Italo-Spagnola

Il blog di una che ha sbagliato Nazione
venerdì, 06 novembre 2009

Nebbia

Sguardo distratto.

Fuori dal finestrino, la nebbia si improvvisa cartolina. Sembra essere stata messa lì per i turisti, a incrementare immaginari sulla Pianura Padana. Mi piace pensare che, appena le pupille tornano al mio libro, qualcuno in casco bianco la rimetta via. Già li vedo, frenetici. Operai come formiche intenti a arrotolare uno scenario. Aprono la cassapanca del reale. E, quando tutti dormono, brindano all'impresa.

In effetti ho modi strani di affrontare il mal di testa. Forse è tutto molto meno poetico. Sì. Forse la nebbia serve solo a ricordarmi dove sono.

E allora cerco nella campagna il filo dei discorsi lasciati a metà. Scavo tra i ricordi più recenti del luogo a cui sto tornando. Solo due settimane. Eppure mi spaventa la difficoltà che trovo.

E' come se ogni volta che torno dalla Spagna tutto il resto riuscisse a sembrarmi lontano. Parole, facce, discorsi. Ora sembrano ovattati come se appartenessero a altre ere. Quelli che sembravano problemi sono adesso barzellette di cui ridere. Quello che mi entusiasmava, bambola impolverata che non mi diverte più. E mi guardo attorno confusa, trovando diverso anche il mio sempre uguale. Diverso ma statico, in un certo qual modo. Troppo a lungo ignorato e accettato dai più.

Ogni volta che torno dalla Spagna, le altre mie dimensioni si fanno d'un tratto cupe. Terrificanti emblemi della parola Ieri. E' come essersi abbagliati di luci colorate e doversi di colpo adattare al buio. Gli occhi ce la fanno. Il cuore, forse no.

Ma poi scendi dal treno, inspiri gli odori di sempre. La nebbia, domani, verrà rimontata uguale. E prima che tu te ne accorga, questo sarà il tuo normale. Lo accetterai come sempre. Ti arriverà a piacere.

Sto di nuovo scivolando dentro alla routine.

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martedì, 03 novembre 2009

Madrid, Parte 2: Turismo.

 (Clicca qui per leggere la puntata precedente)

Madrid, Parte 2: Turismo.

Basta girare l'angolo. Un giorno e mezzo prima. Eppure le tende hanno il colore dello shock. Mi avvicino silenziosa, quasi in punta dei piedi. L'orizzonte mi disegna più chiara la figura di Sil, intenta a destreggiarsi tra telefono, turni ed orari. Seduta su di un sacco a pelo a fianco, Mayte mi corre incontro in ansia da presentazione.

“Ma siete GIA' qui?”
“Da Lunedì mattina,cara.”
“E stasera arriva altra gente.”

Uno leggero sconforto osserva l'assurdo litigio per la seconda fila. La seconda, capite? Quattro catalani rivendicano in bandiere la loro immobilità.

“Voi siete in diciotto, e non tutti stanno sempre qua!”

La combriccola del forum risponde con tabelle alla mano. Non è colpa di nessuno se Sil lavora la mattina. Elena studia il pomeriggio. Qualcun altro ha detto che ha la gastrointerite. Si divideranno tra gli ingressi di ciascuna delle porte, per poi ritrovarsi assieme al traguardo finale.

Si sfiora la rissa. Sbuffo e altre chiamate. Sul mio cellulare, il nome di Naza già lampeggia ignaro. Reincontri. Arriva domani mattina a far la fila per il secondo concerto. Reincontri, ebbene sì, anche con lei. Penso con rabbia ai kilometri fatti. Alle ragazze del club che darebbero l'anima per stare davanti. All'assoluta prima volta di Valentina. E, per un attimo, mi fermerei qui.



Esito sull'orologio. Madrid la conosco. E se...?
No. Per niente. Ci sono dei piani da rispettare.

“Ci vediamo domani!”, e col sorriso già acceso sto ridipingendomi una nuova idea.
Perchè voltando le spalle alle stelle sto già rinunciando ad una prima fila. Ma vado a due concerti, non a uno. Per il secondo, niente vieta di stringermi in una tenda. Per il secondo, “vi devo parlare”. E “se vuoi stare con noi, devi fermarti anche tu qui a dormire”.

Non c'è problema. In fondo, è anch'essa un'esperienza da provare. Anch'essa può essere divertente.

Ma intanto ho fatto bene. Ne sono certa dal momento in cui Alessia mi saluta a braccia aperte alla Puerta del Sol. Accanto a lei, Valentina ricorda in accento amiche di altre vite. Perchè in fondo ciò che siamo è la somma di ciò che siamo stati. Però se sommi ottieni di più. Ed ecco la ragione di un sorriso.

So di aver fatto bene dal momento in cui discorsi frenetici riescono a distogliermi l'attenzione dai dischi . E per distogliermi l'attenzione dai dischi, devi proprio avere molto in comune con me.

D'altronde, non vedo perchè dovrei sorprendermene. Se passioni condivise sono di per sé il miglior collante, figuriamoci se uniscono in elite oltreconfine. Così troviamo Gika e Fedix al Mac Donald's di Opera. E ci scolliamo dal tavolo due ore più in là.

Sì. Se non avessi abbandonato la fila, un ottantenne calvo non mi avrebbe mai fermata sulla strada del Palacio Real.

“Tu che hai tanti capelli, potresti darmene qualcuno da mettere in testa!”
“Ehi, chieda anche a lei, così ha addirittura la parrucca bi-colore!”

E l'auto che quasi lo investe.

“Cuidado!”
“Niente paura, tanto sono superman”.
Allunga un pugno. Finzione di pistole. Conversazioni assurde che si intrattengono soltanto qui. E la sala riunioni di un'ottocentesco kitsch. C'era l'ingresso gratis, non ci si può lamentare. Però, accidenti, JuanCarlos, potresti arieggiare un po'.

“Gli scriverò una mail”. Risate. Davanti a un tavolo di centocinquanta posti immagina come sarebbe chiedere “mi passi il sale?”.

Fuori, intanto, la stridente monotonia di una cornamusa suona fuori luogo in un paesaggio da panchina. Un biondino che corre ci fa girare le teste. E' fuori luogo anche lui. Fuori luogo come Winnie the Pooh in Plaza Mayor. Secondo me lavora  in un negozio di telefonia. Dico, il biondino. Non l'orsetto in maglia rossa. Che poi in realtà ha le fattezze di una donna filippina. Il marito è Topolino. Non ci sono più certezze. Dios Mios.

