Italo-Spagnola

Il blog di una che ha sbagliato Nazione
venerdì, 25 settembre 2009

Illuminazioni

 

Illuminare: verbo transitivo, attivo. Dicesi di lampadine, almeno finchè non scoppiano nel botto di un black out. Dicesi del sole che filtra inesorabile su una notte agli sgoccioli al di là delle persiane.
Illuminare è l'atto di rendere chiaro. Ma non servono pulsanti né tantomeno assi terrestri. La sua vera accezione sullo Zingarelli non c'è.

No. Quella la scopri, piuttosto, sulla pelle. La vivi e l'arrossisci nell'inaspettato. Non che sia la prima volta che l'Ufficio Erasmus mi elargisce sorprese.

La telefonata è arrivata ieri.
“Abbiamo il documento, abbiamo i voti”.

E, anche se avrei potuto dormire, qui dentro l'attesa non mi pesa più.
Colpa dell'identificazione. Mannaggia alla solita empatia.
Ci sono valige nere, dietro allo sguardo sperduto di una ragazza mora.
Dall'altra parte del bancone, la donna scandisce parole a ritmo lento. Vaga con le dita su di una cartina. La sommerge di carte e kit di benvenuto che la poveretta ancora ignora in quale modo utilizzare. Al suo fianco, pochi metri più in là, una portoghese si assicura che l'Università di Oporto abbia ricevuto il certificato di uscita. Parla un italiano perfetto, con marcata inflessione emiliana.

“Ti sei trovata bene da noi?”
I miei ricordi di un Giugno caloroso. La leggera nausea sotto la fontana dell'Orto Botanico.
Il venti, all'orizzonte, se ne va. Per una volta, no, non m'importava.

“Ti sei trovata bene da noi?”
La tipa quasi piange. Lo vedo, e lo so. Con un filo di fiato bisbiglia chiaro un “molto”. Poi si tocca i capelli. Si volta. Si svuota. E, pallida, se ne va.

L'Erasmus.
Potrei passarci la vita, tra le sue svariate incarnazioni.
Invece sposto l'attenzione e basta, come se dentro alla mia gonna lunga stessi assistendo ad una recita teatrale.

“L'incontro di benvenuto per gli studenti erasmus è il primo ottobre”

Non so perchè, l'annoto nella mente. Come se fosse il germe delle nuove aspirazioni. L'imput a ricercarmi il mio passato in feste. A chiedere, cercare, accontentarmi di un surrogato nostrano.

Che poi, davanti a me, la fila è lunga. E socializzano tra loro, nei ritmi veloci di un'alzata di spalle.
“Ya has encontrado piso?”
“Pero de dónde eres?”
“Es que el año que viene tendría que terminar la carrera y aprovecho ahora!”
“Yo estoy igual”.

Parole che si mischiano, traducono, confondono. Turbinio di ricordi, di esperienze, sensazioni. Sorrido a fior di labbra, e qualcuno mi vede.

Poi, la solita ragazza richiama i loro sguardi sul suo lieve accento del sud. Mi sta simpatica a pelle, non lo so perché. Sará che sorride molto. Sará che rassicura.

“Capite l'italiano?”
“Poco”
“Caspita, é che io con lo spagnolo vado male...”

Non ho bisogno d'altro. In qualche modo, é l'occasione che aspettavo.
“Scusa, io so lo spagnolo, se ti serve una mano.”

Lei si illumina.
“Ilaria!”, m'indica convinta, con l'aria di chi ha appena avuto una miracolosa apparizione.

“Ebbene sí!”
“Ti ho beccata!”

E per un attimo mi tornano in mente concetti contrastanti. Una canzone di Renga, la tizia che mi rideva in faccia, il primo colloquio telefonico con la mia adorata Maricarmen González. Un attimo, appunto. Giusto per scivolare un po' dalla lastra di ghiaccio su cui mi mantengo, a stento, in equilibrio.

Poi, “spiega loro che cos'é il libretto studentesco. “; “spiegagli come ci si iscrive agli esami”.
E nel giro di poco sono interprete orgogliosa. Il cuore che batte forte nella velocitá meccanica con cui, quasi dall'esterno, mi sento parlare. E gli occhi che si moltiplicano attorno a me, esternandosi in domande, dubbi, confidenze di un appoggio straniero. Chissá, magari é questa, la mia attesa missione. Sono cosí felice che se me ne ripeto il motivo in testa mi definirei pure un po' scema.

E' che davvero, c'é qualcosa di anormale, nel gusto che mi da poter esprmermi in spagnolo.
Peró, “Scusa, ti serviva qualcosa di veloce? Perché se no é assurdo che ti faccia aspettare...”
Allora direi che no, che aspetto volentieri. Anzi, c'é mica modo di farsi assumere qui?

Ma la risposta razionale, al solito, mi frega.
“Devo ritirare la copia del transcript of records”.
“Che universitá?”
“Málaga.”

Questa volta é l'altra a servirmi. Lascia provvisoria le graffette che legavano un certificato di arrivo dell' Universidad de Cádiz. Seguo concentrata le sue mani, mentre scavano in una pila di carta. Sfilano tra lingue diverse. Dietro a timbri svariati in inchiostro blu. Disegni contorti. Solenni. Anonimi. Grassetto reverenziale o corsivo infantile. Si tuffano in mondi trascorsi e chiusi con dolore, finché, dal fondo, un famigliare volatile mi urla di allegria.


“Eccolo!”
“Perfetto, hai dato cinque esami...”
“Esatto.”
“Ti faccio una copia.”

E, mentre lei armeggia il verso giusto, una sagoma maschile si allunga arrogante ad osservare intestazioni. Con la coda dell'occhio, lo noto scivolare verso il tessuto blu dell'altra sedia. E' allora che mi chiama, parlandomi spagnolo certo di non sbagliare. Parlandomi spagnolo con un accento che conosco bene. Sí: indiscutibilmente é suo, il documento dell'universidad de Cádiz.


 

“Siéntate, si quieres!”
Cosí mi volto, e il mio mondo ha uno shock.
Voglio dire: tu esisti? Ci sei davvero, o sei un prodotto della mia immaginazione? Tu...chi sei,tu?

Illuminare ha anche un'accezione riflessiva.
E la sua é una bellezza pulita, che parla di sabbia bianca e mare cristallino. Sorride su lineamenti mediterranei, per cui di colpo vado in confusione.

“Sí. No. Grazie. E' che ci metto poco. La fotocopia. Poi vado. Grazie comunque. Ma intanto mi siedo. O..”

Farfuglio in un misto di italiano, spagnolo, e quello che ha tutta l'aria di essere cirillico. Poi, la tizia mi porge il mio agognato foglio.

“Ciao.”
“Eh. Ciao.”


Illuminare. Come la scintilla che precipita nel panico i passanti distratti di Via Mazzini. Rumore sordo nella curva di un filobus.

E penso che son tutte balle, quelle della pubblicitá. Altro che kinder cereali. Altro che Gocciole. Per partire alla grande, basterebbe incontrare un bel ragazzo tutte le mattine. Chissá perché, oggi pure al telefono sono infinitamente piú gentile.

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giovedì, 17 settembre 2009

Once upon a time...

E' come un flash. A volte rivedo la strada che dal Mercadona portava a casa mia. Ripenso alla scontatezza dei miei gesti, quando ad appesantirmi erano borse della spesa. Scorgo le sue vetrine, come allora, con la coda dell'occhio. I saldi di Veneno Modas, la serranda mezza abbassata dei cinesi, la sfrontatezza vagamente megalomane dell'insegna di Lola Gonzàlez. In quei momenti mi sembra ancora di sentirle, le risate delle donne fuori dal fruttivendolo. La frenata dell'uno mi trapassa famigliare ma attenuata i timpani, come se davvero mi trovassi lì.

