. Ridere di aneddoti che ti sei persa, cercando invano un incipit per il tuo mezzo triliardo di novità straniere. Che in ogni caso è uno sforzo inutile, perchè si sa cosa interessa davvero:

“Il moroso spagnolo?”

Ecco, appunto. Poi dicono che le aspettative non mettono ansia...


- E questo perchè dovrei fotografarlo?
- Perchè è una scultura d'arte moderna.
- Aaaah!

Comunque, i ricongiungimenti erano cominciati molto prima. Non so perchè me ne stupisco: in fondo è al Centro Commerciale che si raduna sempre l'intera città. Difatti. Il pretesto della spesa m'aveva messa di fronte al responsabile del mio tirocinio. Poi, tempo qualche minuto, Alessia confeziona pacchi dono di fianco alla cassa di Limoni. Lei non legge il blog. Resta sconvolta all'idea che studio in Spagna.

“Ora capisco perchè non ti vedo da secoli!”

Ma è soprattutto l'abbraccio con Selena che per poco non mi strappa le lacrime. Stesso negozio, contratto da Pr. Sarà la giacca elegante. O magari i tacchi, non lo so. Però ora sembra una donna matura. Ora ha un auto, un lavoro, una vita indipendente. E di botto mi passano davanti le sue ansie pre-esame. I discorsi su di un treno quando eravamo entrambe mezze innamorate. Forse più dell'idea dell'amore che di qualcuno in concreto. Mi passano davanti le tisane al Bar Corso e i panini al prosciutto regalati ad un gatto all'Università di Trieste.

Poi mi dice: “Che strano, prima ci vedevamo così spesso...!”. Lo associo alla notizia appena assimilata di Elisa che convive a Roma col moroso. E davvero non so perchè io sia così emotiva.

Forse vivere all'estero è anche questo: tornare, scoprire, osservare le cose da fuori. E, proprio in questo senso, apprezzarle di più. Ora capisco meglio chi partecipa a Carramba che sopresa!

Non divaghiamo, però. Parlavo della serata, e con la serata è giusto continuare. Già, perchè il suo lato migliore è senza dubbio la partita a Taboo. Sarà che sono allenata a farmi capire con dei lunghi giri di parole. Ma 'sto gioco mi piace sempre più. Mi piace anche se Alice – attualmente residente in Germania – usa titoli bizzarri per un film. Anche se per me “bar sulla spiaggia” non può essere altro che un chiringuito.

“Perchè, esiste un nome italiano?”.


Taboo!

Mi piace, anche se mi utilizzano per uno sproposito di definizioni. Servo per far capire Parmigiano. Reporter. Free Lance. Addirittura Capriccio, ma sia ben inteso che era per la pizza.

A mezzanotte circa, il cielo terso s'è trasformato in nebbia fuori da casa di Ale.
“Decidi bene, per Capodanno!”
E mi sono proprio divertita.



Quindi, a questo punto, non mi resta che concludere il post nel modo che tutti si aspettano: Buon Natale. E, con gli auguri, lascio uno dei video più idiotamente divertenti dell'ultimo millennio. Anche se magari bisogna aver visto Cuenta Atràs per piangere dal ridere come ho fatto io...


Frammento da "El Canto del Loco- il film", in uscita il prossimo 2 gennaio.

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categoria: italia, festa, cena, assurdità


domenica, 21 dicembre 2008

Sdoppiatemi, porfa.

Non si può avere tutto. Lo so, è un dato di fatto. Ma se qualcuno inventa una pillola per sdoppiarsi, per favore, avvisatemi.

Il fatto è che un capodanno solo è troppo poco per due inviti. Specie se vorresti accettarli entrambi. Specie se in entrambi i casi – ne sei certa - ti divertiresti da morire. Non ci sono abituata, questo è. Sono quella dei progetti all'ultimo minuto. Treni presi in fretta senza troppo preavviso. “Che si fa, il 31?”, e non ho mai saputo che dire.

Il fatto è che, quando vivi all'estero, poi ci sono amiche che non vedi da una vita. Persone che ti mancano un sacco, e che daresti l'anima per poter riunire. Però, no. Vivono in città diverse. Sai che, per un gioco di forza, a qualcuna di loro dovrai rinunciare. Certo, chi non vedi a capodanno puoi vederlo il giorno dopo. Anzi, meglio il due: un po' di sonno, siamo onesti, ci vuole. Solo che, ammettiamolo: non è la stessa cosa. E allora fa male. Fa male perchè vorresti tutto. Fa male, perchè non vuoi deludere nessuno.


Dove passare il capodanno? A Desenzano...

...o a Parma?

Accidenti! Come se non fosse stato già abbastanza difficile decidere dove fare scalo per il volo di ritorno. Qualsiasi cosa, pur di evitare Milano. Ma se scegli Madrid, sai che farai il possibile per rimanerci un giorno. E le lezioni, intanto, se ne vanno via...

Non si può avere tutto, ed io detesto scegliere: ecco il vero problema.

Parma o Desenzano, quindi? L'amica di sempre o il relativamente nuovo?

Ci penso, e comincia a far male la testa. Sdoppiarmi. Sì, sdoppiarmi è l'unica soluzione.

postato da ilariadot alle ore 15:07 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
categoria: italia, dilemmi, capodanno, festa


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