E la foto come La Juani, alla fine, non si fa.
Colpa di un'urgenza da merenda. Che se pranzi insalata in vista di lunghi accampamenti, poi non ti puoi lamentare del brontolio delle cinque. Oltrettutto chiama Roby, e la mia tarta de queso sarà più che lieta di riceverla qui.

Deja vù, anche con lei. Lei che racconta di Università e di agenzie turistiche. Lei che mi tenta in mezzo a Blanco ed H&M. Ecco,per me spruzzano qualcosa di strano da H&M. L'anno scorso avevo dato la colpa al mio recente incontro con David Otero. Ma quest'anno...dai, quest'anno non ho scuse se vedo porte a vetro inesistenti. Se non mi accorgo che esistono altri due piani. Se sento l'impulso di acquistare cerchietti assurdi solo perchè in testa hanno delle piume.

“Per Barcellona. Così mi chiedono da cosa sono vestita e posso rispondere 'Da deficente'!”
Jefa, ma stai bene?”

No, Jefa no! Una Jefa non si farebbe tentare dal paio di scarpe rosse che non saprebbe portare. Una Jefa non ne vedrebbe un altro paio con il tacco più decente che, guarda caso, ha il suo numero e le piange tra le mani. Anche lo steward di Ryan Air potrebbe lavorare in un negozio di telefonia. L'avessi saputo prima l'avrei volentieri corrotto, senza preoccuparmi di quei kili in più.

Kili della valigia, intendo. Non miei.
Oh, accidenti. Forse ho problemi ormonali.


E così arriva la sera. Momento opportuno per accorgersi che non sei tu ad avere le allucinazioni. Dico, come si fa a spostare un simbolo? Eppure la statua de El Oso y el Madroño ora svetta vicina al nuovo ingresso di Cercanías. Quello che sembra il Louvre.

“Ooooh, io devo fotografare!”

Devo farlo prima che Ignacio si perda tra i reclami acquolinosi degli odori di prosciutto. Lí ho cenato. Lí ho cenato. Lí. Cavolo, voglio mangiare.
Ma “Un po' di pazienza”, oltrepassando il Sol y Sombra. “Dev'essere qui in giro”, fuori dalla sala Joy. E, finalmente, siamo a Casa del Abuelo. Che non é precisamente l'abitazione di suo nonno, ma il locale che gli vale un gran perdono.

Anche se dice che, tra tutte, sono l'unica che non capisce quando parla in italiano.
Guarda tu. Meno male che ci sono le seppie. Quelle piccole, alla piastra. Quelle che si sciolgono in bocca. Quelle che, in definitiva, adoro. E poi le patatas bravas. Quelle alioli. Los huevos rotos. I gambas al ajillo. I peperoni con la morchila. Tutto l'amore per la Spagna sul palato che ora sta chiamando copas de Sangría.

“Io domani devo andare a lavorare”, si scusa Roby al momento di salutare. Prima, peró, ci fa conoscere la Cueva. E gliene saró per sempre estremamente grata.

Sí. Perché la Cueva é un locale estremamente suggestivo. Incastrato in una grotta, porta nelle scritte sui muri l'anima dei grandi di arte e filosofia. Alla Cueva un bicchiere di sangría lo paghi due euro e cinquanta. E non ti ubriachi neanche. Il che, a dirla tutta, é un peccato. Insomma, credevo di averne bisogno per posare in foto sceme alla fermata di Manuel Becerra. Lá, dove da un poster formato gigante Dani Martín aspetta baci, molestie, e adorazioni. Il servizio fotografico di Fedix é giá stato effettuato in pieno giorno. E le risate divertite dei passanti sono uno spettacolo che non vorrei ripetere. “Ma che te frega?”. In effetti...

Comunque adesso é diverso. Non soltanto perché l'ultima corsa lascia i corridoi deserti in quel loro giallo solare. No. E' diverso perché sono stata da H&M. Ma, soprattutto, perché l'euforia s'accresce man mano che l'orologio indica progressivo il passaggio a domani. Ed, evidentemente, é contagioso. Cosí scendiamo le scale accompagnate da “Son sueños”, sottolineando l'arrivo dentro a un urlato coro. Che poi ci sorprendiamo che il cameriere ci guardi male.

SSSSSssssshhht, intimano quelle dietro quando poi passiamo a Volverá.
E cantavano “Besame Mucho”. Dico, c'é forse paragone?

Domani si avvicina nei miei passi come l'insegna fluo del hostal la Nava. Abbandonarsi al materasso é un po' evitare aspettative. Ma il biglietto non perdona. Addormentato nel mio zaino, le racchiude tutte lí. E il cuore inizia a battere, impaziente. Furbo ed esaltato giá lo sa, che nessuno di noi due potrá aspettare le sette.

Il cuore. Lui, che si impossessa di bassi ed accordi per farmi ricordare che cos'é la vita a tempo pieno. Lui che detta le mie frasi quando smetto di ascoltarlo. Ed ogni volta che ci penso, ogni volta che ricordo di quel soffio, mi piace pensare che respira.

“El Canto del Loco tiene eso que otros no tenían”, cambierá il testo Dani. E la sua mano sul petto é quasi il segno di un legame. Dello scambio di energia tra pubblico e cantante. Del dolore sottile nel pensare alla fine. Di quel qualcosa che fa grande il sorriso in cui mi chiama qualcuno al mio fianco. E che solo chi é al mio fianco potrá davvero capire.

(To be continued...)

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domenica, 01 novembre 2009

Work in progress

Ogni notte insonne è vita moltiplicato due. Se poi ripeti il rito per quattro giorni di fila, finisci con l'avere un po' troppo da raccontare. Storie di Spagna. Di Asfalto. Di Rock.

Così adesso recupero, avvolta dal copriletto di sempre in mezzo ai sogni calmi di chi è davvero felice. Quindicimila persone ancora mi applaudono irreali nel cervello, e cerco una rassegna stampa in mezzo ai video di youtube.

Madrid. Dio quanto ti amo, Madrid.

Città che non delude. Cornice di meraviglia. Ho ancora troppe birre da smaltire.

Ogni notte insonne è in fondo confusione da jet lag. Perciò non lamentatevi se vi faccio aspettare. Molto presto vi stancherete di leggermi. Molto presto forse mi odierete un po'.