Non so perchè, di tutto quello che ho vissuto, sia proprio quella scena a tornarmi più spesso in mente. Forse il mio subconscio sintetizza l'erasmus nell'amore per la cucina. D'altronde ne è il segno più tangibile. La prova concreta che c'è stato davvero. Non svanirà come le meches una volta che crescono i capelli. Non scolorirà come il mio armadio quando lentamente mi ri-omologherò al nero. Rimane lì, riassunto nella dimestichezza con cui affetto mezzo spicchio d'aglio sul tagliere.
E il supermercato, allora, non poteva mancare.

Diciassette settembre. Un anno fa, le lacrime celate di Daniela accompagnavano il decollo sul sedile vicino. Neanche rispondessimo ad un tacito accordo, cominciavamo a raccontarci tutte le nostre storie. Come a marcare il taglio netto col passato. Come la sceneggiatura di un film.

Un anno fa un taxista sudato mi faceva scoprire Màlaga in un quartiere che sembrava mostruosamente lontano. E mi sembra un'altra epoca, oggi che sono qui. Oggi che ho un altro ventotto sul libretto. Oggi che è giorno di reincontri. Ciolfo, Ale, Mario. Oggi che, soprattutto, ho chiamato l'Hard Rock Café.

E qui urge una premessa.
Perchè, davvero, io invidio chi sa godere la musica senza dover invischiarcisi fin dentro le viscere. Che poi “don't put your life in the hands of a rock'n'roll band, who gonna throw it all away”. Giù di lì.

Ma forse ho manie di grandezza. O forse è che, quando ti senti sola, aiuta l'abbraccio della gente che ti ammira. Gente che sta lì, pronta a darti conforto ogni volta che lo richiedi. Gente che non conosceresti se non fosse per una comune passione.

Forse è che ai concerti tutto ti viene sempre restituito.

No. Io non so guardare, devo esserci. Perciò mi prendo pure i mal di testa riuscendo comunque a non pentirmene poi. Credo sia la mia vita. Non lo so, qualcosa a forma di nota in fondo al mio DNA.

Ecco perchè quel messaggio non poteva passarmi inosservato. Annunciato un tour europeo. E' Agosto, il gruppo manco serve che lo dica. So che tra le date ci sarebbe stata Roma. Hard Rock Café. Saletta piccola e bacetti (perugina). Perfetto come il cioccolato liquido a pioggia sopra un mare di fragole. Il mio sogno. Un sogno che diventa realtà.

Allora mi mobilito. Normale, sono a capo di un fanclub. Spetta a me diffondere la notizia. Parlare di regali. Ostelli. Cartelloni. Eppure faccio di più. Vado oltre ai limiti di un semplice raduno.

L'idea mi viene in bagno. Contatto giornalisti. Rimedio un'intervista per Top Girl. Ma, soprattutto, contatto lei. Mi aveva aiutata per la tesi, non credevo che l'avrebbe fatto ancora. Invece mi ritocca il comunicato stampa – mani d'esperta dopo anni al servizio dei Grandi. Senza chiedere nulla mi mette a disposizione la sua agenda. Un solo cenno e avrei avuto spazio sui maggiori media. Avrei dato visibilità all'evento. Avrei portato il mio gruppo da me.

Anche meglio di ciò che avevo sperato.
Perchè tutto vada in moto, però, c'è bisogno di un dettaglio. Ultimo, insignificante, fondamentale. Perchè tutto vada in moto, ci serve la data.

Così, la giornalista di TopGirl telefona all'Hard Rock Café.
Non hanno idea di chi sia El Canto del Loco. Nessun concerto sul loro calendario. Strano.

Comunque è ancora presto, non vedo perchè ci dovremmo allarmare.
Avremo informazioni, ci è stato promesso. In piena estate, in Spagna, non lavora nessuno. E i giorni di studio m'inghiottono in un buco temporale.

Settembre, tu mi hai lasciato con un messaggio.
(Che in fondo cerco un po' le stesse cose).

Così, la settimana scorsa, esprimo il mio dilemma a Sony. Departamento Internacional, siamo in contatto per questioni del fanclub.

“Le date si stanno concordando in questi giorni”. Nessuna menzione a annullamenti, sono solo congetture quelle che dilagano sul forum.

Come se non bastasse, Michela fa ingrassare il mio ottimismo. E' passata all'Hard Rock, vive lì vicino. Adesso lo sanno, chi è El Canto del Loco. Adesso – udite, udite!- hanno persino una data. E va bene, sì, è da confermare. Ma è una data, accidenti. E' un contorno marcato alle mie fasi rem.

Altra botta di illusione pura. Ilusiòn, intendo dire. Positivamente alla spagnola.
Si torna a organizzare, decidere, parlare. Si torna a proiettarci lì, tra le mille indicazioni su come arrivare a Via Veneto.

E' a questo punto che decido di chiamare il locale. Sì, insomma, si tratta di proporgli una collaborazione Gratis. Voglio che quel posto esploda di gente. Che non sia una prova, ma un inizio. Che, quando sono giù, la foto del trionfo italiano ricordi sempre a tutti che so fare grandi cose.

Please, hold on, recita il centralino prima di un accento romano. Di fondo c'è frastuono.
“Hard Rock Café Roma, in che cosa posso esserle utile?”.
Per sovrastare le chiacchiere, la tizia deve urlare.

“Vorrei parlare con la persona che si occupa del marketing, se è possibile...”
“Per quale motivo?”

E allora ascolto la mia voce: sicura, cristallina, professionale. La stessa voce che avevo questa mattina all'esame. Una voce ingannevole, se verità è l'immagine che io stessa ho di me.

“Mi scusi, ma lei per quale casa discografica lavora?”, chiede infatti la mia interlocutrice.

Ed è difficile trattenersi dal ridere. Magari, chissà, in un futuro non ci saranno lunghe frasi tra il punto di domanda e la parola sony. O Warner. O qualunque altra cosa sarà.

Solo che la risata dura poco.
“Per quest'anno non è previsto nessun concerto”.

E tutto crolla giù, facendo un gran casino. Come se i miei sogni fossero un vaso di vetro, che sparpaglia i suoi pezzetti per la stanza. E pulisci, pulisci, ma continui a trovare pezzetti nei posti più remoti. Anche quando è passato del tempo. Anche quando te ne sei dimenticata.

Per questo non dovrei invischiarmici fin dentro le viscere. Perchè 'sto mondo è un autentico casino.
Perchè è un po' come andare in altalena.

Però riaggancio. E, tempo due secondi, ho già raggiunto la conclusione che sia tutto un segno del destino. Qualcosa mi sta dicendo che i soldi messi da parte per Roma li devo investire in Barcellona. Che poi, avendo vitto e alloggio gratis, mi costerebbe pure molto meno.

Così sorrido allegra sulla strada per il supermercato. Mi beo del fatto che sono stata scambiata per una discografica, e penso che allora dovrei comprarmi un Blackberry.

Il bello di amare qualcosa così tanto; il bello di amarlo così incondizionatamente, è che anche i piccoli dispiaceri si attenuano nel quadro generale. Forse per questo mi ci devo invischiare.

Un anno fa partivo per l'ignoto. Tra poco più di un mese parto per Madrid.

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domenica, 16 agosto 2009

Con occhi altrui (ovvero: le meraviglie di skype)

E' quando studi fuori casa che apprezzi davvero le potenzialità di certe invenzioni. Una su tutte: Skype. Così, il mio post-erasmus s'illumina d'immenso nella coincidenza di una mail.

“Sentiamoci, ORA!”
E l'ansia di novità tronca sul nascere il sordo tuut tuut di un disegnino.

Risentire la voce di Grace è un po' come rivivere Màlaga. La ascolto raccontarmi di aerei quasi persi, e ci rivedo mangiare in risate tutte le parole che ci scambiavamo. Da una finestra all'altra, così come adesso lei cerca gli scoop. Oppure sulla soglia di una stanza, in una pausa pigra dai miei libri.

Mi parla del suo mese francese. Esprime lo stupore di locali chiusi troppo presto. Mi proietta nell'atmosfera della Feria. “Non hai visto gli Estopa?”. In una heineken gelata, tutto il calore che c'è.


Un'immagine della Feria de Màlaga che in questi giorni anima di festa (tanto per cambiare) le vie della città.

Passiamo un'ora e mezza ad aggiornarci le vite tra scariche.
“Che cos'è? Sembrava un camion!”
Invece, solo interferenze che mi lasciano più sorda. Come se non bastasse la mia collocazione “lato casse” alle prime file dei concerti cui vado. In effetti, dovrei cominciare a investire in apparecchi acustici del prossimo futuro.

Io mi appiccico al ventilatore di una stanza. Lei, al servizio tardìo di un internet café. Siamo di lingue diverse, nazionalità esageratamente lontane. Eppure, condividiamo uno stesso passato. E, per un momento, sembra d'essere lì.

Sì. Decisamente, è quando studi fuori casa che apprezzi sul serio le potenzialità di skype. Anche se, più del contesto, è come mi descrive a lasciarmi incredula.

“Peccato che non sei qui, perchè per quell'incarico ci sarebbe bisogno di una persona divertente, estroversa, che ama divertirsi e fa amicizia facilmente con tutti...non conosco nessuno che corrisponda al profilo meglio di te.”

Quindi, lo shock. Voglio dire, IO? Io sarei la più adatta a guidare un ragazzo sconosciuto per le vie della movida di Màlaga? Io faccio amicizia facilmente? Io sono...ESTOVERSA?!

Per un attimo, mi torna in mente Francesca. Treno per Bologna, sembra un secolo fa. Si era divertita, quel giorno, a farmi da Personal Shopper. Quanto a quella gonna, rimane uno dei miei acquisti migliori. Grazie, modaiola.

Comunque. Il punto è che Francesca, quel giorno, diceva che ero molto coraggiosa ad abbandonare tutto per una città nuova. Che, in un certo modo, mi invidiava.

“Ma non avrai problemi a fare amicizie...tu sei sempre così travolgente ed estroversa che leghi sempre con tutti.”

Anche allora ero rimasta schockata. Per questo mi ricordo di quel dialogo, anche se il meglio di Parma doveva ancora venire. Me ne ricordo perchè io non mi sono mai vista così. Sin da quando ero una tredicenne brufolosa mi sono abituata a descrivermi come estremamente timida. Sin da quando ne ho compiuti quindici, le mie amicizie sono sempre state molto selettive. Io mi vedo difficile. Apparentemente fredda. Piuttosto diffidente alle prime strette di mano. Io, in una parola, non mi vedo adatta ai rapporti sociali. Per niente.

Eppure, a quanto pare ho una visione distorta. O forse ero così in passato. Forse dovrei adattare le mie descrizioni ai progressivi cambiamenti del mio modo di pensare. Oppure, forse, dipende solamente dal luogo.

In Spagna, come a Parma, io mi sentivo bene. E adesso, nelle parole di Grace, capisco finalmente perchè all'estero rimorchiavo di più. Non è l'estero. Non è nemmeno la Spagna in sé. Sono io. E' la mia felicità che entra in armonia coi luoghi. E se davvero mi fa sembrare estroversa; se davvero fa credere che io leghi con tutti...beh, voglio cercarla il più possibile. Trovarla, stringerla e afferrarla ovunque e con chiunque io sia.

Le potenzialità di Skype, come poi quelle di ogni conversazione, includono il vederti con lo sguardo altrui. Il che tende a sorprendere in stile pirandelliano. Che poi, certo, Grace mi dice anche che sono una pettegola, che mangio troppo, e tendo all'alcolismo.

“E' la conseguenza di entrare in confidenza, cara mia!”

Però lo fa con il sorriso. E' pure vero. Quindi, sono solo dettagli. Io messaggio con Laura i miei più imminenti progetti, e il post-erasmus s'illumina d'immenso nelle potenzialità di skype.

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giovedì, 09 luglio 2009

Come una specie di enorme Jet Lag

Stavo passando in rassegna i luoghi in cui sono invitata. Posti favolosi che, oltre all' alloggio gratis, mi garantirebbero interpreti e guide. C'é Cartagena de Indias, per esempio: nei caraibi Colombiani. Oppure il Guatemala e la riviera Maya. E poi, un po' piú vicino, Parigi. La Croazia. Forse Graz. In Spagna ho posti fissi a Málaga, piuttosto ovvio. Ma pure a Barcellona. In Galicia. Anche in pieno capoluogo dell'Extremadura. Qui in Italia ho letti che mi aspettano in quel di Roma. Di Ragusa. Della Calabria.


Cartagena de Indias, Colombia


Guatemala

Fossi miliardaria, non avrei nessun dubbio sui piani a venire. Invece c'é l'esame della Cavalli. L'idea di Trenitalia che da il voltastomaco. E tutte le cose che sembravano importanti che ora perdono senso e convinzione. Mi sbagliavo: non ho conti in sospeso. Non ne ho piú.

Ebbene sí, sono qui. Sono tornata. Farlo dopo nove mesi é come essere vittime di un enorme Jet Lag. Dormo nel letto di sempre, e mi sembra di non essere partita. Il passato é come un sogno, troppo lungo e troppo bello da dimenticare.

Stavo passando in rassegna i luoghi in cui sono invitata. E ho pensato che l'Erasmus, forse, serve a questo: a intrecciare reti di amicizia in tutto il mondo. A sentirsi padroni della Terra, per non avere dubbi all'ora di partire.

Sono tornata. E il groviglio di avventure in cui l'ho fatto mi ha attutito il botto contro la realtá. Ho passato due giorni a chiedermi dov'ero. Fissavo un ristorante di Treviso domandandomi se fossi ancora a Girona. O a Granada. O chissá dove. Ne ho passati altri a sentirmi intontita dalle novitá. A crogiolarmi nell'affetto di chi poi non é lontano. Peró adesso...

...adesso, di botto, non so che fare. Mi addormento alla sera pensando ai piani per il giorno dopo. Poi c'é il temporale, e non posso neanche prendere il sole. Mi sveglio ripetendomi di chiamare Francesca. Di guardare il sito dell'Informagiovani per trovare appartamento a Parma. Ma é come se non mi volessi rassegnare. Se credessi ancora che la lontananza dalla Spagna sia una condizione trasnsitoria. Non reale. Da Jet Lag. Non posso dirmi depressa: non lo sono.

Peró non so definirmi, né tantomeno scrivermi. Non sono depressa, peró frastornata sí.



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giovedì, 02 luglio 2009

Greatings from Granada

 [NB: a causa di problemi di linea, le foto a corredo del post saranno inserite in un secondo momento. Ci scusiamo per l'inconveniente.]

Il caldo è insopportabile. La connessione, pure. Di più: dopo essere stata al computer sino all'una di notte nello strenuo tentativo di inviare una mail, ora mi hanno proprio tolto la corrente. Fantastico. Forse sono questioni di risparmio energetico, chessò. D'altronde, é l'ora della siesta. Peró, alla faccia del wifi! Cioé, se uno vuole caricare il cellulare che fa?