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mercoledì, 21 ottobre 2009

Proverbiali deliri

Sarà che in treno non c'è molto altro da fare, ma dovrei inaugurare una rubrica sulle mie riflessioni ferroviarie. Il primo numero, ad esempio, lo dedicherei volentieri ai proverbi. Voglio dire, parliamoci chiaro: per il novanta per cento sono stupidi. E con il termine “stupidi” non intendo svilirne l'intrinseca poesia delle metafore. No. Molto più egoisticamente parlando, dico che sono stupidi perchè io non li capisco. Peggio, non mi ci trovo quasi mai d'accordo.

Prendiamone uno particolarmente emblematico. Meglio un uovo oggi che una gallina domani. No, cioè, ma stiamo scherzando? Io preferisco di gran lunga una gallina domani. Anzi, magari una gallina oggi e un uovo domani. O un uovo oggi e una gallina domani. Insomma, perché limitarsi? Se poi fosse una gallina dalle uova d'oro ancora meglio, così vendo i suoi preziosi proventi e mi ci pago qualche viaggio in Spagna. Così, tanto per gradire.

O ancora, se in amor vince chi fugge, io che fuggo sempre perchè non vinco mai? Che diamine, non pretendo proprio il superenalotto. Ma almeno un gratta e vinci una volta tanto! Una partita a poker! Che ne so, qualcosa in più di una stupida clessidra alle pesche di beneficienza da sagra. Sfortunata al gioco, fortunata in amore, insistono allora. E se l'inventore dei proverbi avesse un nome, l'avrei già maledetto stizzita. O forse sono fortunata proprio perchè sono sola. Meglio soli che mal accompagnati: se ci pensate bene, è una catena.

Continuando, chi impone di non piangere sul latte versato? Voglio dire, ci son circostanze e circostanze. Ad esempio: immaginate di avere un ricevimento importante. Un colloquio di lavoro... insomma: qualcosa a cui tenete molto. Qualcosa in cui l'aspetto conta, al momento di deciderti il futuro. Bene. Per l'occasione vi siete comprati dei costosissimi abiti nuovi. Poco prima dell'evento andate a prendervi un macchiato. Non avete un ricambio. E la brocchetta del latte vi si rovescia irrimediabilmente addosso. Bianco su nero. Splash. Praticamente impossibile da non notare. Ecco. Poi voglio vedere se non piangete. Voglio proprio vedere.

E non ho mai riesumato tombe per vedere se le fosse sono effettivamente piene del Senno di poi. Ma, visto come avanza la tecnologia, chi l'ha detto che un domani non inventino la Lana Caprina? Magari scalda pure, più di quella normale. I problemi sul tappeto, invece, li calpesto. E la gatta che va al lardo,per una volta , non potrebbe semplicemente ingrassare?

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giovedì, 17 settembre 2009

Esperienze metafisiche su un treno

Oh, No. Per favore, adesso no.

L'insolito di un treno semivuoto. Volti sconosciuti che disperdono gli sguardi lontano dai miei pensieri. Tra loro ci sono occhi che ricordano altri occhi. Storie inafferrabili che mi scappano via.

Succede sempre in giorni di pioggia, chissà poi perchè.
Ora no.

E' da un po', che me ne sono accorta. Tra i controllori del Veneto dilagano intense epidemie di razzismo. Non importa che, a porgergli il biglietto, ci sia un marocchino o un tedesco. Un rumeno o un americano. No. Non importa neanche il loro carattere di clienti impeccabili. Di quelli che pagano il biglietto e aiutano – unici – una povera ragazza in crisi da valigia.

Perchè gli italiani ti guardano. Palese, che fai fatica. Cazzo, quella borsa è più grande di te. Però, niente: rimangono immobili. E' un altro universo. La bolla inviolabile dell'altro. Responsabilità pigre fuggono con le pupille sul grigio intensissimo del fuori.

D'accordo, me la caverò da me.



Tanto ai controllori non importa.

Poco prima della stazione di Mestre, a loro frega solo se ti esprimi in italiano. E allora basta un accento stentato. Che ne so, magari una richiesta in inglese. Oggi non possono neppure dare la colpa al caldo. Cambiano atteggiamento in un passaggio di sedili. Il “Grazie” si cancella. Il sorriso cordiale si trasforma in broncio.

Signora, non la capisco e mi rifiuto di farlo. Lei è in Italia, deve parlare la nostra lingua”.
Che probabilmente lei è in vacanza. Non vedo perchè tacciarla di immigrata solo perchè ha la pelle più scura. In fondo veste bene, è diretta a Venezia con il marito accanto.

Perchè non te lo impari tu, l'inglese, invece?

Non ti sta parlando in una lingua aliena, razza di idiota. Ti sta parlando in inglese.
Vorrei ti capitasse lo stesso all'estero. Vorrei ti incazzassi. Vorrei incontrassi qualcuno che ti sputa addosso odio come adesso fai tu. Vorrei...

E' inutile, se vivi fuori tutto sembrerà diverso.
Un po' più fluorescente nei suoi ristretti confini.
Questa strana angoscia mi prepara a qualcosa. Strana preveggenza.

Forse. O forse invece no.

Che ogni identità anonima si rompe in uno squarcio di conversazione. Timbro sempre uguale delle suonerie. Mille modi diversi di rispondere “Pronto”.

Eppure, al controllore, neanche questo frega.
No. Lui è concentrato sugli accenti. Sulla ferma convinzione che l'ignorare un linguaggio sia come ignorarli tutti. Si sente protetto dal dialetto, in mondi ed epoche che non hanno confini.

E allora sbotta. Senza senso. All'improvviso. Terrificante nella crudezza informale.
“Va in mona de tu mare, stronsa”.

Allora sgrano gli occhi. Mi guardo attorno. Ma, sulle orme di Joyce con Dublino, descriverei l'Italia un vischio di immobilità. Impassibile. Gli sguardi fuggono lontano. Vetro sporco protettore di imbarazzi. Dico, nessuno vede la gravità del tutto? Dove siete, con la testa? Non è affar vostro, neanche mio, ma di chi è? SVEGLIATEVI!

Vorrei urlare, ma tutto è lontano. Fioco, adesso. Strano.
Adesso no. Adesso è come stessi per svenire.

Non puoi permetterti di dare a una divisa il potere di insultare un tuo cliente.
In nessun mondo, in nessun universo, MAI.

Eppure so che quell'uomo domani lavorerà sullo stesso treno. Guadagnerà gli stessi soldi. Sorriderà garbato alle stesse persone. Quelle di razza caucasica e inflessione dialettale giusta, probabilmente.