Bah. Spain is different. Non è dato sapere.

Comunque, non sono più io se non accetto sfide. Testarda, così dice di me il segno zodiacale.
Quindi questo post lo scrivo. E stasera l'esimia connessione dell'hostal Doña Lupe dovrá pur lasciarmelo pubblicare. In fondo, stanno facendo di tutto per farmi sentire vip.

Sì. Perchè il punto è che devo avere uno sguardo davvero compassionevole, se ho conquistato una singola per lo stesso prezzo di un dormitorio collettivo. David's old room, c'è scritto sulle mie chiavi. E ora io vorrei sapere chi accidenti fosse 'sto David. Cioè, David quello di Golia? David la statua di Michelangelo? David del Canto del Loco? In ogni caso è uno importante, cavolo. Ergo, mi vorrei bullare.

Non che la stanza sia particolarmente grande, intendiamoci. Anzi, diciamo pure che ho notevoli problemi di incastro tra me e le mie due valige. Cosa che mi è peraltro appena costata un livido sotto al seno sinistro. Colpa della pressione della sedia sul ferretto del reggiseno mentre cercavo di raggiungere lo spazzolino. Capita. Ecco a cosa servirebbe avere una quarta: fa l'effetto airbag e ti evita infortuni. A 'sto punto dovrebbero regalare un'assicurazione sulla vita alle piatte, però. Sennò è discriminazione bella e buona!

Comunque, dicevo. Al di là di questo, nella David's Room c'è il il letto matrimoniale. Il bagno privato. E tutta la tranquillità di un patio andaluso che mi saluta bianca da fuori. Quindi, sì, direi che può bastare. Ecco perchè mi sento una vip.

Che oltrettutto la piscina è deserta. La città, ai miei piedi, mi porge i suoi tetti mentre nuoto. E penso “questa è vita, signori”. Onestamente, dopo tutto 'sto stress da valige, me la meritavo pure.

E' che il turismo individuale ha efetti inconfutabili. Uno su tutti, non poter condividere impressioni su quello che vedi. Quanto alle foto sceme, in qualche modo si rimedia. Però ha anche i suoi pregi. Ad esempio, ti puoi costruire giornate a tua misura. Provare a dormire fino a mezzogiorno. Sentirti una donna in carriera mentre pranzi al ristorante all'angolo. Va beeene, poi magari non ti accorgi che la bottiglietta d'acqua si apre strappando una parte del tappo; passi circa mezz'ora a cercare di svitarlo; le dai continui colpetti sul tavolo, e un uomo in carriera – autentico- ti osserva trattenendo a stento le risate...quelli, però, sono incidenti del mestiere. D'altra parte, cose del genere capiterebbero anche a Becky Bloomwood. E ho imparato da lei a conservare lo stile. Sarà per questo che, in un altro ristorante, un cameriere ci prova.

Per lo stile, dico. Non perchè gli piacciano i film comici. Forse. Oh, che diamine! Non so.
Nel frattempo, la corrente sembra essere tornata. No, come non detto. Era illusione.

Mi ha affascinata sin dal primissimo momento, Granada. E le prime impressioni contano, se ti colgono dopo che, nell'ordine:

1. hai aspettato per mezz'ora un autobus quando l'ombra sembrava un miraggio. Ormai la Madonna mi fa visite frequenti, credo che diventerò mistica. Se non mi sentissi troppo idiota, ve ne illustrerei il perchè fotografando il termometro. Quaranta gradi. Il tempo ha la febbre. Che poi è anche l'alibi alla mia scrittura strana. Perciò scusate.

2. Salendo sul suddetto autobus, il manico della valigia più grande ti provoca dolori incontenibili meglio non dire dove. Il che, se devi immediatamente parlare con l'autista, non è il massimo.

3. Ti accalchi in mezzo ad una quantità indicibile di persone, con i soliti problemi dovuti all'ubicazione del tuo equipaggiamento.

4. Una gentile signora ti cade letteralmente addosso assieme alla sua tonnellata netta di bracciali e catenine. Le quali si conficcano, con sue incommensurabili scuse, su di ogni centimetro del braccio.Ma porcaaa!

E non basta. Perchè poi si da il caso che di bus ne debba prendere un altro. E allora chiedi informazioni: “dov'è la fermata?”. Il tizio, comodamente spaparazzato su di una panchina all'ombra, ti spedisce dritta in fondo alla via. Non una via qualunque, intendiamoci. La GRAN VIA. Che, per chi non conosce Granada, copre le dimensioni di all'ircinca un kilometro. Quindi niente, ti armi di Pazienza e vai. Peccato che, a destinazione, invece del trionfo di un traguardo, trovi l'amara sorpresa di una scritta. “Fermata temporaneamente soppressa”, recita. E scopri sbraitando che la più vicina è esattamente dov'era il tizio comodamente spaparazzato.

Inoltre, il carattere storico della città fa sì che i marciapiedi – nei rari casi in cui esistano – siano petrosi, stretti, ed irregolari. Leggesi: avversario perfetto di due valige ingombranti. Specie se hai deciso di prendere un ostello di fronte all'alhambra, e la strada è giocoforza in salita.

Insomma, capirete che, se dopo tutto questo riesco ancora a dire che Granada è bellissima, vuol dire che sul serio lo è. Infatti lo confermo ore dopo, incantandomi in scorci da quadro sulla via delle opere che ho studiato. A dire il vero, già il fatto che mezzo programma di storia dell'arte spagnola avesse come location Granada, avrebbe dovuto insospettirmi.

E' che questa città ha tutto. Monumenti. Verde. Negozi che il peso perfetto da check in mi impedisce anche solo di adocchiare. Ha un pure un centro a misura d'uomo, un sacco di persone gentili e un'autista figo sul minibus del rientro. Davvero, credo senza esagerare che sia una delle città migliori che ho visitato sino ad ora. E non parlo solo dell'Andalucìa, ma della Spagna intera.

Ecco, forse l'unica pecca è che tutto costa un sacco. Mi aveva avvisata, Daniela. “Non è come Màlaga”. E, se ti chiedono un euro e sessanta per una bottiglietta di acqua naturale, è piuttosto evidente che no. Credo dipenda dall'alta percentuale di turisti presente. Maggiore che nella capitale della Costa del Sol, e quasi esclusivamente anglofona. Tra l'altro è bellissimo studiare le facce degli inglesi quando provano per la prima volta il Pulpo a la Gallega. Estasi pura, non scherzo.

Comunque, alle bastonate sui viveri ho scoperto come rimediare. Beh, almeno parzialmente. Il fatto è che se vai alle macchinette della receptions alle due di notte, rischi di ottenerne piacevoli sorprese. La prima non funziona, per esempio. Così, oltre a tornarti l'euro che avevi inserito, te ne sputa un altro, non tuo. Allora usi quest'ultimo in una seconda macchinetta. E lei, in cambio, non ne finisce più di sputarti bottiglie. Morale: quattro litri d'acqua gratis nel giro di soli due secondi. Va bene, la borsetta pesa un po', però ammetterete che è un buon modo per concludere la giornata.

Per concludere il post, invece, devo rendere giustizia a quest'ostello. Perchè, dai, il wifi traballa. Ma è anche lui tra gli ostelli migliori in cui sia mai stata. Il personale è disponibilissimo. La privacy è garantita. Ed, oltre alla pulizia impeccabile, la zona è perfetta.