Che schifo.
Cade un fulmine, fuori. Ora di scendere. Ed è stacco su nero.

Quello di cui volevo parlare, in realtà, segue la coincidenza.

E' che non la provavo da tanto, una sensazione così intensa. Stringe lo stomaco in un morso. Mi accelera il cuore. A volte penso che l'Ispirazione esista. E abbia molto della possessione.

Adesso no.
Ho davanti un esame. L'inizio di un gomitolo, nuova vita sociale. Devo arredarmi la stanza. Fare acquisti. Cominciare ad affrontare la tesi.

Ma non si ferma, questa cosa che ho dentro. Lei è irrazionale. Cieca. Lei è l'onda che travolge tutto. E annega. Annaspo. Lotto, ancora lotto, ma non le resisto più.

Adesso no: così avevo detto.

Eppure ben presto non riesco a pensare ad altro. Il paesaggio è la struttura del mio libro. Ho la storia. Ho la MIA storia. Non c'entra niente con quello che ho visto o fatto. Non c'entra con il presente. Ma è uscita, chissà da dove. E' nata, e finalmente è qui. Finalmente so di cosa voglio parlare.

E non ricordavo più che potesse stordirmi tanto. Droga che deforma le scritte su azzurro. Bisogno fisiologico di afferrare una penna per seguire descrizioni che corrono. Corrono troppo in fretta. Veduta d'insieme. Il cervello è più veloce, sempre più veloce. Frustrazione. Chiudi la penna. Come faccio a ricordare queste scene? Questi dialoghi? Questa limpidezza narrativa che non raggiungo neanche nei miei migliori sogni? Da dove mi esce?

Adesso no. Ma il romanzo che sto leggendo si è sbiancato per lasciare spazio al mio.
E non so più nemmeno chi sono.

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lunedì, 07 settembre 2009

La valigia fatta (lasciando andar via l'estate)

“Tu non mi capisci. Non sai quant'è duro svegliarsi alla mattina e vedere che il vestito che hai comprato a Miami ti va largo. Non sai quant'è duro svegliarsi la mattina e vedere che anche oggi sei un po' meno abbronzata di ieri”.


Min. 3,40- 5,00 circa

Sono parole di Sé lo que Hicisteis. Battute messe in bocca a Patricia Conde da uno sceneggiatore che conosce un po' anche me. Non che io sia mai stata a Miami, intendiamoci. Ma il punto è che è sempre difficile lasciar andare via l'estate. Un po' come qualcuno che ami. Lo dicono i proverbi, lo devi pur fare. Solo che la stoffa pesa sopra l'avambraccio. E, accidenti, quanto male fa!

Piazza Tartini si apre luminosa in mezzo ai tetti rossi di Piran. Poco più in là, cover di canzoni inglesi accompagnano euforie di un matrimonio. “Venite giù a bere”, fa cenno lo sposo. La sua nuova consorte balla spensierata. Come accidenti ci si può sposare coi codini?

Ho sempre pensato che il mio sentirmi del mondo dipenda in qualche modo dal luogo in cui sono nata. Ché lo disprezzo, è vero. Lo rinnego. Però fa un certo effetto guardare la nave bianca ormeggiata ai cantieri uno Stato più in là. Mi affascina pensare che dalla Slovenia possa distinguere così chiaramente i posti in cui sono cresciuta. Un po' come era magico – per tutti – veder stagliarsi la costa del Marocco dalle spiagge bianche di Tarifa.

Quando dici che vai in Slovenia, chi non è di qua ti guarda sempre sconcertato. Come puoi espatriare così, senza preavviso? Non lo pianifichi prima? E dove dormi? Lo fanno perchè l'estero è il lontano. E non si rendono conto che, per me, è a meno di un'ora da qui. Che, per andare a Venezia, ci metto di più. Che non perchè si parla un'altra lingua devo portarmi dietro un ricambio di vestiti.

Io sono cresciuta oltrepassando confini, ecco la verità. Forse è per questo che non trovo identità in una bandiera. Per questo ho sempre fatto con estremo entusiasmo le valige. Almeno fino ad ora. E constato con sconcerto quanto cominci a pesarmi. Quanto cominci a fare fatica all'idea di lasciare sempre tutto in sospeso.

Perchè dai, parliamoci chiaro. A Parma – domani stesso ci torno – ho fatto amicizie che considero speciali. Ma sono durate nove mesi. Sono andata via. Ne ho fatte altre che considero altrettanto forti. E, dopo nove mesi, son tornata via.

Quello che non ammetto, faccio anche fatica a scriverlo, è l'immensa paura del tornare. Perchè quello che hai abbandonato intanto evolve. Cambia. Va avanti anche senza di te. E allora forse è normale temere di non riadattartici. Di non sentirti più accettata. O almeno tagliata fuori. Temere – che ne so – semplicemente che tutto sia troppo diverso da ciò che hai nei ricordi. Da ciò che un giorno ti ha dato felicità. Perchè io viaggio, viaggio, viaggio. E d'improvviso ho paura che a troppo viaggiare si rimanga soli. All'improvviso faccio le valige e sento che le mie radici le vorrei anch'io.

Il problema è che saprei anche dove. So dove in nessun momento sono fuori luogo. So quale background culturale mi rende piacevoli i discorsi. Conosco gli argomenti che mi possono legare a qualcuno. Eppure, tutto questo, non è in nessun modo qui. Non è a Parma, neppure.

Ma forse parlo così perchè se ne va l'estate. “Toh, ti stai spellando” ed è il momento di psicanalizzarsi un po'. Da qualche parte, in giro per la Blogosfera, qualcuno diceva che il vero Capodanno è il primo settembre. E non sono mai stata così rotondamente d'accordo su qualcosa.

Insomma, parliamoci chiaro: le spiagge si svuotano. I turisti ri-affollano le strade. Di fronte alla routine, propositi e bilanci sono quasi inevitabili.

E allora voglio innanzitutto trovarmi un lavoro. Niente di troppo impegnativo, devo conciliare con lo studio. Però, chessò, la fiera del cibo – quattro giorni a tacco 12. Oppure lezioni di spagnolo, volantinaggio, traduzioni. Qualunque piccola cosa riesca a garantirmi il minimo di rendita che uccide i sensi di colpa. Perchè di progetti ne ho molti, la premessa è necessaria.