Tipo, ora posso aprire la porta e andare a farmi un giro per il Generalife. Così, come se fosse il giardino di casa. Poi posso proseguire, e nel giro di dieci minuti cenare sotto alla Catedral.

Questa è vita, signori! Solo, dite alle zingare andaluse che la smettano di stressare la gente con 'sti benedetti ramoscelli porta fortuna. Non se ne può veramente più!

Domani Roses, e vedremo se la Catalunya compete. Da lì non ci sentiamo, però. Ho il mio bagaglio di sogni già pronto, ed ore arretrate in cui dormire. Lì non sarò turista solitaria. C'è da far casino. Quindi, insomma, mi leggerete dall'Italia. Lo farete quando sarò troppo frastornata per riuscire ancora a realizzare appieno.

Nel frattempo, Greatrings from Granada.

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martedì, 30 giugno 2009

Scusate se mi ripeto

 Cancello nella croce di un rossetto l'ultima voce nella lista. Sono finite anche le cose da fare.


Domani Granada. Ulteriori parole sono inutili. D'altronde, ne aveva sin troppe l'impiegato delle poste, stamattina. “Santa Madonna”, commentava filo-italico davanti ai gossip della sua collega incinta. Ho spedito il terzo pacco, e lui fa presto a parlare. Metterei una croce anche sui soldi spesi. L'aria condizionata, peró, la porterei via.


“Cuánto vale el autobús?”, mi chiede una ragazza col violino. “Gracias, hija” risponde una signora quando le suggerisco di prendere l'uno. Si vede che ho la faccia da locale. E, mentre Grace mi chiama da Madrid, tutt'attorno a me sono troppo gentili. L'ho abbracciata, ieri sera. Occhi lucidi di entrambe. E, con lei diretta in Francia, tutto si fa troppo silenzioso.


Mangio i suoi spaghetti. Sono finite anche le cose da fare.


Il guaio é che, se chiudi la valigia, sembra proprio un giorno come gli altri. La gente fa la fila agli sportelli Alsina Graell. Continua la sua vita, persa dentro ai pensieri. E certo non lo sa, quant'é difficile per me andare via.


La posta mi si intasa. Mail di chi, l'altro ieri, non é potuto venire. Diana passa a prendere il modem. Rita, forse per un caffé. E intanto c'é chi dice che sono “un encanto”. Chi m'invita a Parigi. Chi garantisce che ci rivedremo ancora. Sará cosí, in effetti. Non ne ho dubbio alcuno.


Ma se ulteriori parole sono inutili, forse basterá quello che ho scritto in spagnolo.



...A los cotilleos con mi compañera de piso. A las lágrimas de ayer. Al Sandevid. A los botellones. A la resaca del domingo y “os lo pasastéis bien anoche, eh?”. A los piropos del dependiente Mercadona. A los viejos que te acompañan al sitio cuando les pides una información. A infinitos “No pasa nada”. A las siestas de Ana y Patri viendo Sé lo que hicisteis. A mi playa. A San Juan. Al Carnaval de Cádiz y 'siamo venuti a ubriacarci'. A “JO-DER!” y las risas maquillando a mi compañero de piso. A las cenas en casa, que hay que ahorrar. Al tapeo en el Pepo y Pepa. A las quedadas en Calle Larios. A los “bajos” de Marta. A las risas de Naza. A mi diario. A los conciertos. Al autobús para Madrid. A las empanadillas congeladas. Al viento de Tarifa. Al helado de Nerja. A los monólogos. A 2000 y pico fotos tontas. A la gente que he conocido. A las canciones de mi Ipod que por fin suenan en los bares. A los chupitos gratis. A los abrazos de los chinos borrachos. A mis colombianos y sus patacones. A las fiestas. Al festival del Cine. Al Huracán saliendo con Daniel. Al frío de Ronda. A Sevilla que no puede ser. A las perdidas por barcelona. A “hola guapísimas” y las narices verdes.A “tú siempre comes?”. A los truenos de la noche en blanco. A la movida de Fuengirola. Al hijoputa que casi me roba la cartera. A mis colitas años 90. A la adicción a Buenafuente. A Sierra Nevada y “a ti qué coño te importa de Amaia Montero? “. A hablar a diario de cosas que sé. Al parchís del primer día. A la alcazaba que me cuída desde lejos. A España.

A todo esto y a muchísimo más tengo ahora que decirle hasta luego.



Se ulteriori parole sono inutili, basterá pensare a quello che mi resta. Granada, per l'appunto. O il concerto di Roses. Che oggi ho richiamato per conferma, e la signora, tra le interferenze, é riuscita a perplimermi di nuovo.

“Se prendi il bus per la Ciutadella, passi davanti a casa mia”


Sí, ma io devo andare in ostello, mica a casa sua! O no? Bah, mistero della fede.

Se ulteriori parole sono inutili, forse di quest'istante basta un'immagine sola. Il video l'ho girato l'altro ieri. Ore 2 e mezza del mattino. E poi, lo giuro, torneró a scrivere di cose allegre.

 

 

 

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lunedì, 29 giugno 2009

Ciao, Málaga.

La città, oggi, è un luogo tetro. Irreale nel giallo dei lampioni. Passi che rimbombano solenni in mezzo alle serrande chiuse. Non c'è nessun'altro in giro, solo noi. Sembra quasi un film. Forse un thriller. Magari, invece, uno del terrore. D'altronde, solo a me poteva venire in mente di festeggiare il mio addio una domenica sera.

A ben vedere, però, così è anche meglio. L'atmosfera si sposa col mio stato d'animo. Triste. E allora, guarda i rivoli per terra. Non è acqua che pulisce, sono lacrime per me.

“Tiene un cigarro?”, mi danno del lei delle ragazzine che non superano i tredici. Mi sento materna. Dislivello tra frase e età. Sto zitta, però. In plaza Uncibay, un cartellone de El Canto del Loco mi sussurra indiretto il suo Hasta Luego. Alla fermata del bus, Buenafuente sorride formato pubblicità.

Distraiti.

Niente. L'Urbano è chiuso. Non ci sono alternative, d'altronde è domenica sera. Finiamo tutti quanti all'Irish Pub. Tra le molte disdette, sono in mezzo a due emblemi. I primi mesi, con Daniela, Francy, Gaia. Gli Ultimi, con Grace, Jhonny, Patri. Al collo mi penzola una collana fatta dalla mia coinquilina. “Per me una guinness”. Poi, chupitos di cigliegia.

E' una di quelle sere in cui tutto rappresenta qualcosa.

E allora, l'idea. Credevo che il video solo non si vedesse. Avevo già visualizzato montaggi opportuni con Media Maker. Invece, non si sente neppure.

Pazienza. I blog esistono anche per fermare gli attimi. Aspirante giornalista, intervistavo in un questito solo.

Dimmi un ricordo di me.

E allora per qualcuno sono quella che mangia sempre. Per altri la De Filippi ad una festa di compleanno strana. C'è chi mi ricorda come coinquilina. Chi lega il mio nome a un gruppo musicale. Chi sostiene che, se si esce, non la smetto di ballare mai.

Non lo do a vedere, eppure mi commuovo. E' come se il giallo di quei lampioni mi avesse reso vera la realtà. Io sto per partire. Sono i miei ultimi due giorni a Màlaga. Continuo a ripetermi in malinconia. Più di un mese che ci penso. Magari sono monotona, lo so.

Ma continuavo a concepirlo come orizzonte lontano.
Tornare a casa e trovare valige, ecco, quello ha il potere di cambiarmi prospettiva.

E il magone non si attenua, se trovi nello zaino il braccialetto rotto preso da un vù cumprà.