Per esempio, riprendere Flamenco. Sbronzarmi di adrenalina a Madrid. Organizzare Roma. Vivere un tour europeo. Arricchire le tasche di ryanair. Che alla fine il viaggio è un po' quasi una droga, e di SonyBMG farei prima a comprarmi le azioni. E ancora resisto pensando già di cedervi alle proposte di alloggio in quel di Barcellona.

Il tutto entro Dicembre e con degli esami da dare. Il tutto dopo che la borsa di studio regala occhi a cuore sull'estratto conto. Ma poi devi pagare la caparra, e la vincita al Superenalotto ritorna al centro esatto di ogni tuo pensiero.

Si è tutti un po' più materialisti, quando anche l'estate se ne va...

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giovedì, 02 luglio 2009

Greatings from Granada

 [NB: a causa di problemi di linea, le foto a corredo del post saranno inserite in un secondo momento. Ci scusiamo per l'inconveniente.]

Il caldo è insopportabile. La connessione, pure. Di più: dopo essere stata al computer sino all'una di notte nello strenuo tentativo di inviare una mail, ora mi hanno proprio tolto la corrente. Fantastico. Forse sono questioni di risparmio energetico, chessò. D'altronde, é l'ora della siesta. Peró, alla faccia del wifi! Cioé, se uno vuole caricare il cellulare che fa?

Bah. Spain is different. Non è dato sapere.

Comunque, non sono più io se non accetto sfide. Testarda, così dice di me il segno zodiacale.
Quindi questo post lo scrivo. E stasera l'esimia connessione dell'hostal Doña Lupe dovrá pur lasciarmelo pubblicare. In fondo, stanno facendo di tutto per farmi sentire vip.

Sì. Perchè il punto è che devo avere uno sguardo davvero compassionevole, se ho conquistato una singola per lo stesso prezzo di un dormitorio collettivo. David's old room, c'è scritto sulle mie chiavi. E ora io vorrei sapere chi accidenti fosse 'sto David. Cioè, David quello di Golia? David la statua di Michelangelo? David del Canto del Loco? In ogni caso è uno importante, cavolo. Ergo, mi vorrei bullare.

Non che la stanza sia particolarmente grande, intendiamoci. Anzi, diciamo pure che ho notevoli problemi di incastro tra me e le mie due valige. Cosa che mi è peraltro appena costata un livido sotto al seno sinistro. Colpa della pressione della sedia sul ferretto del reggiseno mentre cercavo di raggiungere lo spazzolino. Capita. Ecco a cosa servirebbe avere una quarta: fa l'effetto airbag e ti evita infortuni. A 'sto punto dovrebbero regalare un'assicurazione sulla vita alle piatte, però. Sennò è discriminazione bella e buona!

Comunque, dicevo. Al di là di questo, nella David's Room c'è il il letto matrimoniale. Il bagno privato. E tutta la tranquillità di un patio andaluso che mi saluta bianca da fuori. Quindi, sì, direi che può bastare. Ecco perchè mi sento una vip.

Che oltrettutto la piscina è deserta. La città, ai miei piedi, mi porge i suoi tetti mentre nuoto. E penso “questa è vita, signori”. Onestamente, dopo tutto 'sto stress da valige, me la meritavo pure.

E' che il turismo individuale ha efetti inconfutabili. Uno su tutti, non poter condividere impressioni su quello che vedi. Quanto alle foto sceme, in qualche modo si rimedia. Però ha anche i suoi pregi. Ad esempio, ti puoi costruire giornate a tua misura. Provare a dormire fino a mezzogiorno. Sentirti una donna in carriera mentre pranzi al ristorante all'angolo. Va beeene, poi magari non ti accorgi che la bottiglietta d'acqua si apre strappando una parte del tappo; passi circa mezz'ora a cercare di svitarlo; le dai continui colpetti sul tavolo, e un uomo in carriera – autentico- ti osserva trattenendo a stento le risate...quelli, però, sono incidenti del mestiere. D'altra parte, cose del genere capiterebbero anche a Becky Bloomwood. E ho imparato da lei a conservare lo stile. Sarà per questo che, in un altro ristorante, un cameriere ci prova.

Per lo stile, dico. Non perchè gli piacciano i film comici. Forse. Oh, che diamine! Non so.
Nel frattempo, la corrente sembra essere tornata. No, come non detto. Era illusione.

Mi ha affascinata sin dal primissimo momento, Granada. E le prime impressioni contano, se ti colgono dopo che, nell'ordine:

1. hai aspettato per mezz'ora un autobus quando l'ombra sembrava un miraggio. Ormai la Madonna mi fa visite frequenti, credo che diventerò mistica. Se non mi sentissi troppo idiota, ve ne illustrerei il perchè fotografando il termometro. Quaranta gradi. Il tempo ha la febbre. Che poi è anche l'alibi alla mia scrittura strana. Perciò scusate.

2. Salendo sul suddetto autobus, il manico della valigia più grande ti provoca dolori incontenibili meglio non dire dove. Il che, se devi immediatamente parlare con l'autista, non è il massimo.

3. Ti accalchi in mezzo ad una quantità indicibile di persone, con i soliti problemi dovuti all'ubicazione del tuo equipaggiamento.

4. Una gentile signora ti cade letteralmente addosso assieme alla sua tonnellata netta di bracciali e catenine. Le quali si conficcano, con sue incommensurabili scuse, su di ogni centimetro del braccio.Ma porcaaa!

E non basta. Perchè poi si da il caso che di bus ne debba prendere un altro. E allora chiedi informazioni: “dov'è la fermata?”. Il tizio, comodamente spaparazzato su di una panchina all'ombra, ti spedisce dritta in fondo alla via. Non una via qualunque, intendiamoci. La GRAN VIA. Che, per chi non conosce Granada, copre le dimensioni di all'ircinca un kilometro. Quindi niente, ti armi di Pazienza e vai. Peccato che, a destinazione, invece del trionfo di un traguardo, trovi l'amara sorpresa di una scritta. “Fermata temporaneamente soppressa”, recita. E scopri sbraitando che la più vicina è esattamente dov'era il tizio comodamente spaparazzato.

Inoltre, il carattere storico della città fa sì che i marciapiedi – nei rari casi in cui esistano – siano petrosi, stretti, ed irregolari. Leggesi: avversario perfetto di due valige ingombranti. Specie se hai deciso di prendere un ostello di fronte all'alhambra, e la strada è giocoforza in salita.