Avevo desiderato quest'Erasmus.
Ora dovrò pensare che altro chiedere al Destino

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domenica, 28 giugno 2009

Costa Pop 2009. E Grazie a Nek per omaggiare il mio blog.

“Ma non doveva essere in stile tranquillo?”

Sono voci sovrapposte dalla seconda fila. Al mio fianco, una coppia di genitori scambia noia negli sguardi. Questo sì, le figlie quattordicenni non li devono vedere. E allora è tenerezza dentro me.

“Evabbè. Mica è colpa mia se è capitato!”

Non è la prima volta che succede. Penso all'amore più grande che esista. Ai sacrifici che si fanno in nome di un solo sorriso. Perchè quando sul palco esce Katy Perry, quelle ragazzine si voltano verso mamma e papà. E la gratitudine che gli illumina gli occhi cancella fatica dalle loro stesse gambe. Penso ai miei. A quanto troppo spesso non ci facciamo caso. Quei genitori adesso sembrano più giovani, persino.

Doveva essere in stile tranquillo, sì. Però la mia anima da groupie sembra in qualche modo spianarmi la strada. Mai stato così facile: entri alle otto e mezza. C'è un buco sotto al palco. Insomma, si sa che le transenne sono sempre il miglior premio!

Solo che da un po' in qua empatizzo con le madri molto più che con le figlie. Ed è allora che mi spavento sul serio. E' allora che l'eco delle frasi di Grace mi ferisce dentro come un gran pugnale. Questo non è il mio posto. Non più. “Non hai l'età”. Poi ci scherzo sopra. Me la godo di più. Eppure mi guardo attorno. Il gioco delle differenze è troppo facile da fare.

Crisi di coscienza. Chiamatele come volete. Le distraggo nelle ironie di una foto. Nel progetto di un pass che un giorno avrò. Nell'interesse per quello che accade dietro. Ma quelle parole restano. Si distorcono in mente. Quelle parole – ammetto – fanno sempre un gran casino.


Andalucìa + alcol. Praticamente, il mio erasmus in una foto

Almeno fino a quando i riflettori si accendono. Tony Aguilar presenta Lucas Masciano. E comincio a saltare. Urlare. Ballare intensamente come non l'ho fatto mai. Attorno a me, gli sguardi sono perplessi. Poi, a poco a poco, cominciano a divertirsi anche quei due genitori.

Sto in seconda fila. Raggiungo la prima. E sento pienamente che è parte di me. Lo è sempre stato. Sin dall'incanto del teatro al mio primo concerto. Ancora lo ricordo, era di Elisa. E cadere per terra nei litigi per un asciugamano. I LunaPop. I palazzetti vuoti nelle prove di Cremonini. Walter che ci fa entrare gratis. Il pranzo di Cesena. Studio di registrazione. I discorsi sui Queen. Le opinioni. Il dopo. I pranzi ed i raduni a Bologna. Santo Stefano, tappa d'obbligo e di peregrinazioni. Ancora: la pioggia – e me ne frego – sui Negrita. Gli accrediti stampa per Biagio Antonacci. La febbre mentre recensisco Nek. Di più. Girare il Veneto per una band emergente. Gli Hotel e inghippi da telenovelas. I tavoli prenotati. I pomodori a terra. Innumerevoli Festivalbar coi bodyguard che mi alzano di peso.

E ora El Canto del Loco. Assenti presenti anche quest'oggi a Màlaga, nelle foto che ripercorrono la storia della radio. Nelle parole di un noto dj. “L'etichetta discografica fondata da un tal Dani Martìn e un tal David Otero”. Io urlo. Me ne frego altamente se sembro cretina. Passa “la madre de Josè” e urlo. Lo faccio con orgoglio, pure.

Sono in seconda fila perchè soltanto qui puoi instaurare un dialogo con chi sta sul palco. Improvviso i miei show. E, come sempre, faccio ridere i batteristi nelle mie imitazioni. Sono in seconda fila perchè non riesco a immaginare la mia vita senza tutto questo. Perchè le persone che ho conosciuto. I momenti più importanti che ho vissuto. Le emozioni. Tutto è in qualche modo legato ad un palco. Alla bellezza di chi ci sta sotto. Sopra. E dietro.

Sono in seconda fila perchè, sì, mi sento Groupie nell'anima. Non importa l'età. Non importa se capisco i genitori. Io non credo che a questo potrò mai rinunciare.

Doveva essere in stile tranquillo, allora. Invece in questo festival, di nuovo, mi sono lasciata distruggere. E coi fischi nelle orecchie, ore cinque e mezza del mattino, ho sentito che ne era valsa la pena.

Ad ogni modo, il Costa Pop è uno di quegli eventi che si merita una cronaca. Anche e soprattutto per ciò che vi accade fuori.

In fondo non è mica colpa mia, se scelgono di eleggermi un po' a guida. Da Barcellona in poi, dovrebbe essere chiaro che non è affidabile. Ad ogni modo, ve la siete cercata. Quindi: detto, fatto. Rassicuro Marta: “Tu non preoccuparti, quando ci vediamo saprò esattamente come arrivare là”. E, quando l'intento di cercare vip in hotel fallisce a causa dell'orario sound-check, “che autobus si prende?”.

Io lo so.

Non è soltanto l'autobus, in realtà. Le cose tendo a prenderle sul serio. Indi, ho anche studiato la cartina. “Sono ventitré minuti. Poi tutto dritto, e la prima a destra.”

Davvero non capisco perchè continuino a insistere con 'sto benedetto Cercanìas. “E' che al concerto del Canto del Loco...”. Il bello è che inneggiano al risparmio. Voglio dire, se il biglietto del bus costa un euro e dieci e quello del treno due, il portafoglio abbraccia la vicinanza della fermata. No? Secondo me non fa una piega.

Eppure non si fidano, le disgraziate. Le conduco dritte dritte al palazzetto. Scendiamo e lo vedo da lontano.

“Visto che avevo ragione? E' quello laggiù”.
“Ma quello non è l'auditorium!”

Come no. Che cavolo, peggio di San Tommaso. C'è scritto dappertutto “Martìn Carpena!”. Mi seguono in silenzio. Arrivano sino alla porta.

“Eccoci qui!”, è il mio grido trionfante.

Tutto sommato non hanno poi fatto così male, a eleggermi a guida. Strano che non ci sia fila, però.

“Ma questo è il Palacio de Deportes Martìn Carpena!”
“Sì, certo che lo è.”
“Però noi dobbiamo andare all'Auditorio Municipal”.

Ehhh?

I neuroni si accavallano.

“Cosa vuol dire che dobbiamo andare all'Auditorio Municipal? Il Martìn Carpena non è l'auditorio municipal?”
“No. Sono due cose distinte”.

E il mondo mi crolla addosso, davanti al Carrefour. “Questo si merita una recensione!”
Se marta già mi odiava per averla fatta passare per psicopata in un post, i 12 euro del taxi mi inchiodano definitivamente alla sua lista nera. Poi non dovrei stupirmi che al ritorno i suoi non mi possano accompagnare...

Però, che diavolo! Mica è colpa mia! Insomma, mi avevano chiesto loro di fare la recensione sul forum. “Scrivi bene”, dicevano. Non potevo certo sapere che l'avrebbe letta il cantante! Cioè, guarda tu. E adesso, beh...adesso....ehhhhm, adesso....

ok, va bene, adesso è colpa mia.

Infatti sarei anche disposta a pagare il trasporto per tutte. Ma se insistono a darmi la loro parte, meglio per le mie finanze, che dire? Tra l'altro, solo sul trasporto ci sarebbe da fare una lunga parentesi.

Il taxista parla da solo. Si asciuga gocce di sudore. Si lamenta. Il che sarebbe anche il minimo, se non guidasse come un pazzo. “Da qui non usciamo vive”. Clacson. Clacson. Clacson. L'incidente lo sfioriamo tre volte. Quello vero, però, lo fanno davanti a noi. Polizia. Deviazione. “O, per lo meno, non arriviamo in tempo”. E non mi resta che ridere isterica, mentre le prostitute sfruttano i sobborghi per la loro personale vetrina. Madre de Dios, dove accidenti siamo?

Il fatto è che dovrei smetterla di leggere libri. Dovrei smetterla di guardare film. Perchè chiudo gli occhi e mi vedo sgozzata nel mezzo di un prato. “Taxista psicopatico uccide tre ragazze sulla via del Costa Pop”. Occhi inumiditi. Salvateeeem...

“Sono 12 euro!”

E ritorniamo lì, alla seconda fila.

Il Costa Pop express è un festival di musicisti emergenti. Chi vince, si guadagna il diritto all'incisione di un disco. E, quest'oggi, tocca assistere alla finale.

Dico “tocca” perchè, per quanto mi piaccia la musica dal vivo; per quanto io abbia l'anima da groupie, due ore di canzoni sconosciute non sei bendisposta a sopportarle, se ti aspetta una lista di vip. E' un po' come le band di spalla: compito spesso necessario, eppure inevitabilmente ingrato.

Tra l'altro, vince pure il gruppo peggiore. Bah.

Meno male che poi gli effetti speciali di Los 40 Principales precipitano un'auto fuori dal palchetto laterale. “Il viaggio nel tempo” ripercorre in foto i 25 anni che la radio esercita in Andalucìa. Poi non si dica che l'ottantaquattro era un anno ordinario. Sarà per questo che l'ascolto sempre, chissà. Legame biologico. Qualcosa. Comunque il pubblico già vomita energia. Pronto a consegnarsi ai Macaco con voce e passione fuori dal comune.

Voce e passione che pian piano sfumeranno. Colpa dell'orologio, nient'altro da dire. Sì, perchè il concerto finirà alle quattro del mattino, ed i Nena Daconte già cantano per sé stessi davanti a facce stremate. Il bello delle transenne, è che ti ci puoi appoggiare.

In realtà, nemmeno le pause tra un artista e l'altro aiutano granchè alla partecipazione. Se ti gasi hai bisogno di un ritmo che ti induca a continuare a farlo, è il principio basico di qualunque show. Invece, i cambi di palco si riempiono solo di pubblicità. L'adrenalina scema. “Agua, por favor”. Stirare le gambe è missione impossibile.

Dico io, potrebbero sfruttare la grinta di Tony Aguilar. Che capisci perchè qualcuno è famoso, solo quando davvero lo vedi in azione. Però, no. Intrattenimento zero. La logica, d'altronde, è quella della trasmissione, si capisce dall'ubicazione del cameraman. E fa sorgere i dubbi. Se il concerto è sempre più amico dei media, fino a che punto i media possono permettersi il protagonismo sul live?

Non so se mi spiego, ma un confine ci dev'essere. La mente va ad un film, però non dico quale. Altrimenti mi chiamano fissata. Però, che caspita, avevano ragione!

Bisogna pensare al pubblico. Quello che paga. Quello, che in questo caso, fa pure beneficienza ad un'associazione. Il pubblico che cerca le transenne. E salta. E regala sorrisi ai propri genitori.

Senza il pubblico non c'è concerto. Senza televisione, sì. Per questo me ne frego, se l'evento passerà su 40 tv. La telecamera, semplicemente, non dovrebbe stare lì. Non dovrebbe permettersi di oscurare i cantanti alla vista di metà del parterre. Grazie a Dio Tony Aguilar è tra i miei amici su facebook. Per lo meno, glielo posso dire.

I media...già, i media. Quelli che uniscono due mondi. E ci fanno sentire chi ammiriamo molto più vicino alla realtà. Io li adoro, i media. Io ci voglio vivere, dei media. Ma dico parimenti che bisogna usarli bene.

Quanto al resto, però, niente da dire. Le performance si alternano in sorprese. Negative, nel caso di Carrasco che delude in playback. Però positive in tutti gli altri casi.

E quando Nek – sì, Nek – sale sul palco, l'affetto della Spagna mi commuove. Non è patriottismo, no. In fondo, ho scordato la bandiera. E' solo che l'emiliano pesa sul suo accento.

“Italia y España, siempre”

Domani c'è la mia festa d'addio. Non può non darmi un brivido, la frase.

Se anche stavolta mi ammalo, però, giuro che organizzo spedizioni punitive a Sassuolo. Eccheccavolo.

Non che sia difficile ammalarmi, peraltro.

L'ultimo bus è scappato a mezzanotte. La lotta per il taxi è un continuo lanciarsi in mezzo alla strada. Passano. Non si fermano. Bestemmie. E il vento freddo della sera pesa indubbiamente sul sudore.

Se non altro, le disgrazie uniscono. Ergo, mi trovo a socializzare. Prima con un gruppo di spagnoli. Vanno al Vialia. “Dividiamo le spese?”. “Magari!”.

Solo che poi s'arrendono all'impazienza.

“Noi andiamo a piedi”.

Cioè, più o meno un'ora di strada per le zone degradate di cui sopra. Piuttosto di unirmi, aspetto la corsa delle sei.

Quindi scorgo la desolazione nel volto di due bionde praticamente uguali. O forse vedo doppio, che ne so. In realtà, sono anche esattamente uguali alla Pr di un locale del centro.

“Di dove siete?”
“Olanda”

Ah, ecco. Esattamente come lei.
Mi sorge il dubbio che le olandesi le fabbrichino con lo stampino.
Comunque, le due sono dirette a Plaza de la Merced. E tra famiglia erasmus – forse è vero – ci si aiuta.

Così, dopo aver discusso di contratti e di partenze, la lucina verde è quasi un'illusione. Chiudo la porta di casa alle cinque e mezza del mattino. Rido di me stessa. Tutto sommato, c'è soprattutto una ragione per cui cerco le transenne. Ed è perchè ogni live è sempre e solo un'avventura.



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sabato, 27 giugno 2009

Le Poste, questo mondo misterioso...

Un phon chiamato Terral. Gocce di sudore animate dal vento. Tutto sommato, basterebbe ricordare che il termometro qui accanto segna punte massime di trentadue gradi. Voglio dire, ed è sin troppo noto che tende a mentire in inferiorità.

Mi aspetto d'incontrare Dante. Accompagnato da Virgilio, forse saprebbe dirmi in che girone mi trovo. Non so se esista quello degli inquieti, ecco il perchè del dubbio.

In ogni caso, il quadro non è dei più propizi a scarrozzarsi un pacco della metà del mio peso. Cioè, esattamente la metà, capite? Solo che è più basso, urgerebbe una dieta. In una parola, impone.

Perciò, ecco: ho sempre odiato approfittare delle persone. Specie se implica cadere nella negazione del Girl Power. Eppure, a volte vanno ammessi i propri limiti. E, quando non vedi via d'uscita, la sopravvivenza è in mani altrui. Odio approfittare, punto e a capo. Però, grazie a Dio, conosco gente favolosa.

Con queste premesse, lo squillo di Danielo è il segnale che aspetto. Spingo con mani e gambe il mio malloppo, temendo nel clack clack dei suoi cordini giallo fashion. Se si rompono, sono fregata. Non credo che regga, solo con lo scotch.