Insomma, capirete che, se dopo tutto questo riesco ancora a dire che Granada è bellissima, vuol dire che sul serio lo è. Infatti lo confermo ore dopo, incantandomi in scorci da quadro sulla via delle opere che ho studiato. A dire il vero, già il fatto che mezzo programma di storia dell'arte spagnola avesse come location Granada, avrebbe dovuto insospettirmi.

E' che questa città ha tutto. Monumenti. Verde. Negozi che il peso perfetto da check in mi impedisce anche solo di adocchiare. Ha un pure un centro a misura d'uomo, un sacco di persone gentili e un'autista figo sul minibus del rientro. Davvero, credo senza esagerare che sia una delle città migliori che ho visitato sino ad ora. E non parlo solo dell'Andalucìa, ma della Spagna intera.

Ecco, forse l'unica pecca è che tutto costa un sacco. Mi aveva avvisata, Daniela. “Non è come Màlaga”. E, se ti chiedono un euro e sessanta per una bottiglietta di acqua naturale, è piuttosto evidente che no. Credo dipenda dall'alta percentuale di turisti presente. Maggiore che nella capitale della Costa del Sol, e quasi esclusivamente anglofona. Tra l'altro è bellissimo studiare le facce degli inglesi quando provano per la prima volta il Pulpo a la Gallega. Estasi pura, non scherzo.

Comunque, alle bastonate sui viveri ho scoperto come rimediare. Beh, almeno parzialmente. Il fatto è che se vai alle macchinette della receptions alle due di notte, rischi di ottenerne piacevoli sorprese. La prima non funziona, per esempio. Così, oltre a tornarti l'euro che avevi inserito, te ne sputa un altro, non tuo. Allora usi quest'ultimo in una seconda macchinetta. E lei, in cambio, non ne finisce più di sputarti bottiglie. Morale: quattro litri d'acqua gratis nel giro di soli due secondi. Va bene, la borsetta pesa un po', però ammetterete che è un buon modo per concludere la giornata.

Per concludere il post, invece, devo rendere giustizia a quest'ostello. Perchè, dai, il wifi traballa. Ma è anche lui tra gli ostelli migliori in cui sia mai stata. Il personale è disponibilissimo. La privacy è garantita. Ed, oltre alla pulizia impeccabile, la zona è perfetta.

Tipo, ora posso aprire la porta e andare a farmi un giro per il Generalife. Così, come se fosse il giardino di casa. Poi posso proseguire, e nel giro di dieci minuti cenare sotto alla Catedral.

Questa è vita, signori! Solo, dite alle zingare andaluse che la smettano di stressare la gente con 'sti benedetti ramoscelli porta fortuna. Non se ne può veramente più!

Domani Roses, e vedremo se la Catalunya compete. Da lì non ci sentiamo, però. Ho il mio bagaglio di sogni già pronto, ed ore arretrate in cui dormire. Lì non sarò turista solitaria. C'è da far casino. Quindi, insomma, mi leggerete dall'Italia. Lo farete quando sarò troppo frastornata per riuscire ancora a realizzare appieno.

Nel frattempo, Greatrings from Granada.

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mercoledì, 24 giugno 2009

20 giorni in uno

Della serie, offerta speciale. Anzi, meglio: uno di quei pacchetti all inclusive che ti spacciano per divertimento ai villaggi vacanze. Sì, insomma: quelli dove, a suon di escursioni ed aerobica in piscina, finisci col chiederti se ti rilassi davvero. E la risposta, ovviamente, è no.


Il primo giorno parte quando mi sveglio. Anzi, no. Parte dopo aver messo piede fuori casa. Che, davvero, come nei villaggi vacanze vien da dire “chi me l'ha fatto fare?”. Cioè, c'è il microclima ideale, tra le mura spesse della mia stanza. Una brezza leggera sposta i capelli. Ventilatore spento, qui non batte il sole. Solo che poi esci, e un solo passo è bagno di sudore. Esagerato. Non trovo altre parole per descrivere 'sto caldo. Trentacinque gradi in centro, figuriamoci Teatinos. Poi è normale che il cervello si fonda. Capisci perchè i malagueni dormono tutto il giorno. Perchè si cena tardi. Perchè i ritmi sono spostati più in là. Essì: diventi realmente più saggia, quando aspettando il bus pensi che la Finlandia non è una cattiva opzione. Muoio.

“Chi me l'ha fatto fare?”, dicevamo. E la colpa è dei voti di storia dell'arte. Nome scritto a penna in fondo alla lista dei matricolati. Nove tondo. Media nove. Asterisco. L'iride scappa a sinistra. Improvvisata legenda in bic maiuscola. Nera.

Le persone con l'asterisco, se lo vogliono, possono provare ad alzare il voto. Chi aspira al 10 dovrà sviluppare due temi nell'esame ufficiale del prossimo trenta...

Smetto di leggere. Io sono in vacanza, che cavolo! Il nove basta e avanza. Non sarò così secchiona. Oltrettutto, devo ancora pensare a come portare il pacco alla sede del Correos. E, ha ragione Grace: ho comprato troppe uova.

Poi arriva il secondo giorno, quando incontro Audrey alla Cafeterìa di Letras. Lei è stressata dagli esami. Io ho la controprova di non saper dire addio. Cioè, proprio non ci sono tagliata. Finisco sempre con l'aggiungere un “tanto ci vedremo, prima che parta, no?”. E il guaio è che lo dico anche se so che non è vero. Credo sia per lo stesso motivo per cui ho comprato tutte quelle uova: non voglio affrontare la realtà. E allora parlo di film francesi, come se niente fosse, mentre il mio subconscio si pone domande strane. Ad esempio, per quale motivo dovrei organizzare una despedida? Io tornerò. C'è mica bisogno di renderlo ufficiale. Di piangere. Di comprare la dannata bandiera dell'andalucìa da far firmare alle persone. Insomma, non basta uscire tutte le sere a partire da domani? Non basta un ostello a Granada con la piscina sul tetto? E il concerto di Sabato? A ben vedere potrebbe già essere questa, la mia despedida. O forse sto delirando per via del sole. Non credevo di avere così poca capacità di resistenza, eppure credo che quella all'orizzonte sia proprio la Madonna. E non parlo di Veronica Ciccone. Lapponia. Lapponia è anche meglio che Finlandia. Ho una voglia di Calippo incrdibile. Perchè nessuno ha mai pensato di mettere un distributore di calippo alla fermata del bus? Accidenti, datemi il buuuuussssss.

“Ciao, ci vediamo!”