Sono in ascensore. Evvai. Prima tappa conclusa. Ma è ora che viene il peggio. Insomma, c'è una rampa di scale. Per cui il vero problema è: dove accidenti appoggio la borsetta? Ribadisco: dovrebbero mettere in commercio il gonnellino di Eta Beta. Tra l'altro, farebbe pan dant con le meravigliose collane della Grace's Production. E' la mia compañera de piso, dovevo pur riservarmene due! Ad ogni modo non ho mai capito come cavolo si scriva “pan dant”.

Dovrei studiare francese.



O no.



Il fatto è che poi Dani arriva, e con i Negramaro nello stereo dell'auto s'incarica ufficialmente del resto della strada. “Dobbiamo aiutarci, nella famiglia erasmus”. Sarà. Ma mi sento una merda uguale.

In posta si sta bene, però. Aria condizionata a palla, nessun problema con le dimensioni. Sospiro. Peccato io ignori che spedire un pacco equivalga grossomodo a un interrogatorio poliziesco. Con esordio da thriller, peraltro.

“Devi togliere quattro kili, il massimo è venti”

E la voce piatta della bionda trasforma l'espressione in brivido. Come sarebbe a dire TOGLIERE QUATTRO KILI? E dove accidenti dovrei mettere la roba? Ok fare beneficienza, ma l'accappatoio mi servirebbe pure!

Grazie a Dio, la sua collega mora è apparizione.

Guarda che va in Italia. Non ci sono limiti, per l'estero”.
L'ho sempre detto che le more sono migliori.

“Oh, qué susto me habías dado!”

Spavento? A te? E io che dovrei dire, allora? Già mi vedevo a mendicare scatole al supermercato. Oltrettutto dopo aver litigato con il taglierino per togliere in tre giorni tutto 'sto ammasso di scotch! Uhm. In effetti, forse forse ho esagerato.

Ma dicevo dell'interrogatorio. Si articola in formato questionario, e già la prima domanda mette in crisi. Tra parentesi, chi cavolo sta cucinando Pescaìto frito, adesso? Ho appena finito di pranzare e già gli odori mi inducono alla fame golosa. Per piacere, smettetela subito!

Ok. Torniamo al dunque.

La prima domanda è: “contenuto?”. Che di per sé non sarebbe manco così complicata, se lo spazio per rispondere non equivarrebbe a un quadratino di 5 mm per 5 mm. Cioè, spiegatemi: come accidenti pretendete che io riesca a far stare una descrizione decente del contenuto di un pacco di 24 kili nell'equivalente di un quadretto da bloc notes? Dovrei usare un linguaggio in codice conosciuto solo dai postini? Bah. Scrivo “ropa”, e me la cavo.

Solo che poi viene il peggio.

“Quantità?”.

Ma che diavolo ne so!! Non son stata a contare le magliette, Santo cielo! Tanta può andare, come risposta? Il bello è che non ti liberi. No. Vogliono sapere pure il valore approssimativo in euro. Della serie, che te ne frega? Guardo Danielo disperata. Guardo la bionda disperata. “Pon algo”, è il suo grande suggerimento. E fin lì ci arrivo, bella mia, ma l'ho già detto che ho difficoltà coi numeri. Oltrettutto non ho davvero la più pallida idea di quanto possa valere la mia roba. Ad esempio: gli appunti dell'università sono un'ammasso di carta che non arriva ai 2 euro. Ma per me valgono molto di più delle tre paia di jeans e dei maglioni che ci ho pressato attorno. Le scarpe da flamenco? 50 euro. (con mastercard) La gonna da flamenco? 70. Ma il loro valore affettivo raggiunge grossomodo il triplo. “Pon algo”. Sì, ma non è affatto facile.

Alla fine mi stresso. Scrivo una cifra a caso. E consegno non prima di aver ricontrollato quattro volte che l'indirizzo del destinatario sia giusto.

Il bello della posta, però, è che, come nei film, c'è sempre un finale a sorpresa.

Lo mando come pacco economico o pacco prioritario?”
Nessun dubbio.

“Economico!”

“Ma guarda che costa uguale!”

Della serie: e allora perchè me lo chiedi? Ma soprattutto: se costa uguale, perchè accidenti il pacco economico si chiama economico? Sono perplessa. Sborso 87 euro. Me ne frego di come lo mandi. L'importante, francamente, è che mi arrivi.

Apro il portone di casa. Ho poche cose in armadio. Fuori c'è un phon chiamato Terral, però almeno mi sento più leggera. Ora, non mi resta che prepararmi per il Festival Costa Pop, che convoca a Màlaga le grandi stelle della musica nazionale ed internazionale. Tra loro Katy Perry, Nena Daconte, Lucas Masciano, e...

Oh, ma tu sai che faccia hanno i Taxi? Adoro la loro musica ma non so come son fatti!”
“Non ne ho idea. Però credo che siano bianchi con un cartellino appeso al collo con su scritto 'Libero' o 'Occupato' “.

“....”

E ti portano pure dove vuoi! Quel che si suol dire un gruppo utile!”


Forse il caldo mi fa male.




Concludo con il nuovo singolo di Bebe, che si apprezza veramente dopo vari ascolti. E' che torna dopo cinque anni. E' che me fui, pa' volver de nuevo.

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giovedì, 25 giugno 2009

Agua, coca cola, cervezaaaa...

Sto elaborando interessanti teorie sui venditori ambulanti di bibite in spiaggia. Sì, insomma: quegli strani individui che tendono a svegliarti in cantilene ogni volta che ti assopisci sulle note dell'ipod. Davvero, credo che siano pure loro un universo a parte. Se non altro perchè vorrei sapere dove diavolo trovino quei cappelli in paglia. Forse glieli vende Indiana Jones. Vabbé.

Il fatto è che li ammiro. Voglio dire, chi sarebbe disposto a passare la giornata intera sotto i quaranta gradi dell'impietoso sole di Màlaga? Chi ripeterebbe costantemente le stesse parole? Dev'essere davvero uno dei lavori più faticosi del mondo. Mica come fare la modella di mani e piedi per i cataloghi di cosmetica e scarpe! Quella sì, che è stata un'illuminazione! Me l'ha data la Revista 40, in una bella rubrica sui lavori strani. Non sei obbligata ad essere strafiga. Tanto, faccia e corpo non si vedono neppure. I requisiti, per le donne, sono avere un 37. Oppure mani piccole, con le dita magre e le unghie lunghe. Della serie: sono io, capite?! Continuo a leggere, vagamente incuriosita. Pare che per una mattinata di foto, 4 ore soltanto, ti diano la bellezza di 450 euro. Cioè, cavolo, ditemi dove bisogna fare domanda! Io ci vado anche ora e camminando sulla testa. Sulle mani no, ovvio, sennò si rovinano e non mi prendono più.

Comunque. Stavo parlando dei venditori di bibite. Sono quasi certa che, quando tornano a casa, parlano con la stessa cadenza con cui promuovono i loro prodotti. Poi la moglie gli dice che c'è per cena. E loro: “ e da bere? Fanta, coca cola, agua, cerveza, fresquita la cerveza?”. A dire il vero, penso anche che per la maggior parte siano separati.

Tutto questo per insinuare subdolamente nelle vostre coscienze il fatto che sono abbronzata. E ne vado pure immensamente fiera! Specie perchè al centralino Ryan Air mi ha risposto un uomo gentile. Cinque secondi, dati corretti nell'archivio. Ristampa e “buon volo!”. Insomma, tutto sistemato. Ora non mi resta che trovare il modo di portare il pacchetto alla sede del Correos.

Uhm. Una cosa per volta. Mi sa tanto che ci penserò domani. E anche se non c'entra, vi delizio con un video della Noche de San Juan.

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