Che diamine: l'ho detto, che non so dire addio!

Il terzo giorno è casa di Pilar. Mi ci ha invitato per il check in di ryanair. Adesso, con loro, farlo online è obbligatorio. E la sua stampante è manna dal cielo. Quindi, occorre una premessa. Io ODIO Ryan Air. Cioè, mi stanno proprio sulle palle. Li ho scelti per comodità e prezzo, ma continuo a pensare che siano degli pseudo- truffatori. Perchè, dai, parliamoci chiaro! Le scovano tutte per spillarti quattrini. Un kilo in più, dieci euro netti da pagare. Vuoi fare il check in in aeroporto? 40 euro da pagare. E non basta. Si pubblicizzano come la compagnia più economica del mondo. Voli a 8 euro, che figata. Già. Solo che poi fai la prenotazione, e Oh! Ci sono le tasse. Oh! C'è l'assicurazione. Oh! C'è la valigia. Oh, c'è...Morale: quel volo finisce complessivamente col costarti 36 euro. Ovvero, la stessa cifra di uno dei più cari della mia amata Vueling. Che, oltre ad avere personale più accomodante e sedili più spaziosi, almeno ti dichiara da subito il prezzo che sborserai. Non basta. Perchè Ryan Air è anche l'unica compagnia che non ti lascia tenere la borsa del portatile oltre al bagaglio a mano. “Una cosa, non due, altrimenti ti lasciamo a terra”. Come se una avesse altre opzioni che portarsi il portatile a mano. Insomma, è arcinoto che non puoi imbarcarlo nella stiva.

Perciò, è con la base di questo sfogo che entro nella loro homepage. Il caldo di cui sopra mi ha spappolato il cervello. Pilar che mi parla non aiuta. Insomma, mi distraggo un tantino. Ergo, finisce che invece di scrivere il mio numero di carta di identità scrivo semplicemente il tipo di documento. Ovvero “carta d'identità”. Davvero astuta, come cosa. Non capisco come mi sia venuto in mente. Essì che ne ho fatti di check in, in vita mia! Il punto è che non si possono più modificare i dati. “Mettetevi in contatto con il nostro centro prenotazioni”, intima una scritta. Centro prenotazioni che chiude tra meno di un'ora e che, guarda un po', costa la bellezza di 87 centesimi al minuto.

FANTASTICO.

Gli altri diciotto giorni passano nel mio stomaco chiuso. In una corsa contro il tempo al telefono di casa. Merda, dovrò pagare a Grace. Tu tu tu. Perennemente occupato. I nostri uffici sono chiusi. E va a cagare. Non mi arrendo, chiamo l'aeroporto di Granada.

“Per queste cose deve venire in aeroporto, quelli di Ryan air non le possono rispondere di queste questioni al telefono”.

Ora, mi spiegasse perchè no. Voglio dire, ho solo sbagliato di scrivere una cosa. In qualche modo si potrà pur correggere! Anche perchè non accetto di non andare a Girona. Perdere quel concerto sarebbe per me una delusione secolare. Dopo tutto quello che ho lottato, semplicemente non l'accetterei. Quindi domani, a costo di spendere venti euro e svegliarmi alle otto per chiamare per prima, io parlerò con la Ryan air. Questo sì, magari evitando di dirgli che li odio.

Come dopo una settimana al villaggio vacanze, ho a pezzi corpo, anima e umore.



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lunedì, 25 maggio 2009

Yeah!

Non so se mi ricordino Stanlio e Onlio. Forse, più semplicemente, mi ricordano i miei nonni. In ogni caso, fanno una tenerezza incredibile.

“Dille che l'aspettiamo, se arriva tardi”

La voce di lei arriva in sottofondo, acuta ed incessante. Lui, il tono vagamente burbero, ripete meccanicamente ogni parola. Salvo poi chiedersi – e lo senti!- tra i sospiri quand'è che la moglie starà zitta un po'.



“Dille che la stazione dei bus è a cinquecento metri, ci arriva tranquillamente a piedi”
“La stazione dei bus è a cinquecento metri, ci arrivi tranquillamente a piedi”.

L'uomo sembra incespicare nella lingua castigliana. Mancanza di abitudine. Probabilmente, età. Ad ogni mezza frase che gli sfugge in catalano, non trattengo un poco dignitoso “EH?”. Dalla mia, c'è anche la linea che funziona male.

Dille che ci telefoni per qualsiasi cosa”
“Telefonaci, per qualsiasi cosa”

La prima impressione è che siano incredibili. Da film comico. Meglio: da vacanze in Grecia sullo stile di Muccino. Ma è proprio per questo che lo so: ho finalmente trovato il posto che cercavo.

 

Sì. Perchè “Del Sol” è un bed and breakfast a gestione famigliare. Non lo pubblicizzano, su internet. Dopo la chiamata, capisco pure perchè. Vecchio stile, ambiente genuino. Colazione inclusa e chiavi in mano, per trenta euro a notte in una singola con bagno. Non solo. Ma, se google maps non mente, “Del Sol” sta a cinquanta metri dal luogo del concerto. Anzi, no. Scusate: cinquantuno.

Riaggancio con la gioia nella voce. Saltello a piedi uniti in mezzo al mio salone. Il mio viaggio a Roses è ufficialmente organizzato. Ora sì che mi posso rilassare.

PS: Post featuring: immagini di Roses. Dove IO andrò. Invidia, eh? No, perchè io mi sto invidiando da sola.

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sabato, 11 aprile 2009

Storie di Valige mezze vuote

Non sono abituata alle valige mezze vuote. Questa, poi, è pure nuova. Beh, sempre che si possa associare l'aggettivo a qualcosa che risale a Natale. In fondo mica è colpa mia se non ho avuto modo di usarla prima.

Apro la cerniera con cautela quasi reverenziale. C'è una certa allegria uglybettiana, nell'arancione del rivestimento interno. Mi si addice. A dire il vero, è una delle cose che più apprezzo, del maxi-zaino trolley regalato da mio zio. Vado a trovarlo domani. Destinazione: Riva del Garda. Per qualche strano motivo, sento una strana elettricità all'idea di nuovi rotoli di strade. Come se il viaggio fosse parte di me. In realtà, l'unica cosa che odio è proprio fare la valigia. Sarebbe bello spostarsi senza di lei.



Per scelta, però. Non perchè la perdi. O, peggio, te la rubano. Che quando è successo ho dovuto descriverne il contenuto ad un agente grassottello. E m'è venuto in mente il mio prof di spagnolo.
Mannaggia a lui. Era proprio necessario ipotizzare la situazione dello smarrimento di bagagli su di un volo Milano-Madrid? Non si poteva trovare un altro esercizio a caso?

Chissà che fine ha fatto, il mio prof di spagnolo. Ho provato a cercarlo su facebook, solo perchè vorrei sentire il suo commento all'idea che adesso sto studiando a Màlaga. Da sivigliano patriottico qual era, dubito fortemente che ne sarebbe orgoglioso.

C'è un'altra cosa che apprezzo, nel maxi-zaino trolley regalato da mio zio. Parlo della capsula trasparente attaccata ai manici. Ci arrotolo dentro il cartellino col nome. D'altra parte è a questo che serve. Design hi-tech a rimpiazzare un'etichetta gialla. Curioso che mi attraversi il pensiero: le agenzie viaggi, ormai, non servono più nemmeno a questo. Peccato. Dicono che ci sarei portata, a lavorare in un'agenzia viaggi. In effetti organizzare mi riesce piuttosto bene. Se solo non mi angosciasse farlo, avrei potuto valutare una carriera alternativa. Vabbè. In fondo dicono anche che sono portata a scrivere. Farne un indizio di strada sbagliata sarebbe quanto meno fuori luogo.

Credo m'avesse presa in simpatia, il mio prof di spagnolo. O quello, oppure mi odiava. A me la lingua è sempre piaciuta. L'avevo già studiata un po' per conto mio. Insomma, era abbastanza naturale che mi riuscisse bene. Così, ne faceva una questione di stato. Una specie di sfida. Chessò. Mi chiamava a declinare i verbi più difficili ed irregolari del mondo. Chiedeva traduzioni di parole che probabilmente non avrei usato in tutta la mia vita. Il femminile di cavallo, a dirne una. E quasi si incazzava se poi le sapevo.

In realtà, forse è proprio questo che mi ha spinta ad impegnarmi. Io amo le sfide. Sono competitiva. Semplicemente, non accetto di perdere se mi si mette alla prova. Perciò, volevo fregare il mio prof di spagnolo. E adesso non ho indugi quando declino caber. Probabilmente dovrei essergliene grata.

La storia della valigia, però, continua a non andarmi giù. Questione d'inconscio, suppongo. Associ un ricordo ad un fatto spiacevole, e il ricordo senza colpe ne resta segnato. Un po' come la canzone di Cremonini che ascoltavo nel momento sbagliato. Inizia con “nascerà un'aurora dove vivere o morire sarà senza valige”. Chissà perchè, ci avevo prestato particolare attenzione quel giorno.

Ora non posso fare a meno di saltarla a pié pari sull'ipod. Lo faccio anche con Thank you for loving me di Bon Jovi, per quanto mi piaccia. Farei prima a cancellarle e basta. Spero solo che El Canto non si leghi mai a niente di negativo.

In questo momento, invece, ho in testa Cielito Lindo. Mi ricorda tanto Càdiz. L'entusiasmo dell'aspettativa esploso in cori da corriera.

Ay, ay, ay, ay, canta y no llores, porque cantando se alegran, cielito lindo, los corazones...


Assurdo. Come diavolo mi è venuta in mente, adesso! Certo, però, è che ultimamente sono cantofila. Magari canto mentalmente, così non disturbo. Però canto un sacco. Voglio dire, ho migliaia di melodie nel cervello. Si incastrano. Si mescolano. Si aggrovigliano. E incredibilmente fanno stare bene. Che poi proprio non capisco come faccia a sapere a memoria il testo di un brano inedito che ho ascoltato per la prima volta ieri. Prima ed unica volta, peraltro. L'audio era pure distorto da registrazioni amatoriali. Bah. Forse avrei dovuto anche studiare musica.

Qualcuno direbbe che ci sono portata.

Chiudo la cerniera. Nei miei piani, avrei dovuto approfittare dell'andata per svuotare mezzo armadio malagueño. Perciò avrei reso inutili gli sforzi, se avessi riempito il ritorno di altrettanta stoffa.

Propositi rispettati. Ed è strano constatare come una valigia mezza vuota parli di me più di quanto ne farebbe una piena. In quell'esercizio di spagnolo, mi ci sentirei avantaggiata.

Direi che c'è una bandiera italiana. Non per patriottismo, ma per un concerto. Anche se mi diverto a fingerla vestito. Ci sono due asciugamani colorati presi dai cinesi, che all'andata erano serviti ad imballare il vino. Due caricabatterie, corrispondenti al mio paio di cellulari. E ancora un romanzo. Una spazzola. Il dvd con il film de El Canto del Loco, dato che ho in progetto di guardarlo altre venti volte almeno.


Direi anche che c'è un paio di Jeans presi da Blanco. Una camicetta bianca. Un gilet nero. Menzionerei le all star in pelle. I leggings. E la varietà cromatica delle mie tre t-shirt. Una è rosa, tinta unita. L'altra è quella di playboy pagata un mutuo in quel di Parma. La terza è la mia amata Diablito provata in saldo in un camerino di Madrid.

Punto e a capo. Sono pronta a partire. E scrivo questo post – questo post lungo, come sempre – perchè potrebbero non essercene altri prima di molto tempo. Non che vi privi di molto, ne sono consapevole. Lo dimostra anche il fatto che non mi commenti più nessuno.

E va bene, lo ammetto: questo era un bieco tentativo di farvi sentire in colpa. Era una frecciatina ai miei lettori anonimi. Quelli che, se ci sono, sono cortesemente chiamati a farsi vivi. Grazie.

Comunque. Vi privi di molto o di poco, il fatto è che vado a Riva del Garda. Da lì, mi recherò a Venezia. Da Venezia, prenderò un aereo.

Quindi passerò una settimana intensa a improvvisarmi guida turistica per un'amica in visita. Ne incatenerò un'altra in quel di barcellona. E, per 15 giorni, non so se neanche se avrò tempo per respirare.

Tutto ciò porterà inevitabilmente ad un accumulo di novità importanti. La mole di un romanzo le riassumerebbe meglio della serie di post che invece pubblicherò. Perciò, ecco: prendete questa probabile pausa come una rincorsa prima del delirio.

Perchè prima che possiate accorgervene avrete molte, troppe, spero entusiastiche notizie di me.

Che sia una buona Pasqua, allora.

postato da ilariadot alle ore 16:44 | Permalink | commenti (5) / commenti (5) (pop-up)
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